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Le favole di psiche: una ginnastica per la mente. Un padre, un figlio e un cammello (ultima puntata)

12 nov 2018 | Nessun Commento | 456 Visite
Di:

giorgiacolucciaCon questo articolo la dottoressa Giorgia Coluccia continua la sua rubrica, «Le favole di psiche: una ginnastica per la mente», per il nostro giornale. Psicologa nata a Bari, città dove vive e lavora. Laureata presso l’università degli studi “Gabriele D’Annunzio” di Chieti-Pescara è attualmente specializzanda presso l’Istituto Romano di psicoterapia psicodinamica integrata (IRRPI), DI Roma.

Qualche settimana fa vi ho raccontato la storia di un padre e di suo figlio, un quindicenne, che tornano in paese all’imbrunire in compagnia del loro cammello. Il padre, dopo aver fatto salire il ragazzo in groppa all’animale, si accontenta di continuare a piedi tenendo la bestia al guinzaglio. Ricordate i viandanti che incontrano per la via? Ciascuno ha da dire la sua e sono tutti rimproveri. Il primo biasima il figlio perché lascia il padre a piedi dopo una giornata di lavoro. Il secondo li ritrova che si sono scambiati di posto, il figlio ora è a piedi e il padre in groppa al cammello, e proprio per questo biasima il padre perché non si curerebbe del figlio e lo costringerebbe a camminare. Il terzo viandante li incontra quando entrambi sono montati sul cammello e anche lui li rimprovera. “Povero animale, mormora indignato, sopportare il peso di due persone!” Senonché nemmeno il quarto viandante, alle porte del paese, quando i due sono scesi dal cammello, risparmia la sua critica. Ride per la dabbenaggine dell’uomo che ha comprato una bestia da soma e non la sfrutta.

Questa la storia. Vediamo di commentarla insieme. L’altra volta ci eravamo ripromessi di non badare al comportamento dei viandanti. Tutti noi, chi più chi meno, ha incontrato e incontra persone pronte a sciorinare le loro critiche. Persone che si arrogano questo diritto spesso senza sapere cosa c’è dietro le scelte che giudicano. Credere che loro possano cambiare è tempo regalato alle ortiche. Ci sono stati, ci sono e ci saranno sempre. Avevo suggerito invece di studiare il comportamento di questo padre. L’idea è di immedesimarsi nel suo pensare e nel suo agire per vedere se ci sta offrendo degli spunti di riflessione su come vivere noi tutti l’esperienza dei viandanti che incontriamo sulla nostra strada.

giudizioIn realtà quest’uomo sembra obbedire, subito e comunque, a tutto ciò che gli viene contestato.

Perché lo fa? Per debolezza? Così appare a prima vista. In silenzio, senza il minimo cenno di reazione asseconda la critica dei primi tre viandanti e resta in silenzio davanti all’ultimo. Vediamo. Sale sul cammello al posto del figlio quando viene contestato al ragazzo di non rispettare l’anzianità del genitore rimasto a piedi, primo viandante; salgono entrambi in groppa all’animale dopo che il secondo viandante lo critica di lasciare a terra il figlio; ne scendono quando vengono rimproverati dal terzo di non rispettare l’animale e di costringerlo a camminare con due persone in groppa; questo padre rimane tranquillo persino di fronte alla risata del quarto e ultimo viandante che lo deride per aver comprato inutilmente un animale da soma.

Non reagisce, con nessuno. Al contrario, sembra cercare le critiche. Attende che ciascuno dei viandanti sia passato e poi obbedisce senza farsi notare. Nel nostro comune modo di intendere le relazioni questo è un segno di debolezza. Noi siamo abituati a dare piuttosto importanza a ciò che appare, a considerare forti, vincenti, coloro che reagiscono, che sanno come imporre il proprio punto di vista, che mostrano i muscoli. È istintivo, probabilmente è scritto in profondità nel nostro corredo genetico dai tempi antichi dato che la guerra ha occupato il maggior tempo della vita dell’uomo sulla terra.

Vi dicevo che a me piacerebbe però interpretare il comportamento di questo padre con un’altra chiave. Se ci pensate, basta cambiare il punto di osservazione. Invece di guardare a come è giudicato l’uomo dai viandanti proviamo a immaginare che sia lui invece a giudicarli. È questo il vero motivo per cui ogni volta sembra obbedire; non per debolezza o per mera accondiscendenza ma per verificare una verità che lui conosce bene e cioè che la gente è portata a giudicare soprattutto perché ha bisogno di sentirsi superiore, depositaria della verità e quindi capace di dettare le regole di ciò che è giusto. Quest’uomo è così certo di incontrare sul percorso fino al paese persone che lo criticheranno da cambiare ogni volta il modo di procedere di sé del figlio e del cammello. E attende, e quando incontra il giudizio dentro sé sorride.

Tutti dovremmo tenere a mente questo sorriso. Sia di fronte alle critiche che sentiamo, sia di fronte a quelle che vengono rivolte alle nostre spalle. Un sorriso che ci illumina da dentro; molto più vero e profondo della risata dell’ultimo viandante.

 Per informazioni e contatti: giorgia.coluccia@libero.it

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