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La rivoluzione anarchica di Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari è servita in “Amleto take away”

3 Feb 2019 | Nessun Commento | 509 Visite
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amleto-take-away-berardi-casolari (1)“To be o FB, questo è il problema! Chiudere gli occhi e tuffarsi dentro sé e accettarsi per quello che si è, isolandosi da community virtuali per guardare da vicino e cercare di capire la realtà in cui si vive? O affannarsi per postare foto in posa, tutte belle, senza rughe, seducenti, sorridenti, grazie all’app di photoshop? Dimostrare ad ogni costo di essere felici, mettendo dei ‘mi piaci’ sui profili degli amici. Pubblicare dei tramonti, un bel piatto di spaghetti o gli effetti della pioggia tropicale, sempre tesi, anche al mare, con un cocktail, farsi un selfie perché il mondo sappia dove sono, con chi sono e come sto. Apparire, apparire, apparire, bello, figo, number one, e sentirsi finalmente invidiato. To be or fb, this is the question for me!”

Cosa accade se si prende l’Amleto di William Shakespeare, un’opera immortale, un classico, anzi “il” classico per eccellenza, e se ne spalancano porte e finestre, anzi se ne scoperchia il tetto, se ne abbattono le pareti? Di certo entra aria nuova, fresca, e questo potrebbe essere indiscutibilmente un bene. Ma può entrarci dell’altro, una vita ad esempio, un’esistenza, un’esperienza, inconfutabilmente personale eppure capace di contenere i canoni dell’universalità, in cui tutti – da assoluti ed irriducibili perdenti – ci si possa ritrovare, rintracciare, riconoscere. A quel punto, il principe danese non è più il soggetto in primo piano, non è più l’interprete unico, non il protagonista di una storia che può ora definirsi – in tutti i sensi – privata, non il piatto principale del nostro fugace desinare, non più il testo, bensì il pre-testo, l’input, ma anche l’attenuante, la giustificazione, la scappatoia, il ripiego, lo stratagemma per tentare di inventarsi un rimedio all’imperante follia, di non assuefarsi alle parole ed ai gesti insensati che ci condannano ad una vita di apparenza, di costruire una umana difesa all’inumana realtà che ci è toccata in sorte, di sopravvivere, se proprio non è dato di vivere. Utilizzando l’effigie di Amleto, antico eppur sempre moderno simulacro, appare, quindi, credibile raccontare di se stessi, del proprio – travagliato e frammentario – percorso personale, della propria quotidianità, a partire dal rapporto – tutto amletico – con il proprio padre, e delle propria relatività, finanche giungendo a dissertare delle menomazioni, quelle fisiche che la nostra imperfetta matrigna natura ci consegna, ovvero quelle psicologiche, che, spesso, ci autoassegniamo ed autoinfliggiamo, vittime di una società in cui anche il sentimento diventa improbabile, artificiale, contraffatto, se non illeggibile, finanche storpiato nel lessico (“lo dice la parola stessa: Senti? Mento!”), in cui l’apparire sembra aver definitivamente vinto sull’essere, relegando quest’ultima ad una qualità superflua se non addirittura dannosa.

Per mettere in scena queste inquietudini non avremmo saputo immaginare menti migliori di quelle di Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari, ed infatti il loro “Amleto take away”, la produzione dell’omonima Compagnia e del Teatro dell’Elfo, con il sostegno di Emilia Romagna Teatro Fondazione, Festival di Armunia Castiglioncello, Comune di Rimini-Teatro Nove, è, come possono testimoniare gli spettatori, assiepati ovunque, della – purtroppo – unica replica tenutasi al Teatro Abeliano nell’ambito dell’annuale Stagione dei Teatri di Bari, un capolavoro assoluto, una preziosa architettura di gesti e parole che non ha riferimenti se non nella poetica teatrale alta di gente del calibro di Danio Manfrendini e Pippo Del Bono, sino a giungere (confronto quasi obbligato) al sommo Carmelo Bene. Ottimamente supportati dalle musiche di Davide Berardi e Bruno Galeone ed illuminati dalle luci di Luca Diani, Gabriella e Gianfranco costruiscono un meccanismo perfetto, lei un po’ più defilata, una sorta di regista in campo, che più che assecondare e sostenere sembra gestire, se non perfino amministrare, la poliedrica e caleidoscopica performance del compagno, immenso protagonista di un lavoro in cui convergono divertimento ed emozione, poesia e fisicità, croci e delizie, in altre parole esattamente quel che il Teatro è per la coppia pugliese-emiliana, se abbiamo ben compreso il prologo e l’epilogo che vedono lo stesso Gianfranco come un povero Cristo, inchiodato ad un sipario / palcoscenico posticcio che è, in uno, tormento ed estasi.

Con indosso una maglia dell’Inter, che è già di per sé una amara dichiarazione di irrisolto (“l’interista è programmato geneticamente alla sconfitta, noi la vittoria non sappiamo come gestirla”, asserisce il buon Roberto Vecchioni, mentre Beppe Severgnini gli fa eco affermando che “l’Inter è una forma di allenamento alla vita, è un esercizio di gestione dell’ansia, è un corso di dolcissima malinconia, è un preliminare lungo anni”), o in abito adamitico, l’attore, insignito quest’anno del premio Ubu quale miglior performer, fa sempre la sua parte, tanto che racconti del padre operaio all’Ilva, dai cui capelli estraeva ogni sera il pulviscolo di carbone nero, o della scoperta della malattia che lo priverà della vista a soli vent’anni, o dello scontro tra Amleto e Ofelia (interpretando entrambi), icona e antesignano degli odierni incontri “al buio” con le conquiste social, talmente attesi ed idealizzati – in un’altra delle vittorie dell’apparire sull’essere – da “estrinsecare” i propri fisici effetti ancor prima di giungere all’immaginato atto sessuale, e di tanto, tanto altro.

Era da tempo che non assistevamo ad uno spettacolo così coinvolgente, intelligente, divertente, ironico, un ingranaggio praticamente perfetto sin dalla scrittura, che trova il suo magnifico interprete in un Berardi in stato di grazia, che, nello stesso momento, è quello che è, quello che appare, ed anche ciò che non è, che vuole o non vuole essere, giullare irriverente e riluttante, assoluto padrone di quella scena che egli stesso si è creato addosso; è come se questo Amleto, uomo / personaggio “vero” in un mondo che, ricercando la verità, trova solo altra finzione, in cui il “non essere” è la norma, cercasse di trascinare noi tutti con sé, verso una nuova consapevolezza della possibile vita al di fuori della contemporaneità cui ci siamo assue-fatti, lanciando la sua personalissima rivoluzione, un alito di ribellione che, pur non assolvendo, ci ricorda (è sempre Severgnini a dirlo) “che a un bel primo tempo può seguire un brutto secondo tempo. Ma ci sarà comunque un secondo tempo, e poi un’altra partita, e dopo l’ultima partita un nuovo campionato”.

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