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La Grancia a Brindisi di Montagna nel cuore della Basilicata attrae sempre più turisti anche stranieri

12 ago 2017 | Nessun Comento | 604 Visite
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Grancia - La storia bandita, gran finale - Al centro Angelo Pessolano nei panni di Carmine CroccoPiù che un paese è un grande condominio. A Brindisi Montagna ci si saluta tutti. Ci si deve salutare. Proprio per le dimensioni davvero micro del centro urbano. E anche perché le novecento anime – che d’autunno e d’inverno si dimezzano – di Brindisi Montagna si conoscono tutti, ma proprio tutti. E quindi pure il visitatore occasionale o il turista è “costretto” a dare il buongiorno a tutti coloro che s’incontrano.
Certo, l’anagrafe conta molto in questi casi. E quella brindisina è piuttosto datata. Ma da un lato il senso di appartenenza alla comunità, dall’altra l’innata cortesia della gente di montagna, fanno sì che il concerto dei buongiorno e buonasera sia melodioso. E componga la colonna sonora di un modo di esistere che ancora si riesce a trovare nelle pieghe della nostra Terra.
Fa caldo anche sulle Dolomiti lucane. Il termometro segna 39° e la notte della storia bandita ti avvolge con il suo calore: la potenza della rievocazione e il tepore di un clima inimmaginabile a queste altitudini. Il paesello è a 865 sul livello del mare, la valle del Parco della Grancìa qualche decina di metri più in basso.
Ecco, la Grancìa è diventato il cordone ombelicale della piccola comunità. Che nel ’99 ha scoperto il tesoro della storia. Di quella “bandita” (nella doppia accezione di messa al bando e nel dimenticatoio, e di strambo aggettivo che accenna ai briganti, ai banditi) che diventa volano di un’economia che dà lavoro e speranza.
La Grancìa era per i camaldolesi, i certosini e per altri ordini monastici il nome dato alle fattorie di quei religiosi. Senza l’accento è voce utilizzato nel senese e probabilmente ha derivazione dal tardo latino “granica”, appunto deposito di grano. Nel 1503 una badìa abbandonata dai monaci basiliani venne donata dai principi Sanseverino ai monaci della Certosa di Padula. Quindi, venne eretta a Grancìa di San Demetrio nel 1503 e divenne una grande azienda rurale condotta proprio dai laici. Il massimo splendore fu toccato nel corso del Settecento. Dopo la soppressione degli ordini monastici per mano di Napoleone nel 1806, la Grancìa fu acquistata da privati e poi rivenduta allo Stato negli anni Venti.
Il Parco brindisino è il più esteso tra le strutture italiane cui è possibile attribuire la definizione di Parco storico rurale e ambientale. Nel pomeriggio di ogni fine settimana da luglio a settembre, questo versante della Grancìa si trasforma in una grande macchina del divertimento. Quello intelligente, che lascia il segno in tutti i visitatori, di tutte le età, per famiglie e gente in cerca di emozioni particolari ma mai banali. C’è l’antica arte della falconeria, ci sono gli animali, con asini e buoi grandi protagonisti, ci sono i laboratori del gusto, c’è il borgo dei sapori e la riproposizione della cucina storia dell’Ottocento, ci sono gli antichi giochi della ruralità e la possibilità di volare con la mongolfiera, magari per vedere un po’ più da vicino i rapaci, c’è il rural fitness e poi c’è l’attrazione principale, il Cinespettacolo.
Grancia - ballo sul carroLa Guerra Civile
Dopo averlo sentito introdurre l’argomento, la domanda sorge spontanea: mi scusi, ma lei è un nostalgico?, insomma, un neo-borbonico? No, risponde con fermezza e consapevolezza Massimo Orsi, intabarrato nella divisa di scena, quella di un soldato dell’esercito di Francesco II. Il figlio di Ferdinando II, il re bomba, regnò per poco meno di due anni: salito al trono a maggio del 1859, dovette abbandonarlo a marzo del 1861, dopo l’assedio di Gaeta.
