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Licia Lanera e il teatro necessario: si apre con Cuore di Cane di Bulgakov la trilogia dedicata agli autori sovietici

18 ott 2018 | Nessun Commento | 848 Visite
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licia lanera cuore di cane“Io sono uno scrittore mistico. Mi servo di tinte cupe e mistiche per rappresentare le innumerevoli mostruosità della nostra vita quotidiana, il veleno di cui è intrisa la mia lingua, la trasfigurazione di alcune terribili caratteristiche del mio popolo. Io non ho espresso queste idee a bassa voce, in un angolo: ho dato loro forma e le ho portate in scena. Lottare contro la censura, di ogni natura e sotto qualunque regime, è il mio dovere di scrittore, così come lo sono gli appelli alla libertà di stampa: io sono un feroce partigiano di questa libertà e dichiaro che uno scrittore che possa farne a meno somiglia ad un pesce che dichiara pubblicamente di poter fare a meno dell’acqua. “Questo Bulgakov, socialmente reazionario, è inutile al teatro sovietico” scrivono i critici. Per le mie opere non vi sono speranze. Chiedo dunque al governo sovietico di esiliarmi d’urgenza. Faccio appello allo spirito umanitario del potere perché mi lasci in libertà, poiché come scrittore, nella mia patria, io non sono più utile.” (Michail Afanas’evič Bulgakov)

 

“<<La gloria è il sole dei morti>>: per pochi scrittori russi queste parole valgono quanto per Bulgakov. Comparve davanti ai lettori, compatrioti e stranieri, dal non-essere; affiorò come il primo strato di un antico affresco, tornò alla luce come i quadri di un pittore caduto nell’oblio.”: sono queste le parole con cui Marietta Čudakova, probabilmente la più accanita studiosa di testi bulgakoviani, salutava il Genio di Kiev, dedicandogli la celeberrima frase di Honoré de Balzac. Ebbene, quelle ombre, quelle nebbie, quella malsana voglia di oscurantismo sembra oggi aver nuovamente colpito le creazioni dell’autore; forse a causa dei tempi bui che ci è dato in sorte di vivere, così lontani eppure così vicini e simili a quelli vissuti da Bulgakov, in cui la violenza reazionaria del potere è tornata a farla da padrone, permettendosi di mettere a tacere qualunque voce dissidente con ogni mezzo possibile, sino a giungere alla totale soppressione, ci pare che le sue opere siano state nuovamente messe alla berlina, silenziate, allontanate, esiliate, per essere poi affrancate solo grazie all’intervento liberatorio di menti illuminate che vigilano affinché il buio dell’arretratezza culturale non ci catturi tutti. È questo il primo di una serie infinita di motivi per correre a teatro a vedere e sentire al Teatro Abeliano di Bari – e poi in tutta la sua lunga tournée nazionale – la Compagnia Licia Lanera impegnata nella trasposizione di “Cuore di Cane”, il romanzo capolavoro che Bulgakov scrisse nel 1925, appena trentaquatrenne, con lo scopo preciso di scandagliare i torbidi fondali della corrotta società sovietica, di raccontare, utilizzando una storia satirica, fantasiosa e fantastica, in cui fanno però capolino le conoscenze scientifiche dell’autore raccolte nella sua attività di medico, le tante incongruenze e gli innumerevoli dubbi legati a quel periodo storico di grande cambiamento, di realizzare, attraverso la lente dell’allegoria, una feroce, definita e definitiva critica alla borghesia, soprattutto la nuova, quella post rivoluzionaria, ed alla sua eterna lotta nei confronti del proletariato, operazione che si meritò l’ostracismo da parte della censura russa, che ne ha permesso la pubblicazione solo nel 1987, addirittura un ventennio dopo l’Italia.

La storia è nota. Un cane in agonia giudica l’umanità, fino a che un apprezzato professore di medicina, Filip Filipovič Preobraženskij (che si potrebbe tradurre in “colui che trasfigura”), lo salva prendendolo con sé e dandogli nome Pallino. Da questo momento in poi, la vita del randagio muta considerevolmente, in quanto le attenzioni che gli vengono rivolte lo trasformeranno, quasi a sua insaputa, in un agiato cane borghese. Un giorno, però, il chirurgo decide, insieme al suo assistente Bormental, di sottoporre il cane ad un folle ed inedito esperimento, trapiantandogli i testicoli e l’ipofisi di un uomo morto. Le esigue possibilità di successo si materializzano inaspettatamente in tutta la loro potenza quando Pallino si trasformerà in un individuo che, pur conservando un innato istinto animalesco, non disdegna di citare Marx ed Engels, arrogandosi il diritto di avere un nome ed una identità propria, una evoluzione che, al suo padrone e “creatore”, appare piuttosto come una infinita ed irrimediabile involuzione; quando il chirurgo comprenderà che quel che ha generato si è trasformato in una snaturalizzazione del suo mondo dorato e della sua  società, che potrebbe non riconoscersi in questa nuova entità umana ed animalesca e, quindi, rischiare di perdere il potere acquisito, temendone la deriva, si deciderà ad annullare gli effetti della portentosa scoperta scientifica, facendo tornare Pallino alla sua condizione canina.

