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Mario Segni e la vera storia sulla sua “rivoluzione mancata”

2 apr 2011 | Nessun Commento | 3.790 Visite
Di:

mario segni
Mario Segni
nato a Sassari nel 1939 è un politico italiano e figlio del già Presidente della Repubblica e Presidente del Consiglio dei Ministri Antonio, già professore ordinario di Diritto Privato nell’Università degli Studi di Sassari.

Dopo la laurea in Giurisprudenza a Sassari, si trasferì a Padova dove per dieci anni fu docente universitario. Sotto l’egida del padre fece carriera politica all’interno della Democrazia Cristiana. Fu consigliere regionale, parlamentare nazionale (la prima volta nel 1976) ed europeo.

La sua posizione all’interno della DC dopo i primi mandati parlamentari, subì una profonda trasformazione tra il 1983 ed il 1987. L’Italia dei quegli anni fu caratterizzata da un’accentuazione dell’azione politica per diverse cause: il primo Presidente della Repubblica di sinistra, Sandro Pertini, fortemente mediatico e critico nei confronti della classe parlamentare, il primo Governo a Presidenza laica con Giovanni Spadolini del Partito Repubblicano Italiano, seguito dal primo Governo a Presidenza socialista guidato da Bettino Craxi. La stessa Democrazia Cristiana intraprese una fase di lento rinnovamento con la Segreteria di Ciriaco De Mita, ecc..
Con le elezioni politiche del 1987 Mario Segni creò all’interno della DC, in forte calo di consensi, una sua corrente con molti neo-eletti come Gianni Rivera ed Alberto Michelini. Egli si spinse a proporre il referendum per la riforma del sistema elettorale, dei tre quesiti proposti solo uno superò il vaglio della Corte Costituzionale, quello per l’abrogazione della norma sulle preferenze multiple alle elezioni politiche.
La caduta dei Regimi Comunisti dell’Est Europa e la riforma del potente Partito Comunista Italiano avevano reso maturo il sistema per un cambiamento radicale.
Il 31 luglio 1992 Segni fondò, sull’onda del successo del Referendum abrogativo del 1991, il movimento dei Popolari per la Riforma, poi cofondatore di Alleanza Democratica, per promuovere i referendum per la modifica della legge elettorale da proporzionale a maggioritaria.

Il 23 marzo del 1993 abbandonò la DC, indebolita dall’inchiesta Mani Pulite, per promuovere un referendum che cambiasse la legge elettorale. Grazie all’appoggio di alcuni leader del centrosinistra italiano, tra cui Achille Occhetto, la consultazione che si tenne il 18 aprile del ’93, con ben diciotto quesiti su vari argomenti che avevano lo scopo di riformare profondamente l’Italia (dalla privatizzazione della RAI-Tv, all’abolizione dei Ministeri della Sanità, dell’Agricoltura, delle Partecipazioni Statali, dello Sport-Turismo e Cultura, all’abrogazione della ritenuta alla fonte su stipendi e pensioni per l’adesione ai Sindacati, ecc.), non solo superò nettamente il quorum ma si concluse con la vittoria del SI con percentuali altissime (in taluni casi superiori all’80% dei votanti). In breve tempo Mario Segni divenne uno dei leader politici più amati ed apprezzati dall’elettorato italiano; secondo alcuni avrebbe potuto facilmente candidarsi come Presidente del Consiglio dei Ministri.

