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Nunzia Antonino fa rivivere la (poco) “rosa shocking life” di Elsa Schiaparelli al Kismet di Bari

30 Mar 2019 | Nessun Commento | 418 Visite
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Schiaparelli life (1)L’opporre la grazia femminile alla crudeltà, all’odio, ottenne risultati maggiori che non gli spettacoli e i libri. Molti uomini ammirano le donne forti ma non le amano. Alcune donne riescono ad essere forti e dolci allo stesso tempo, ma la maggior parte di quelle che hanno deciso di andare avanti per la loro strada a testa alta hanno perso la felicità.

Ci sono esistenze che possono gareggiare in bellezza, fascino ed incanto con le più fantasiose fiabe, le più inverosimili leggende, i più brillanti romanzi, essendo già di per sé magnifiche storie, che hanno, dalla loro, una spasmodica urgenza di essere raccontate, ricordate, tramandate. Ad esempio, la vita di Elsa Schiaparelli, la geniale stilista italiana che negli anni Trenta ha rivoluzionato, forse al pari solo della sua eterna rivale Coco Chanel, il mondo della moda, al punto da farla diventare un irraggiungibile punto di riferimento, è stata molto più di quello che i suoi magnifici, incredibili, stravaganti abiti possano descrivere: la sua è stata una filosofia del vestire, dell’arredare, del decorare, dell’abbellire, che ha abbracciato non solo la sua professione, ma ha indelebilmente tracciato tutto il suo arco vitale. Nata a Palazzo Corsini a Roma nel 1890 da famiglia aristocratica (la madre era una diretta discendente dei Medici, il padre professore universitario, direttore dell’Accademia dei Lincei e fratello del celebre astronomo Giovanni Schiaparelli), la piccola Schiap (il vezzeggiativo che si era autoassegnato) appare subito molto vivace e, soprattutto, decisamente anticonformista, suscitando le ire del severissimo padre e le punizioni delle scuole e collegi del tempo, culminate nel totale allontanamento dagli istituti all’indomani della pubblicazione di alcune poesie ritenute sconce, cui fa seguito una prima drammatica fuga a Londra dove l’attende un posto da bambinaia. La folgorazione per la moda si avrà solo tempo dopo, al suo rientro in Europa dopo un terribile periodo newyorkese: è a Parigi che ha origine la sua leggenda, dalla dissoluta vita sociale fatta di feste, balli, incontri con affermati protagonisti del jet set internazionale, alla nascita del suo inimitabile stile, del suo marchio di fabbrica, della “sua” moda votata all’intelligenza, all’innovazione, all’originalità, sempre controcorrente e disorientante, talvolta finanche scioccante; Elsa saprà sconvolgere, se non sovvertire, un rigido ordine mondiale, che, a parte la citata Coco Chanel, escludeva ancora le donne, proponendosi non solo come designer, ma trasformandosi in perfetta imprenditrice di se stessa, forgiando la sua Maison come fosse una vera industria, una fucina di idee da cui venivano sfornati, senza sosta, oggetti originali, mai visti prima, ed invenzioni impareggiabili, come il rosa shocking, colore da lei stessa immaginato e realizzato che diventerà la sua personalissima firma sulle straordinarie collezioni, al punto che, quando nel 1954, a sessantaquattro anni suonati, ben prima della sua morte, avvenuta nel 1973, deciderà di dare alle stampe la sua autobiografia, non avrà alcun dubbio nell’intitolarla “Shocking Life”.