Il tema fantascientifico, nuovamente affrontato da Bulgakov nello stesso anno con l’altro romanzo breve “Uova fatali”, che ha fatto sì che “Cuore di cane” fosse spesso avvicinato al “Frankenstein” di Mary Shelley, a questo accomunato anche dalla forma diario utilizzata in parte da entrambi, in realtà qui è poco più che un pretesto per sviluppare un analitico j’accuse nei confronti di una scienza scriteriata, con cui lo scrittore è certamente venuto in contatto nei suoi anni da medico, libera di sperimentare, senza più limiti, scrupoli e morale, qualsiasi commistione tra umano e disumano, nonché, soprattutto, una grottesca e violenta critica sociopolitica che, con tutta probabilità, non è rivolta soltanto ai regimi assolutisti ma anche alla stessa natura umana nella sua totalità.

A questa seconda chiave di lettura, crediamo – anzi, ne siamo praticamente certi – si sia rifatta la Compagnia barese, in modo che, risalendo la mutevole corrente dei flutti dell’impetuoso fiume del pensiero e dell’umana esistenza, si potesse esprimere tutta l’attualità del messaggio bulgakoviano, cogliendone l’essenza, focalizzando l’attenzione sull’uomo contemporaneo e sul suo egocentrismo, su quella folle persuasione di essere l’artefice delle proprie azioni, senza realizzare che spesso, per sua stessa colpa, è poco più che una mera comparsa di una rappresentazione, di una storia che qualcun altro ha scritto per lui; in tal modo, “Cuore di cane” riacquista tutta la sua deflagrante forza di contestazione sociale, di protesta collettiva, di proposta rivoluzionaria rivolta alla nostra identità più profonda, alle nostre coscienze troppo a lungo sopite. Prima tranche di un trittico dedicato agli autori russi, dall’intrigante titolo “Guarda come nevica”, lo spettacolo ha in Licia Lanera, che ne ha curato anche adattamento e regia, la sua sublime protagonista, padrona assoluta della sua immensa arte al punto da rinunciare finanche alla sua inimitabile mimica facciale, indossando una di quelle maschere, creata da Sarah Vecchietti, care al teatro di Danio Manfredini (ma che a noi ha ricordato anche il Peter Gabriel dei primi Genesis), per rendere tutti i personaggi come fossero pupazzi, marionette di una realtà confusa, ma anche per assumere una non-identità, divenire un essere ibrido, uomo e cane al tempo stesso, e cangiante a proprio piacimento, a cui “bastano”, per potersi esprimere, due occhi di brace, dai quali si intravede un mondo intero, ed una voce dalla ineguagliabile carica espressiva, caratteristiche che fanno di questa nuova fatica la giusta prosecuzione, a nostro modesto parere, dell’ottimo “The Black’s Tales Tour”, rinnovandosi anche in questo caso la presenza live – stavolta ben visibile sul palco – del geniale Tommaso Qzerty Danisi e delle sue diavolerie elettroniche da cui riesce ad originare suoni di coinvolgente atmosfera. Bardata di bianco da Sara Cantarone, come in “Due”, spettacolo capolavoro delle Fibre Parallele, una di quelle opere che andrebbe messa in scena all’infinito, ed avvolta dalle incantevoli luci di Vincent Longuemare, la Lanera dà vita ad una performance – come sempre – indimenticabile, che sarebbe riduttivo definire un semplice monologo, ma che crediamo sia più giusto annoverare tra i concerti d’orchestra, in cui l’ensemble, oltre alla già ricordata preziosa partecipazione di Qzerty, è composto dalla sola ugola dell’interprete. Grazie a lei, i personaggi “sono” il loro linguaggio, proprio come Bulgakov aveva pensato e voluto, pregni di una sonorità compiuta che ci fa supporre che il lavoro potrebbe essere compreso anche da chi non ha dimestichezza con la lingua italiana, tanto è vero che, già attraverso le diverse intonazioni, appaiono perfettamente riconoscibili, nelle loro stratificazioni e gerarchie, il (cane) proletario col suo parlare colmo di imprecazioni, il professore borghese che si fregia della sua aristocrazia e della nobiltà semiologica, i ricchi pazienti (tra cui un sospetto milanese che se la intende con le ragazzine), i compagni burini e finti rivoluzionari ma in realtà schiavi del regime; ognuno di loro, caratterizzato a dovere dalla nostra primadonna, sembra essersi impossessato del corpo dell’attrice, che ne viene quasi attraversato (“Così colpisce il fulmine, così colpisce un coltello a serramanico!” diceva Bulgakov in altro suo capolavoro), in un sublime, caleidoscopico ed eccitante crescendo narrativo ed interpretativo, che giunge sino a dilatare lo spoglio spazio del palcoscenico, occupato solo da una lampada ed una poltrona, in una dimensione infinita di sublime fascinazione in cui lo spettatore meravigliosamente si perde, e che – parafrasando la citazione riportata in apertura d’articolo – fa, ancora una volta, di Licia Lanera un’Artista non solo essenzialmente utile, ma assolutamente necessaria per il nostro Teatro.

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