Tuttavia Segni non seppe sfruttare il momento favorevole. Nel 1993 in occasione delle Elezioni Amministrative, le prime con suffragio diretto di Sindaci e Presidenti di Provincia, si evidenziò uno spostamento anomalo dell’asse politico verso l’unico partito organizzato rimasto, il Partito Democratico della Sinistra. Molti esponenti degli altri Partiti travolti da Tangentopoli, PLI, DC, PRI, PSDI e PSI, ma anche Radicali si spostarono nell’area di Centro-Sinistra e la stessa Alleanza Democratica era nei fatti monopolizzata dal PDS.
Fu in questo clima che si inserì Silvio Berlusconi, il quale dichiarando pubblicamente il proprio sostegno ai candidati Sindaci proposti dal Movimento Sociale Italiano-Destra Nazionale: Gianfranco Fini a Roma ed Alessandra Mussolini a Napoli, preparò il terreno per occupare il posto rimasto libero del Centro-Destra e, soprattutto, per rappresentare una linea politica di assoluta novità per l’Italia. A tal fine invitò Mario Segni, sicuramente esponente amato dall’elettorato moderato, ad aderire a questo nuovo Rassemblement. Segni aveva già un accordo per le politiche con il Partito Radicale e con la Lega Nord, ma non intendeva in alcun modo allearsi con il MSI-Dn e tantomeno con Silvio Berlusconi, da lui considerato l’erede di Bettino Craxi, principale oppositore delle riforme proposte dal professore di Sassari.
Nel 1994 fondò separandosi da AD un nuovo movimento politico, il Patto Segni, che non ebbe molta fortuna. Il Patto Segni alle politiche del marzo 1994 si alleò con il Partito Popolare Italiano guidato da Martinazzoli, erede della DC, e con i resti dei vecchi Partiti di Centro. Ma il sistema uninominale e la voglia di novità degli elettori lo punirono. Eletto deputato nel 1994 ma solo con il recupero proporzionale (risulta clamorosamente sconfitto nel collegio uninominale di Sassari) alla Camera guidò il Patto Segni verso una linea di netta opposizione al primo governo Berlusconi. Manifestò un’iniziale adesione al progetto dell’Ulivo di Romano Prodi, ma ne criticò anche l’eccessivo sbilanciamento a sinistra. In occasione delle elezioni politiche del 1996 portò così il suo partito a federarsi in Rinnovamento Italiano la lista di Lamberto Dini alleata col centrosinistra, ma con una caratterizzazione fortemente centrista. Preferì tuttavia non candidarsi direttamente. Segni tornò quindi all’insegnamento universitario nel 1996.
Nel 1997-98 si avvicinò al progetto politico del Presidente Emerito della Repubblica Francesco Cossiga per realizzare un nuovo Movimento di Centro, l’Unione Democratica per la Repubblica (UdR), da contrapporre alla Lega Nord, a destra, ed alla sinistra rappresentata da PDS e Rifondazione Comunista. Ma Cossiga stesso non riuscì a coagulare tutte le aspirazione dei singoli movimenti, e pertanto rinunciò. Peraltro, Cossiga e tutta l’area centrista che aveva cercato di unire intorno al progetto UdR, appoggiò il Governo formatosi dopo la sfiducia a Romano Prodi, guidato da Massimo D’Alema e con il sostegno di parlamentari che andavano dai gruppi fuoriusciti dalla Lega Nord (Irene Pivetti ed altri) fino alla scissione consumatasi nel Partito della Rifondazione Comunista capeggiata da Armando Cossutta ed Oliviero Diliberto con il Partito dei Comunisti Italiani, con tantissimi eletti in Forza Italia (Rebuffa, Colletti, Scognamiglio, ecc.) o nel CCD (Mastella), Buttiglione, Rivera, ed altri.

Rientrò attivamente sulla scena politica nel 1999, anno in cui propose un nuovo referendum al fine di abolire quella quota proporzionale che esisteva nel sistema elettorale (il 25%): vinsero i sì, ma per 150.000 voti il quorum non fu raggiunto. Ci riprovò l’anno successivo, ma anche stavolta non si recò alle urne più del 50% degli aventi diritto.

Alle elezioni europee del 1999 fuse quel che rimaneva del suo partito con Alleanza Nazionale sotto il simbolo de L’Elefantino (richiamandosi al Partito Repubblicano americano), nonostante nel 1994 si fosse rifiutato di guidare la nascente coalizione del centro-destra proprio per la presenza di Alleanza
Nazionale che, disse, sbilanciava a destra lo schieramento. Il pessimo risultato conseguito in quelle consultazioni (10% delle preferenze) portò alla successiva (e definitiva) divisione tra AN e il “Patto”. Mario Segni fu comunque eletto come parlamentare europeo, e nel Parlamento di Strasburgo si occupò soprattutto degli affari costituzionali e dei rapporti tra l’Unione Europea e il Messico. L’idea era quella di realizzare il progetto abortito l’anno prima un nuovo Polo di Centro-Destra senza lega Nord e senza Berlusconi, con un’Alleanza Nazionale oramai definitivamente sganciata dalle nostalgie del fascismo e dal passato missino.
Fuori dai poli, dopo anni di oscillazioni Tenace sostenitore dell’importanza delle Istituzioni, Mario Segni ha sempre avversato il berlusconismo, ma, fedele alla sua estrazione di liberale, non volle passare
con l’Ulivo in vista delle elezioni europee del 2004. In quegli anni, entrò nel suo movimento anche l’ex presidente del Senato Carlo Scognamiglio, ma il risultato delle elezioni europee non premiò la loro collocazione fuori dai poli (solo lo 0,5% dei voti e nessun seggio).

Mario Segni non si è candidato alle elezioni politiche del 2006, segnate dal ritorno al sistema elettorale proporzionale e dall’eliminazione del voto di preferenza. È tuttavia ancora impegnato per promuovere un ritorno al sistema elettorale maggioritario, nato dal referendum da lui stesso promosso.

In occasione del referendum costituzionale del 2006 Segni si schierò per il “no”, contro la riforma voluta dal centrodestra.

Nei primi mesi del 2007 diventa Coordinatore del Comitato promotore del Referendum elettorale guidato da Giovanni Guzzetta. Il 24 luglio dello stesso anno consegna in Cassazione oltre 800 mila firme per la presentazione del Referendum elettorale.

La battaglia politica di Mario Segni attualmente continua attraverso il soggetto politico denominato “Patto dei Liberaldemocratici”, che si propone la realizzazione di un nuovo e diverso Centro-Destra da quello attualmente realizzato dal PDL di Silvio Berlusconi.

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