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Maria Teresa Leva e la direzione di Giampaolo Bisanti sublimano la Madama Butterfly al Petruzzelli

2 mar 2019 | Nessun Commento | 834 Visite
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butterflyVogliatemi bene, un bene piccolino, un bene da bambino, quale a me si conviene. Vogliatemi bene. Noi siamo gente avvezza alle piccole cose, umili e silenziose, ad una tenerezza sfiorante e pur profonda come il ciel, come l’onda del mare!

 

Nella vita di ogni – anche assiduo – frequentatore della lirica, vi sono serate che si elevano al di sopra di ogni attesa, che trasmettono ad ognuno degli astanti l’esatta percezione che quell’attimo fuggente resterà irripetibile e, soprattutto, indelebile nella memoria, che, nonostante le precedenti innumerevoli occasioni in cui si è avuta la possibilità di assistere alla medesima opera, ci danno la assoluta ed incondizionata certezza di essere stati testimoni della rappresentazione perfetta. Noi, ad esempio, ci siamo persuasi di aver potuto godere di sì rara possibilità nell’esatto istante in cui è calato il sipario sulla “Madama Butterfly” di Giacomo Puccini nell’allestimento scenico della Fondazione del Teatro Petruzzelli, già visto nel nostro Politeama e, ancor prima, al Teatro Piccinni (che ci auguriamo torni presto ad essere ulteriore fulcro della vita culturale cittadina), che, facendo registrare il preventivo sold out per tutte le otto repliche in programma, ha rinnovato l’amore della nostra città per la tragica vicenda umana della piccola Butterfly, mirabilmente raccontata dal libretto che Giuseppe Giacosa e Luigi Illica avevano tratto dalla tragedia omonima di David Belasco.

In realtà, già quattro anni prima dell’infausto esordio alla Scala di Milano del 17 febbraio 1904, con il pubblico che accolse la nuova creatura del Genio di Lucca con “grugniti, boati, muggiti, risa, barriti, sghignazzate”, Puccini aveva assistito a Londra alla rappresentazione di un dramma d’analogo soggetto che lo stesso Belasco, mutandone il finale da lieto a tragico, aveva tratto da una novella di John Luther Long; è lì che il Maestro individuò nella giovanissima ed ingenua protagonista giapponese Cio-Cio-San (nome che può essere tradotto proprio in Signora Farfalla) un personaggio perfetto per costruire non solo le sue magnifiche nascenti architetture musicali, con quelle inedite contaminazioni tra la musica orientale e la tradizione occidentale, che sconfina finanche in quel ripetuto richiamo all’attuale inno nazionale americano (a quei tempi solo inno della marina militare statunitense), ma anche una personalissima indagine metafisica, scevra dalla sterile oleografia orientalistica, per sollevare una nuova denuncia sociale, un atto di condanna contro la brutalità ottusa e barbarica della civiltà occidentale e, soprattutto, contro il sopruso cinico e sadico del più infimo maschilismo e del suo opprimente quanto insussistente senso di superiorità.

Ebbene, l’inimitabile grandezza della “Madama Butterfly” è stata completamente recuperata in questa edizione del Petruzzelli, anche grazie alla messa in scena di Daniele Abbado ed alla sua geniale scelta registica – incomprensibilmente criticata – che ha stretto e costretto i protagonisti in un quadro, in un dipinto, in una visione del Giappone che non ha una precisa connotazione temporale ed è, pertanto, illimitata, sconfinata, immersa nel passato eppure già proiettata nel futuro. La mite casa sulla collina che fu testimone della fase finale dell’inarrestabile tragica parabola vitale della giovane Cio-Cio-San, diventa un cubo claustrofobico, una gabbia dorata dalle mille porte scorrevoli, una cella dalle pareti troppo esili per poter proteggere “l’amore bambino” di Butterfly come anche il bambino nato dal suo unico amore, e, nello stesso tempo, tenere lontani rimorsi e paure, spettri del passato ed incertezze sul futuro. In tale traboccante, soffocante ed ingombrante nulla, mirabilmente creato dalla visionaria scenografia di Graziano Gregori, ben assecondato dai suggestivi costumi di Carla Teti, sono le magnifiche luci di Valerio Alfieri a dettare i mutamenti dell’ambiente circostante ma, anche e soprattutto, dell’interno sentire e dei più reconditi sentimenti della protagonista, in un crescendo emotivo che rende il connubio sempre più indissolubile, al punto che, nel finale, la morte della giovane donna giapponese non sarà rappresentata dal solito jigai (versione femminile dell’harakiri, rituale suicidio riservato ai maschi), bensì da un allegorico, ma altrettanto lacerante, squarcio nella parete.

