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Le favole di psiche: una ginnastica per la mente. Passeggiando con sé

10 set 2018 | 4 Commenti | 1.478 Visite
Di:

giorgiacolucciaCon questo articolo Giorgia Coluccia inizia un nuovo viaggio, una nuova rubrica, «Le favole di psiche: una ginnastica per la mente», per il nostro giornale. Psicologa nata a Bari, città dove vive e lavora. Laureata presso l’università degli studi “Gabriele D’Annunzio” di Chieti-Pescara è attualmente specializzanda presso l’Istituto Romano di psicoterapia psicodinamica integrata (IRRPI), DI Roma.

C’era una volta, tanto tempo fa, una compagnia di dieci soldati. Erano stremati da una lunga guerra, (una delle tante che il genere umano è riuscito a consumare lungo la sua storia), e cercavano fra valli boschi colline la via del ritorno a casa. Erano giorni ormai che procedevano in direzione Sud attraversando vaste distese di campi tutti uguali, lunghi steli d’erba bagnati dalla rugiada al mattino e sferzati dal vento di sera. Le notti le passavano seduti intorno al fuoco, mangiando le ultime provviste negli zaini, accucciati a turno nei sacchi a pelo. D’improvviso una mattina, dopo aver scalato una collina, apparve loro la riva di un grande fiume e man mano che la nebbia si sollevò, riconobbero la struttura di un ponte in legno. Era vecchio, pericolante, le travi consumate dallo scorrere dell’acqua, per attraversarlo bisognava aggrapparsi alle corde con la forza delle braccia e fare attenzione a mettere i piedi sulle poche traverse rimaste. Si cimentarono uno dopo l’altro, ognuno oscillando pericolosamente a ogni passo e per ciascuno che riusciva a raggiungere la riva opposta il fiume sembrava ingrossarsi sempre più finché a un tratto le travi si schiantarono sotto l’impeto dell’acqua e la corrente trascinò via fino all’ultimo pezzo di legno.

Spaventati i soldati si cercarono guardandosi negli occhi. Il più anziano, che per tutto il viaggio si era considerato una specie di guida, contò i compagni nel timore che qualcuno fosse stato trascinato via dal fiume. La compagnia era di dieci uomini ma lui ne contò solo nove. Colto dal panico si girò intorno alla ricerca del soldato smarrito e non riuscendo a individuarlo chiese agli altri di ripetere l’operazione nel dubbio di aver sbagliato. Uno dopo l’altro tutti contarono ma ognuno di loro trovò che la somma faceva sempre nove. Disperati, fermarono un pastore che aveva portato il gregge ad abbeverarsi. “Buon uomo – disse il più anziano – siamo dieci soldati ma ci contiamo solo per nove. Uno fra noi di certo si è perso ma prima di tornare indietro a cercarlo, ti prego, contaci un’ultima volta.”

terapiaIl pastore obbedì. Li schierò in fila, li contò uno ad uno, poi sorrise e annunciò: “Siete dieci. Non preoccupatevi, nessuno di voi si è perso.”

Vi è piaciuta? Non trovate anche voi che le storie siano uno strumento meraviglioso per raccontare la verità? Anche i concetti più complessi diventano facili da intuire. A condizione che si riesca a tornare tutti un po’ bambini. Perciò, provate ad immaginarvi al posto di uno di quei soldati, fate finta di essere davvero lì stesi sulla riva del fiume, dopo aver appena scampato il pericolo. Osservatelo questo pastore mentre conta i vostri compagni e vi dona la certezza che tutti sono sani e salvi. È la stessa sensazione che vi può regalare la terapia. Pace, serenità. Chi la conduce non è certo un mago dai poteri soprannaturali anche se a qualcuno piace crederlo. È proprio come il pastore, un uomo che possiede degli strumenti che rendono la sua visione dei problemi più ampia, più oggettiva e può condurre per mano la persona a vedere le cose con occhi diversi.

Quelli dello psicologo non sono certo poteri sovrannaturali, sono gli strumenti che formano il bagaglio di un professionista, frutto di anni dedicati allo studio alla formazione alla ricerca, bagaglio di cui la legge, (nella fattispecie la 56/89), definisce caratteristiche e obiettivi.

Ora ditemi, quali caratteristiche e quali obiettivi possono essere raggiunti senza lo strumento dell’amore per tutto ciò che è altro da sé? Non si tratta di essere migliori, solo più attenti, allenando ad esempio la capacità di ascolto, di osservazione, di empatia con il prossimo. Trasformarsi in compagno di viaggio. Non viaggio per il mondo con la macchina fotografica a tracollo, ma un altro, se vogliamo persino più intrigante, alla scoperta di sé stessi. Camminare in senso figurato, fra i sentieri della propria esistenza, tra le emozioni i desideri le esperienze le azioni e le reazioni le perdite e le conquiste della vita vissuta alla scoperta di risorse che non avremmo mai pensato di avere, per regalare ai nostri desideri contenuti che mai avremmo potuto nemmeno sospettare.

Certo, il decimo soldato! Quello che nessuno riusciva a vedere perché ciascuno dimenticava di includere sé stesso nella visione del mondo intorno. Vivere percependosi parte di un insieme è la cosa più difficile e al tempo stesso più affascinante. Io credo sia l’obiettivo da perseguire. Alcuni lo chiamano intuito, gli anglosassoni lo definiscono insight. Solo che non si può avere un generico insight del mondo intorno. Bisogna allenare questa qualità adattandosi ai temi che la vita propone. Tutto può essere utile per sviluppare “l’intuito della vita”, purché non siano elenchi di regole ma storie di gente contemporanea. Archetipi ovviamente. Cioè casi anonimi, temi trasformati in storie.

Che ne dite? Cercheremo di fare questo per i prossimi incontri, vi aspetto!

Per informazioni e contatti: giorgia.coluccia@libero.it

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4 commenti

  1. paolo cavalluzzi's Gravatar paolo cavalluzzi
    11 settembre 2018 at 16:09 | Permalink

    Bellissimo articolo

  2. Cristina callea's Gravatar Cristina callea
    11 settembre 2018 at 20:57 | Permalink

    Belle parole.. attendiamo il prossimo appuntamento!

  3. giada coluccia's Gravatar giada coluccia
    11 settembre 2018 at 23:37 | Permalink

    Tutti dovrebbero leggere un articolo del genere per migliorarsi la giornata e cominciare a guardare il mondo da un’altra prospettiva! Non vedo L’ora di leggere il prossimo

  4. Enrico Coluccia's Gravatar Enrico Coluccia
    12 settembre 2018 at 08:44 | Permalink

    C’è chi prescrive medicine o taglia col bisturi per curare il prossimo ed è un mestiere, bravo chi ci riesce. Chi sa curare con la parola però ha avuto in dono un arte. Bacio!

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