A quel testo, una vera Bibbia non solo per tantissimi apprendisti stilisti, ma anche per una miriade di donne, si sono richiamati Eleonora Mazzoni e Carlo Bruni per costruire “Schiaparelli Life”, la nuova produzione della Casa degli Alfieri, Teatro di Dioniso e Asti Teatro che ha fatto tappa al Teatro Kismet Opera di Bari inserita nella ricca tranche barese del cartellone annuale del Teatro Pubblico Pugliese. Nel solco del precedente splendido “Else” (l’omonimia tra le due protagoniste crediamo non sia casuale) tratto dalle sublimi pagine di Arthur Schnitzler, la pièce teatrale scandaglia ancora una volta gli abissi dell’universo femminile, raggiungendo una profondità che raramente è concessa ad altri; la vita della stilista diviene, dunque, un pre-testo per realizzare un’opera che ogni donna possa sentirsi cucita addosso, come un abito, appunto. È soprattutto la vita personale e sentimentale della Schiaparelli ad essere esaminata, approfondita, analizzata, vivisezionata; emergono episodi drammatici ed esaltanti allo stesso tempo, come il matrimonio con il conte William de Wendt de Kerlored, la gravidanza ed il successivo abbandono da parte dello stesso, in situazioni a dir poco critiche ed in una New York estranea ed ostile, in compagnia della sola piccola Gogo, che presto si ammalerà di poliomielite (Elsa la definisce “paralisi infantile”), o come i solchi lasciati dal passaggio delle due guerre mondiali, la seconda soprattutto, che, di fatto, la costringe a trasferirsi nuovamente negli Stati Uniti dopo aver opposto un netto rifiuto ai pressanti inviti di Benito Mussolini, estremo atto politico di un’anima troppo libera per piegarsi ai rivolgimenti e cambiamenti politici e sociali del Novecento, capace di esprimere la sua ingombrante personalità e, se vogliamo, la sua idea politica non solo attraverso la spasmodica ricerca del bello, ma anche con il tentativo (riuscito) di portare l’alta moda al grande publico.

La forza delle parole della Schiaparelli non poteva non richiedere una magnifica interprete come la nostra Nunzia Antonino, che, complice l’ottima prova di Marco Grossi nei panni del manichino/collaboratore/servitore, vittima ed aguzzino nello stesso tempo, proiezione delle ferite che lacerano l’animo di Elsa, ci regala un’altra performance magistrale, più che perfetta, attualissima se non, finanche, di tragica urgenza, nuovamente a difesa dell’imprescindibile libertà delle donne, incarnando la divina come poche avrebbero saputo e potuto: sul palco, Nunzia “è” Elsa, senza paraventi, steccati o scudi, nuda, indifesa, forte, vera, talmente immedesimatasi da trascinarci con lei in un vortice di gioia e dolore, successi e sconfitte, menzogna e verità, vita e morte, facendoci passare dagli inferi al paradiso in meno di un attimo, togliendoci il respiro in più di un’occasione, rendendo universale la storia della Schiaparelli, sino a tramutarla dalla vita di una donna alla vita delle donne tutte.

Nella scarna scena allestita dallo stesso Bruni – sue anche le coinvolgenti ed avvolgenti luci – e da Maurizio Agostinetto, impreziosita dalle magnifiche immagini di Bea Mazzone, troneggia un letto, la cui spalliera ricorda la gabbietta da uccelli dorata che Alberto Giacometti disegnò per l’accesso nell’atelier Schiaparelli in Place Vendôme, su cui si agita la nostra eroina, incapace di abbandonarne le rassicuranti lenzuola, anzi, obbligata a rimanervi da – pare di comprendere – i fantasmi del suo passato, che tornano a farle visita, qui materializzatisi in uno dei suoi manichini, costringendola ad operare un inventario tanto doloroso quanto liberatorio, una confessione che non cerca assoluzioni, una profonda seduta di psicanalisi, un’operazione chirurgica a cuore aperto alla ricerca del male da estirpare, prima di poter nuovamente guadagnare la propria libertà, non più irraggiungibile icona, riproduzione astratta e distante, posta su di un piedistallo, dell’artista che si è guadagnata fama mondiale unitamente all’amicizia ed alla stima di Duchamp, Man Ray, Dalì, Poiret, Cocteau, Triolet, Aragon e tanti altri, ma finalmente ed esclusivamente donna, pronta ad abbandonare la moda (come effettivamente Elsa fece, chiudendo la sua Maison) pur di vivere appieno la sua esistenza, infine trovando la forza ed il coraggio estremi per abbandonare quella gabbia dorata che si era costruita addosso.

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