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Non convince il Macbeth di Andrea De Rosa con Beppe Battiston

1 Dic 2012 | Nessun Commento | 1.536 Visite
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Macbeth di Andrea De Rosa con Beppe Battiston
Macbeth
di William Shakespeare è una storia di umanità che si scontrano, di ambizioni, di ferocia, di ambizione in crescendo, di tentazioni. E’ una vicenda politica che diventa personale, dove la barbarie ha caratteristiche diverse, forme e nomi che si confondono con il destino, con la stregoneria, con i miti ancestrali delle terre del nord e con il ghiaccio nel cuore. Di tutte queste caratteristiche c’è molto poco nel Macbeth per la regia di Andrea De Rosa, in questi giorni in scena al teatro Royal di Bari nella stagione del Teatro Pubblico Pugliese. Protagonista assoluto di Beppe Battiston, acclamato attore che anche in questa occasione si mostra versatile e sapiente in grado di spaziare tra comicità e drammaticità con onestà intellettuale anche quando la concezione la macchina scenica costruita intorno a lui scopre una serie di ingenuità e di sfilacciamenti. Tutta l’operazione ha qualcosa di poco efficace, in un tentativo di scimmiottare il teatro e cinema soprattutto di area napoletana degli ultimi vent’anni. La lezione è recepita male, ad esempio il monologo centrale di Macbeth è troppo simile nello stile recitativo a quello di Servillo, Macbeth scopiazza la lingua di Andreotti nel Divo di Paolo Sorrentino, ne fotocopia le pause, gli accenti e quasi la cadenza. La musica di sottofondo, che sembra voler coprire la pochezza di idee è troppo simile a “A room” di John Cage che Mario Martone e Daghi Rondanini insegnarono ad usare in “Morte di un matematico napoletano”. Inoltre in più d’un punto dalla Scozia sembra d’essere passati a Scampia, i sicari uccidono e sgozzano con la stessa ferocia, ascoltando in cuffia la stessa musica in cuffia, facendosi le stesse lampade, vestiti allo stesso modo. Eppure la premessa iniziale era stata buona il ballo, la festa, la situazione evidenziano una situazione intima di vita contemporanea, un uomo e una donna, la luce giusta, l’ubriachezza o forse qualche altro eccesso mettono in condizione di ascoltare le voci delle tre streghe che per l’occasione si sono trasformate in bambolotti animati da voci metalliche. L’utilizzo della tecnologia risulta complesso e in cerca di un significato senza significanti nel gioco alla amplificazione quando l’azione si svolge intorno al divano/trono nel rapporto tra vita domestica e vita pubblica. Interessante momento di regia quello in cui Lady Macbeth (interpretata da Frédérique Loliée) partorisce feti già morti mentre in un’altra dimensione narrativa il marito risponde alle domande e alla costatazioni sul suo governo come in una intervista di Oriana Fallaci che lo incalza. Meno interessanti e nettamente irritanti le troppe risate da ubriachezza molesta che quasi tutti i personaggi re-citivano con foga, e con in testa la Lady, androgina, ubriaca, ma sopratutto straniera e per questo con accenti in qualche modo di maga, di Medea, foriera di disastri a cui dare tutte le colpe delle catastrofi accorse. Anche la traduzione della bravissima Nadia Fusini sembra essere maltrattata da questo tentativo di jazz a strumenti chiusi. La lingua poetica, che in altri casi sarebbe lingua piacevole e lingua di oppressione e di distacco che allontana Macbeth dalla vita reale come il pubblico dalla rappresentazione a cui sta assistendo. Alla fine anche il gran finale la morte di Lady Macbeth e la sconfitta imminente del marito passano inosservati, come se gli attori avessero fretta di chiudere la scena.

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