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‘O paparascianno’: in scena per il Napoli Teatro Festival

5 ott 2012 | Nessun Commento | 800 Visite
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napoli teatro

E’ stato Antonio Petito figura cardine del teatro napoletano dell’Ottocento, autore notevole ancorché semianalfabeta e attore di straordinario talento, dietro la maschera di Pulcinella e non solo. A riportarlo in scena, spolverandolo dal baule polveroso di un immotivato oblio, a Galleria Toledo, nell’ambito del Napoli Teatro Festival, è stata Laura Angiulli, che ha portato in scena “O Paparascianno”, lavoro drammaturgico nel quale si è vista realizzata la felice sintesi tra la fedeltà filologica al testo e la freschezza della messa in scena.
Il gioco del teatro s’è proposto nella sua essenza, scarnificata eppure densa: scarnificata perché la scena su cui s’è svolta commedia dal semplice impasto farsesco era pressoché nuda, minimale, senza che alcunché rimandasse a quelle che potevano essere le scenografie che facevan cornice alle evoluzioni petitiane ai tempi del San Carlino; densa perché – l’essenza teatrale – s’è vista, percepita, apprezzata nell’esaltazione dei suoi topoi: la farsa, lo scambio di persona, l’inganno, il metateatro, l’agnizione, gli oggetti evocati coi gesti e non materialmente presenti, per cui di anelli e monete che voltolano nell’aere si scorgono soltanto scie mimate senza che s’oda del metallo il tinnire.
Assistendo a “’O Paparascianno” si è avuta la sensazione di attraversare un ponte sospeso tra passato e presente, tirando via con un soffio la polvere del tempo e offrendo allo sguardo dell’oggi proposta teatrale che funziona. La regia della Angiulli ha riconsegnato un Petito “iuxta propria principia”, esaltandone la verve comica e pochadesca, avvalendosi di una componente attoriale di ottima levatura, al centro della quale Mariano Rigillo ha dato voce biascicata ad un Pulcinella crepuscolare (e la maschera pulcinellesca conobbe decadenza dopo la morte di Petito), mentre menzione particolare ci piace riservare a Marcello Romolo, macchietta tra le macchiette, capace di regalare momenti di sublime comicità sia linguistica, caratterizzando in modo irresistibile la dialettalità del suo personaggio, sia mimica agendo talora con cadenze quasi da marionetta.
L’ordito è semplice e parla di amore contrastato coi suoi corollari di intrighi e furberie, equivoci e inganni, è commedia vivace che affonda rizomi remoti nella tradizione della commedia dell’arte e dei suoi canovacci, cui mano d’autore e mente di comico aggiungevano di volta in volta scene e situazioni capaci d’ingenerare fragori di risa.
Così ridevano, viene da pensare, quando nell’Ottocento il teatro richiamava strati popolari che vedevano rappresentati sé stessi nella ritualità farsesca del comico; così ridevano, prima che l’eredità di Antonio Petito venisse raccolta da Eduardo Scarpetta, che impresse virata borghese alla teatralità partenopea, muovendo ancora al riso, ma pizzicando corde diverse.
E così si è riso ancor oggi, assaporando un gusto comico che ha suggerito senso di genuino.
A Galleria Toledo, rispolverato Petito, sarebbe ora peccato riporlo di nuovo nel baule d’un immotivato oblio, tra vecchie maschere e sdruciti abiti di scena.

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