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“Parenti serpenti” di Mario Monicelli rivive in teatro grazie alla trascinante verve di Lello Arena

25 feb 2019 | Nessun Commento | 466 Visite
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Parenti serpenti (1)Non c’è niente di male a far ridere la gente: le risate e le lacrime sono emozioni.”

Pochi mesi fa, su queste stesse telematiche pagine, ci siamo ritrovati a confrontare un’opera cinematografica firmata da Mario Monicelli con la sua trasposizione teatrale; ebbene, pare che i nostri autori abbiano fatto l’abitudine nel riferirsi alle creature del Maestro, come testimoniato dal passaggio nel nostro capoluogo di “Parenti serpenti”, la produzione Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro, inserita nell’annuale cartellone dei Teatri di Bari, che si richiama al soggetto del film del 1992 partorito dalla penna di Carmine Amoroso, il quale aveva perfettamente fotografato un interno borghese abruzzese, ricavandone una pesante critica e messa alla berlina della tipica famiglia italiana, idilliaca dall’esterno ma capace di allevare nel proprio seno serpi assetate di denaro, sangue e morte.

Saverio e Trieste, carabiniere in pensione lui, già alle prese con i primi maledetti segni dell’Alzheimer, casalinga lei, sono un’anziana coppia che, per le feste natalizie, riceve la visita dei quattro figli e delle rispettive famiglie, riproponendo antichi rituali e malcelate quanto irrisolte tensioni. Tutto scorre immutabile, ma proprio durante il pranzo natalizio, quando i figli già pregustano la fine della assai poco appagante vacanza, Trieste annuncia la decisione di volersi trasferire insieme a Saverio, vita natural durante, da uno dei suoi amati rampolli, sancendo che chi accetterà questo onore / onere potrà assicurarsi anche un contributo economico mensile e l’intestazione della casa familiare; e qui, in perfetto stile monicelliano, la storia muta radicalmente e precipitosamente: laddove ci si aspettava che i germani facessero a gara per accaparrarsi la presenza dei due genitori, si assiste ad un totale ribaltamento di prospettiva, ad un violento rimproverarsi e rimpallarsi responsabilità ed assenze, tradimenti e delusioni, inganni e frustrazioni, facendo emergere infinite lotte intestine, neoplasie mai estirpate che hanno ineluttabilmente ed irrimediabilmente minato un corpo unico che – crediamo – un tempo poteva dirsi sano ed ora è talmente compromesso ed incancrenito da non arrestarsi nemmeno di fronte al gesto terminale, alla follia estrema, alla soluzione definitiva, al più infamante ed agghiacciante parricidio, quello che un figlio può compiere verso chi gli ha dato la vita.

Pur non discostandosi in modo sostanziale dall’opera cinematografica, che già di per sé rispettava le tre unità aristoteliche, con un’azione lineare che rispecchiava un’unità di tempo, nella versione teatrale la vicenda viene spostata dalla provincia abruzzese a quella partenopea, con qualche incolpevole inesattezza (come il richiamo al suono della Squilla, tradizionale momento natalizio della città di Lanciano, supponiamo sconosciuto ai napoletani), e, soprattutto, un evidente mutamento nei toni e negli atteggiamenti di tutti i personaggi, in particolare del pater familias, che se nel film era un sublime Paolo Panelli, alla sua ultima prova cinematografica, con le sue indimenticabili sembianze da ulceroso a vita ed i suoi assordanti silenzi, qui ha la verve e la carica emotiva di uno straordinario Lello Arena, il quale, pur distaccandosi sostanzialmente dal modello originale, costruisce da, par suo, un personaggio assolutamente credibile, trascinante, ipnotico, assoluto dominatore – fisicamente ma, forse, anche metaforicamente – della scena realizzata da Roberto Crea, talvolta inutilmente ingombrante e poco funzionale ma comunque fedele ricostruzione della casa sgarrupata di d’ortiana memoria, da cui rivendica il suo sacrosanto ruolo primario – e non da comprimario – in un teatro italiano che sembra non concedere ancora la giusta attenzione agli attori comici, come ci pare voglia affermare più che chiaramente nel mezzo della pièce con la frase che abbiamo riportato in apertura d’articolo.

La magistrale regia di Luciano Melchionna riesce a tenere viva l’attenzione del pubblico per tutta la – pur estesa – durata (all’incirca 150 minuti), coinvolgendolo totalmente anche attraverso un uso spregiudicato dello spazio scenico, sconfinando spesso in platea, ben supportato, in questa indovinata scelta, dalle luci di Salvatore Palladino e da una compagnia in assoluto stato di grazia, con una menzione particolare per la splendida Trieste di Giorgia Trasselli e per la Lina di Serena Pisa, in pausa dal fenomeno Ebbanesis, il duo che condivide con Viviana Cangiano e con cui ha già conquistato tante platee teatrali nonché quelle universalmente più estese del web e della tv, che, alle prese con il ruolo che fu di Marina Gonfalone, regge a meraviglia il pesantissimo confronto, seguite a strettissimo giro da Marika De Chiara, Carla Ferraro, Andrea de Goyzueta, Raffaele Ausiello e Fabrizio Vona, tutti straordinari nel sottolineare tanto il grottesco quanto l’orrore contenuti nella storia, riuscendo ad essere divertentissimi ed odiosissimi in un’unica soluzione, tratteggiando gli stereotipi con rara maestria, così da rendere immediata una immedesimazione dello spettatore, messo davanti ad uno specchio che, seppur deformante, gli restituisce la sua stessa immagine, costringendolo a scrutare nel suo animo, nelle sue più recondite paure, nel suo lato oscuro, celato al mondo ma presente ed in agguato in ognuno di noi.

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