Al Parco della Grancìa la storia diventa controstoria. Uno dei gli ospiti più importanti passati da queste parti, spiega Nicola Manfredelli, direttore della struttura di Brindisi Montagna, è stato Lorenzo Del Boca. Già, l’autore di “Maledetti Savoia” e di “Indietro, Savoia”. E fra qualche giorno verrà Lino Patruno, autore de Il meglio Sud. Che dello Stato borbonico elenca le grandi realizzazioni, l’organizzazione delle istituzioni, la disponibilità a costituire un grande Stato federato con la benedizione di Pio IX.
Torniamo al “soldato”: i vincitori scrivono la storia secondo i loro interessi. Accade spesso. Ecco, forse non è accaduto in America, a proposito della guerra civile tra confederati e unionisti. Invece, i piemontesi hanno piegato la storia alle loro ragioni e l’hanno spiegata secondo le loro convenienze. Un manipolo di uomini sbarcati a Marsala – guarda caso un porto controllato dagli inglesi, che avevano interessi per il famoso liquore – non poteva battere un esercito ben organizzato e formato da soldati professionisti, forte nel complesso di 120mila uomini. Eppure è quel che accadde a Calatafimi il 15 maggio del 1860, giornata chiave di tutta la spedizione dei Mille: poco più di una scaramuccia, ma dalle conseguenze strategiche disastrose per le Due Sicilie, il cui esercito andò sfaldandosi.
brindisi scorcio fioritoSulle conquiste di Giuseppe Garibaldi e sul precipitoso arrivo di Vittorio Emanuele II si sono spese non fiumi ma oceani di parole. Un po’ meno su quel che accadde dopo. Anche in Basilicata. Il sovrano sabaudo era considerato un invasore, le truppe sabaude praticamente degli occupanti. Cambiava il padrone, ma non cambiava la condizione dei cafoni. Un po’ la storia straordinariamente descritta da Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel suo capolavoro, Il Gattopardo. Grazie a quell’humus sorse il fenomeno del brigantaggio, troppo in fretta liquidato come la reazione di gruppi di criminali più o meno organizzati in bande che gonfiarono le loro fila grazie agli sbandati dell’esercito di Napoli e Palermo, le due capitali del Regno delle Due Sicilie. La gente si chiedeva – ci ricorda il “soldato”-narratore – perché il re non si fosse fatto chiamare Vittorio Emanuele I, visto che era diventato a marzo del 1861 il primo re d’Italia, e avesse invece scelto di continuare ad essere il “secondo” della dinastia dei Savoia. E non dimentichiamo che i soldati borbonici non potevano essere considerati disertori: loro erano legittimisti perché avevano giurato in un solo Dio e in un solo Re. E moltissimi di loro furono deportati in veri e propri campi di concentramento, tra le gelide montagne del Piemonte, sradicati dalla loro terra e dai loro affetti e certo non trattati non come prigionieri di guerra.
Negli ultimi decenni il brigantaggio è stato studiato in modo diverso. Fu una vera e propria guerra civile, non un semplice fenomeno di banditismo locale. Una guerra che fece migliaia di morti, soprattutto a causa della feroce repressione seguita alla legge Pica del 1863 che aveva come principale intendimento la bonifica delle “Provincie infette”.
Grancia - Il pane di Federico il GrandeE proprio in questi giorni, dopo una mozione portata al Consiglio regionale dal Movimento 5 stelle, la “Storia bandita” è tornata di stretta attualità.
Con il rischio – questo sì – di trasformare i briganti e i borbonici in eroi, in Robin Hood che non furono e non vollero essere.
