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Magnifica versione di Porgy and Bess per la Fondazione Petruzzelli

18 mag 2017 | Nessun Comento | 438 Visite
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390px-Porgy_and_Bess1Quando ci si trova di fronte ad un capolavoro assoluto c’è veramente poco da fare: basta solo ammirare, contemplare, riconoscere e ringraziare il Genio che ci ha fatto dono della sua immensa Arte; impossibile anche solo tentare un commento, una considerazione, tantomeno una critica, tale e tanta è la distanza tra noi, poveri mortali, e l’Opera. “Porgy and Bess” di George Gershwin appartiene senza dubbio a questa ridottissima schiera, essendo unanimemente considerata la sua opera più ambiziosa e, purtroppo, definitiva, dato che morirà solo due anni più tardi, non ancora quarantenne, per un tumore al cervello. Pur essendo stata pubblicata ed eseguita soltanto nel 1935, l’Opera era nella mente del Maestro già dal ’26 ossia dalla lettura di “Porgy”, scritto da DuBose Heyward, il quale, nonostante le insistenze di George e di suo fratello Ira, suo paroliere principe, inizialmente peccò di superbia pensando, assieme a sua moglie Dorothy, di mettere in scena l’opera autonomamente, peraltro riscuotendo un discreto successo; solo nel ’34, Heyward capitolò di fronte alla perseveranza dei germani autori e concesse l’autorizzazione per riscrivere l’opera. Nacque così il capolavoro gershwiniano, la “folk opera” che il Maestro aveva da tempo in mente, in cui fondere tutti i suoi più grandi amori; alla continua ricerca di un linguaggio di sintesi tra il jazz, il blues e la classica, tra il ragtime e la grande tradizione della musica europea, riuscì finalmente a coniugare tutte queste componenti, tutti gli aspetti, tutte le anime della sua caleidoscopica personalità musicale, facendole confluire nella sua partitura, ma anche la scelta del soggetto non fu affatto casuale. “Porgy and Bess”, infatti, per il Maestro era un evidente atto d’accusa delle condizioni in cui ancora versava parte del popolo americano: per questo Gershwin, da bianco ebreo, appartenente ad una famiglia che aveva lasciato l’Europa poco prima che lui nascesse per sfuggire alle persecuzioni razziali nazi-fasciste, decise di raccontare una storia d’amore tra due neri, ambientata in un villaggio popolato da soli neri, coi pochi bianchi che rappresentano l’arroganza delle istituzioni e del potere, figure così povere da non essere annoverate in partitura (i bianchi – fateci caso – hanno solo parti parlate, mai cantate, con la musica che si interrompe bruscamente al loro arrivo), perchè, sembra dirci il Maestro sin dalle prime note dell’opera, con quel breve solo di piano, autentico omaggio al ragtime, la musica appartiene ai neri. Ed osservandoli, in particolare soffermando la sua attenzione sugli usi ed i costumi della comunità dei “Gullahs”, un gruppo residente nei pressi di Charleston che fornì i prototipi per i personaggi di “Catfish Row”, il piccolo borgo di pescatori in cui è ambientata l’opera, Gershwin riuscì a dare autonoma vita al proprio linguaggio musicale, fantasioso a tal punto da non defluire in alcun genere definito, spaziando, forte della sua immensa sapienza eclettica, fra le diverse soluzioni stilistiche che gli si presentavano; soprattutto nella ricchezza melodica degli ampi brani orchestrali e dei preludi per pianoforte, “Porgy and Bess”, pur rifacendosi lapalissianamente al repertorio blues, poneva in essere il tentativo – riuscitissimo – di modellare quella che sarebbe stata catalogata come la “vera” musica americana. Il successo dell’operazione è indiscusso e indiscutibile: oltre tre ore di musica meravigliosa, coinvolgente dalla prima all’ultima nota, grazie a fasi orchestrali continue; e brani come “Summertime”, senza dubbio il tema più famoso dell’opera, ripreso più volte, una ninna nanna che scava l’anima ad ogni ascolto, ”My man’s gone now”, che racconta tutta la tristezza del personaggio di Serena per la morte del proprio marito, “I got plenty o’ nuttin’” e “It ain’t necessarily so”, una vera gemma che conosce decine di versioni (famosissima quella dei primi Bronski Beat), tutti composti dal Maestro con l’abituale aiuto del fratello paroliere Ira, sono ancora oggi giustamente annoverati tra le più belle pagine della musica di ogni tempo.
Aver potuto applaudire la messa in scena del New York Harlem Theatre℠, l’unica in grado di fregiarsi del trade-mark registrato “The Gershwins’® Porgy and Bess℠”, ci ha procurato un’emozione che difficilmente dimenticheremo e di cui saremo eternamente riconoscenti alla Fondazione Petruzzelli, che ha inserito l’Opera nel suo annuale cartellone. La direzione del Maestro William Barhymer, pur nelle difficoltà della commistione con l’ottima regia di Baayork Lee e con le suggestive scene di Michael Scott ed i funzionali costumi di Christina Giannini, ha regalato al pubblico una concertazione travolgente, pregna di colori, ritmo vibrante, suono poderoso ed avvolgente, riuscendo a diversificare l’aspetto popolare da quello classico, praticamente perfetta tanto nell’affiatamento con i solisti quanto con l’Orchesta della Fondazione Petruzzelli, la quale ha offerto una prestazione davvero esaltante.
Tutti sublimi gli interpreti, con vette altissime toccate dal Crown di Michael Redding, dallo Sporting Life di Jermaine Smith, un attore / cantante / ballerino completo, che ha reso indimenticabile la sua versione di “It Ain’t Necessarily So”, dalla Clara di Brittany Robinson, cui è toccato il compito di aprire l’opera col brano più celebre, la sublime “Summertime”, regalandoci, con la sua angelica voce, un momento di accecante bellezza, dalla Serena di di Mari-yan Pringle, dalla sublime Maria di Marjorie Wharton, divertentissima eminenza grigia dell’ensemble, e, naturalmente, dalla Bess di Morenike Fadayomi, soprano dalle immense potenzialità, che tratteggia una protagonista estremamente fisica ma anche dolce, demonio e santità in un sol corpo ed in una sola anima, sempre impetuosamente travolgente, ed, infine, dal Porgy di Alvy Powell, immenso anche in senso fisico seppur costretto a restare sulle ginocchia per tutto lo spettacolo, magnifico scandagliatore dell’anima con la sua voce scurissima, con cui riesce a toccare profondità sconosciute. Ovazioni ed applausi a scena aperta hanno accompagnato la piéce, che è riuscita nella erulea prova di farci vedere il mondo immaginato dal compositore americano, a mettere insieme quegli universi musicali apparentemente così diversi e lontani che, invece, hanno dato vita ad un linguaggio nuovo, unico, irraggiungibile, impareggiabile, inarrivabile, quello della musica di George Gershwin.

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