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Mal d’Africa o…senso di colpa?

29 set 2009 | Nessun Comento | 1.195 Visite
Di:

AfricaDa qualche giorno faccio parte anch’io di quella schiera di persone che hanno avuto la sorte, la fortuna di calcare il suolo africano. Di questa avventura nel continente più misterioso del globo, il primo aggettivo che mi viene in mente è infinito, mai in nessun luogo da me prima visitato ho avuto la sensazione del grande, sconfinato, incalcolabilmente vasto come lì.

Non mi riferisco solo agli spazi aperti, alla savana multicolore a perdita d’occhio, a 360°, alle foreste fitte, dagli alberi improbabili come il ficus strangolatore e le altissime acacie o i baobab secolari, imponenti, che sembrano piantati a testa in giù come ricorda il loro nome; alle spiagge lunghissime, alle maree sovraumane che scoprono chilometri di arenili ad ogni loro ritrarsi, agli animali possenti e severi come gli elefanti e le giraffe. No, la vastità dell’Africa non è solo questo, anche i bambini variopinti, che ti inseguono per strada per un biscotto sono infiniti, infiniti come la loro dignità, il loro accettare dalla vita tutto ciò che può offrire loro senza grandi aspettative, il loro raggiungere la scuola, in “divisa”, retaggio, come la guida a destra, della dominazione britannica, a piedi tra polvere e foresta, il loro giocare col nulla nel quasi buio della loro casa fatta di mattoni di fango.

Infinita l’umanità che si sposta sulle strade polverose e dissestate, a piedi, in bicicletta, in moto, in tuc-tuc, in scassatissimi camion dagli scarichi pestilenziali tutti insieme promiscuamente in un pericolosissimo gioco di scarti e frenate di salti e accelerazioni senza nessuna regola; tre in moto, caschi… solo quelli di banane, precedenza…quella del più grosso.

Infinita la pazienza dei beach boys, nel “marcare” i turisti, nel convincerli a fidarsi di loro, della loro voglia di emergere, di guadagnare per il futuro, offrendo più del loro amico ma senza mai giocare sporco, puntando sulla propria padronanza della lingua, sui loro soprannomi a sorpresa, Bancomat, Giorgio Napolitano, Geppetto… sfoggiando la loro simpatia, la loro affabilità. Infinito il caos che regna nelle città, Mombasa, Malindi, le due che ho potuto visitare, migliaia di botteghe, pullman straripanti uomini, le solite bici che s’intrufolano tra il traffico, traffico questa volta nobilitato dalla presenza di auto di lusso che spiccano come fenicotteri in uno stormo di piccioni. E mercatini, negozi, botteghe, bar, casinò aperti sin dall’alba o forse fino all’alba, pullulanti di migliaia di persone multicolori sempre con una espressione serena sul viso.

Infinito il divario tra la villa di Briatore, con tanto di parco nazionale annesso e pista d’atterraggio in costruzione e la casa di fango a dieci metri di distanza, illuminata da un lumino, da un focolare su cui bolle acqua per la polenta e fagioli, pranzo e cena di una intera famiglia. Immensa la sicurezza dei Masai, la loro completa simbiosi con la natura, l’essere loro stessi la natura, il loro muoversi silenziosi nella foresta, il loro vegliare nella notte il sonno dei turisti che hanno tra loro e la savana solo una tenda, niente recinti, niente muri, gli elefanti non li tollerano li distruggerebbero senza fatica come fanno con le acacie che spezzano rumorosamente per 20 ore al giorno.

Infinito il senso di vuoto, di incompiuto che ti prende quando sali sulla scaletta dell’aereo che ti riporta a casa, la sensazione di aver avuto tanto e di non aver dato niente a chi del tuo niente avrebbe anche bisogno. Grande è la sensazione che ti sia sfuggito qualcosa, la voglia di tornare, con altri propositi, altri occhi, prima magari che i fenicotteri diventino più dei piccioni e che la costa assomigli sempre più a quella smeralda che a quella africana

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