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Mario Martone per Frontiere, lui il vero “turning point” della cultura italiana

26 set 2011 | Nessun Commento | 2.172 Visite
Di:

Mario Martone
Bari 23 settembre ore 10:50, nella nuova sala conferenze dell’ex Palazzo delle Poste di Bari il pubblico attende l’arrivo del maestro Mario Martone. Le prime file sono per il pubblico generico e per i giornalisti, il resto della sala è riservato alle scolaresche, il tipo di audience che circa un anno a questa parte ha incoraggiato il ritorno e decretato il trionfo del regista napoletano come Turning Point della cultura italiana. Dopo una breve attesa nella quale il personale di Frontiere ha distribuito ai presenti le simpatiche borse di tela contenenti il programma dettagliato, il calendario degli eventi, la presentazione della mostra fotografica e un grazioso segnalibro dell’iniziativa, giunge Martone accompagnato dai responsabili di Frontiere – La prima volta ed in particolare dall’ideatore, critico cinematografico e presidente di Apulia Film Commission, Oscar Iarussi.

Il presidente Iarussi invita l’ospite ad accomodarsi sulle poltrone preparate per l’intervista e mostra ai presenti la sigla della manifestazione, composta una bella animazione grafica con alcuni slogan, che invitano alla riflessione su tema della Frontiera e sulla Speranza e lo sviluppo della Creatività che da questa derivano. Si accomoda di fronte a Martone e, con un gesto ormai tanto caro al presidente Obama, si sbottona e arrotola le maniche della camicia. Inizia da esperto di cinema e cultura a ripercorrere la biografica artistica del regista. Si tratta di una storia lunga e complessa che inizia a circa 17 anni con la prima regia e la famelica visione di tanto cinema e delle arti più disparate, perché, l’attività artistica di Martone è sempre stata sulla Frontiera. Il maestro napoletano, infatti, è dalla fine degli anni Settanta in Italia, uno dei simboli della sperimentazione e della ricerca a tutto tondo. Basti pensare che con i suoi gruppi artistici è stato uno dei diffusori nel nostro paese di esperienze come quella del teatro danza, dell’introduzione della ricerca musicale all’interno dei suoi spettacoli, dello sfondamento della quarta parete nel senso più elevato che tale concetto propone, della regia tetrale e cinematografica basata su una cura attenta e meticolosa verso tutti i reparti tecnici, come solo il genio di Carmelo Bene aveva fatto in precedenza. Martone ricorda il suo gruppo teatrale più famoso Falso Movimento, il cui nome nasceva da quello della pellicola di Wim Wenders e del quale facevano parte alcune personalità che hanno costituito la forza prorompente e vitale della ricerca arstica in Italia come Licia Maglietta, Daghi Rondanini, Andrea Renzi, Umberto Curti, Pasquale Mari e tanti altri.

Il tempo della sperimentazione così radicale delle forme e dei contenuti, imponeva delle scelte artistiche nette, magari impopolari aprioristicamente. Quel tempo, si intuisce dalle parole di Martone forse oggi è finito, per lasciare posto a prospettive differenti. Per questo il Noi Credevamo, titolo del film di Martone (esaminato nell’articolo “Noi Credevamo”: polemiche e istanze tradite di un Risorgimento zoppo a nostra firma del 13/12/2010) diventa un invito per il futuro, noi crederemo, una ricerca di contenuti nella nostra epoca, così travagliata da scandali politici e istituzionali di ogni tipo e priva di certezze soprattutto per i più giovani, che non siano quelle legate al facile mercimonio di sè. Negli anni Settanta la purezza della ricerca artistica dei Nobili di Rosa, come si chiamava il primo gruppo fondato da Martone, implicava la necessità alla certezza nell’atto stesso della sperimentazione, la speranza per il futuro non doveva essere necessariamente esplicitata, proclamata.

Mala tempora currunt, sembra la premessa implicita a cui l’unica ricetta da opporre è una pedagogia positiva che passa per la presa di coscienza della propria identità. La sola comprensione dell’essere sulla Frontiera, non tanto sociologicamente quanto materialmente, l’essere sulla linea di confine sartraniamente, spinge al superamento di qualsiasi muro. Eppure prima di essere abbattutto tale muro va indagato e conosciuto, per scoprirne le altezze e le asperità e se esso per caso è irto di “cocci aguzzi di bottiglia” come avrebbe detto Eugenio Montale, ossia di dolorosi tranelli, spigolosità impreviste. Quel muro potrebbe essere superato, metaforicamente forse solo da un Cardillo, magari innamorato, come nelle pagine di Anna Maria Ortese, autrice tanto cara a Martone quanto ad uno dei suoi più cari compagni d’arte Enzo Moscato. Il Cardillo, animale preferito della canzone napoletana classica, con le sue piccole ali può volare appena e superare la Frontiera, come in Noi Credevamo, trasportato da uomini le cui vite sono segnate da straordinarie avventure di fede e di passione, magari con uno ricordo rapido del passato da cui apprendere ma sguardi dritti e aperti nel futuro. Questo cardillo libero è forse oggi Mario Martone.

In foto il regista napoletano Mario Martone insieme all’ideatore di Frontiere (La prima volta) e presidente dell’Apulia Film Commission, Oscar Iarussi 

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