Il generalissimo
Carmine Crocco ha indossato un po’ tutte le divise. L’attore-volontario (Angelo Pessolano) che interpreta il personaggio a cui ha prestato la voce Michele Placido, a un certo punto, al centro del “proscenio”, si toglie la divisa dell’esercito borbonico, poi la camicia rossa dei Mille. E infine, resta in camicia bianca, su cui indosserà una lisa giubba verde. Sarà generale dei briganti. Così i francesi, durante la repressione seguita alla “rivoluzione” del cardinale Ruffo (Liberà, uguaglianza, fratellanza, lanciate verso il mondo dalla Bastiglia, erano diventate parole vuote, prive di significato concreto, a vedere quel che le truppe francesi combinavano in Basilicata) avevano definito chi si dava alla macchia per combattere i traditori dei principi scritti nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1793.
Crocco, dunque. Figlio di un pastore di Rionero, nel 1836 vede uccidere a bastonate dal fratello Donato il cane del padrone – don Nicola Santangelo – perché aveva sbranato un prezioso coniglio. Le coppole lunghe guidate da don Vincenzo si vendicano e finiscono per far abortire la mamma, che diverrà pazza. Poi, qualcuno spara a don Vincenzo e lo ferisce. La forza pubblica, per non saper né leggere né scrivere, arresta il padre. La famiglia Crocco non c’è più, racconterà ai cinque figli lo zio Martino.
La gente parte, emigra in cerca di lavoro. Va in cerca di fortuna anche Carmine, che diverrà soldato. Intanto, sulla terra di Lucania le piccole e povere storie dei cafoni si intrecciano con la grande storia. Dopo le speranze tradite dai francesi, non cessano le rappresaglie. E la miseria.
granciaCarmine, dopo aver combattuto al Volturno con Garibaldi, finirà per “farsi” generale dei briganti, capo indiscusso delle bande del Vulture, in grado di controllare anche forze operanti in Irpinia e in Capitanata. Le sue capacità di guerrigliero lo portano a vere e proprie conquiste, da Lagopesole a Ripacandida, da Lavello a Venosa. E diventa una sorta di Robin Hood. Il governo borbonico in esilio punta tutto su Crocco e invia il catalano José Borjes (Gianmaria Petrone) per provare a trasformare le bande in vere truppe abili nelle azioni di colpisci e fuggi. I successi si moltiplicano, ma dopo la fine della collaborazione con Borjes, la deriva è fatale: il brigante rionerese, generale o meno, torna ad azioni di mero banditismo.
Secondo il racconto proposto ne La storia bandita, a tradire Crocco fu uno dei suoi uomini più fidati, Caruso (Marco Busciolano), innamoratosi della donna del generale. Ad arrestarlo sono i soldati del papa. Crocco, infatti, tenta di incontrare Pio IX ma il 25 agosto del 1864 finisce in catene.

La briganta
Uno dei momenti più accattivanti tra quelli che si trascorrono al Parco della Grancìa è senza dubbio il monologo su e di Filomena Pennacchio. Interpretata da Ludovica Fiorentino sbuca all’improvviso come dalle pagine della “storia bandita” è sbucato un personaggio di un’altra epoca ma al tempo stesso così contemporanea per la forza dei suoi gesti, per la passione che mette nelle sue scelte, per la miseria che è il brodo primordiale da cui scaturisce una vita violenta.
Forse Foggiana, forse della Baronìa, dapprima sguattera, poi moglie di un impiegato del tribunale di Foggia. Geloso da asfissiare. E magari anche per questo, Filomeno lo uccide infilandogli uno spillone in gola.
A vent’anni si dà alla macchia. L’incontro con i briganti è fatale. Inevitabile. Dapprima Giuseppe Caruso, poi Carmine Crocco, quindi Peppino Schiavone, forse l’unico vero, grande amore della sua vita. Le sue gesta diventano ben presto epiche, specie dopo l’agguato di Sferracavallo (4 luglio del ’63: uno degli episodi più cruenti e feroci del Far West all’italiana, con l’uccisione di dieci soldati italiani).