Al ricercato minimalismo di un’ambientazione apparentemente semplice, ma di fatto imponente, rispondeva la sfarzosa ed irraggiungibile ricchezza delle divine melodie nella più che perfetta esecuzione dell’Orchestra del Teatro Petruzzelli, giunta a toccare vette inaccessibili grazie alla sapiente mano del suo Direttore stabile, il Maestro Giampaolo Bisanti, che è riuscito a reinventare e a dare nuova linfa vitale alla sublime pagina musicale, esaltandone tutte le infinite possibilità combinatorie in un mélange estremamente affascinante e mai banale, domandola e, quindi, facendola esplodere in tutta la sua profonda potenza drammaturgica; quando, sul finale del secondo Atto, dirige da par suo il famosissimo “coro a bocca chiusa” (che, nel nostro piccolo, consideriamo una delle migliori dimostrazioni della presenza di sussulti di divinità nell’essere umano), qui magistralmente reso dal Coro del Petruzzelli, come sempre preparato da Fabrizio Cassi, il suo gesto si fa oltremodo prezioso e diviene un tutt’uno con la sua altissima sensibilità estetica e la sua personalità autentica, collocandolo sempre più in alto e sempre più nel futuro, oltremodo lontano da quel cliché manieristico che infesta tanti nostri teatri. Superbo anche il cast, con l’ottima prova di Pietro Spagnoli in Sharpless ed Elena Belfiore in Suzuki, seguiti a ruota da Carlo Ventre nei panni di Pinkerton e Massimiliano Chiarolla in quelli dell’infido Goro.

Un discorso a parte merita la Butterfly di Maria Teresa Leva, salutata da una vera ovazione dal preparato pubblico del Petruzzelli; dal momento esatto in cui lei appare sul palco, ascendendovi in un suggestivo gioco scenico, è tutta l’opera ad elevarsi con lei, in un’apoteosi difficilmente replicabile, che non conosce la seppur minima incertezza o indebolimento sino a quello straziante “Tu, tu, piccolo Iddio” urlato nel finale, sempre perfettamente a suo agio tanto con la sublime voce quanto con l’attentissima mimica, esprimendo doti attoriali davvero rarissime nell’ambiente lirico, trasformandosi ora in timido usignolo, ora in fiera tigre, ora in docile cerbiatto, ora in materna leonessa mortalmente ferita. Qui non si tratta solo dell’esecuzione della celeberrima “Un bel dì vedremo”, che, peraltro, appare talmente perfetta da strappare un lunghissimo applauso a scena aperta, ma è tutta la sua performance che, intrisa di infinite alchimie timbriche, ha dell’incredibile: su quel palco, la Leva è Cio-Cio-San, ne condivide rare gioie, tradite speranze e incommensurabili tormenti, immedesimandovisi come raramente ci è capitato di vedere e sentire, donando – finalmente – voce, corpo ed anima all’intero percorso psicologico della fragile geisha, dall’iniziale ingenuità sino al dubbio, alla dolorosa rassegnazione ed al successivo estremo gesto finale, con sensibilità e delicatezza straordinarie, rare, se non uniche, che, trascinandoci sulle ali dell’incanto del suo canto, “profondo come il ciel, come l’onda del mare”, ci hanno restituito emozioni indelebili.

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