Storie di gelosie contaminarono la sua esistenza. Come quella che la portò al carcere e all’inabissamento (morirà a Torino nel 1815) dovuto anche al “pentimento” dopo la fucilazione di “Peppiniello suo”, il 28 novembre 1964: fu tradita da Rosa Giuliani, la donna di Schiavone. Dopo aver scontato 7 dei 20 anni di carcere cui era stata condannata dal tribunale di Avellino, sposò un ricco torinese.
Grancia 5DLa Storia bandita
Un po’ musical, un po’ teatro, molto cinema. Vissuto in modo molto particolare: un cinema senza pellicola, senza registrazioni. È il cinespettacolo “La storia bandita”. Un evento che, dal 1999, ha portato nel Parco della Grancìa quasi mezzo milione di visitatori. Abbiamo voluto rappresentare in chiave contemporanea e attraverso le ragioni dei vinti la dimensione sociale, culturale e storica della civiltà contadina – ci ha spiegato Giampiero Perri, incontrato subito dopo i “titoli di coda”, vera e propria anima della messinscena, di cui è stato ideatore e sceneggiatore. Che s’è giovato della collaborazione del premio Oscar Carlo Rambaldi. Lo spettacolo prevede la partecipazione di oltre duecento figuranti, tutti volontari, che in novanta minuti raccontano la storia della famiglia Crocco e del brigante lucano più famoso, Carmine Crocco. La voce del protagonista – straordinaria per intensità – è stata prestata da Michele Placido. Altre voci appartengono ad attori del calibro di Paolo Ferrari, Orso Maria Guerrini e Lina Sastri. Il palcoscenico è vasto 25mila metri quadrati, con un impianto audio e luci all’avanguardia, diretto da una cabina di regia che assomiglia all’interno di un’astronave. L’anfiteatro che ospita la rappresentazione può ospitare poco meno di quattromila spettatori.
Un’offerta completa
Allestimenti e rappresentazioni a carattere storico-spettacolare caratterizzano la giornata alla Grancìa. È possibile, come accennato, visitare la ricostruzione di un accampamento militare borbonico, una realistica riproduzione della vita della milizia borbonica curata dai Rievocatori milites luci, che permettono al visitatore di entrare nel contesto storico. Quindi il villaggio medievale, curato da Historia, che coinvolge il pubblico nella ricostruzione delle arti, dei mestieri e soprattutto della guerra e dei tornei dei cosiddetti “secoli bui”. Il villaggio offre anche la ricostruzione di laboratori di ceramica e di armi.
Imperdibile l’appuntamento con i maestri della Bitmovies: l’aquila delle Dolomiti lucane, il gufo reale, il barbagianni, le poiane di Harris e quella con la coda rossa, il falco, due cicogne e un corvo. Uno spettacolo fascinoso della falconeria contemporanea, direttamente derivata dall’arte inventata da Federico di Svevia. La mattina è possibile seguire anche una scuola pratica di falconeria. Lo spettacolo serale è condotto sul filo dell’ironia e della comicità.
Piacevole l’impatto con la Sfida del Risiko e con gli artisti di strada, oltre alla riproposizione dei riti ancestrali del maggio, con il matrimonio tra gli alberi.
La fattoria degli animali e le attività di play-pet sono un altro momento di grande interesse, soprattutto per i più piccoli.
Non mancano i Laboratori del gusto, per imparare a produrre r riconoscere alimenti nobili della tradizione lucana come latte, miele, pane, olio e vino.
Fondamentali il Borgo dei Sapori e l’offerta eno-gastronomica della Taverna di Posta, che riproduce un locale del 1859. Il menù offerto da Celestino è da leccarsi i baffi: pane e pomodoro e pane e cipolla, la zuppa di Ferico il Grande (mix di legumi serviti direttamente in un quartino di pane), l’arrosto di luganega e la “coppa ca ierva”, il mustaceum (frittelle dolci) con formaggio e miele.

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