La Gazzetta, dalla vecchia alla sede attuale…la nuova casa compie 40 anni

“Vi scriviamo, cari Lettori, dalla nuova casa della Gazzetta”: così si legge nella prima pagina de La Gazzetta del Mezzogiorno il 23 maggio 1972.
Sono passati quarant’anni dal trasferimento della Gazzetta dalla vecchia, gloriosa sede del ‘Palazzo del Giornale’ nella vecchia piazza Roma, alla nuova, attuale sede di via Scipione l’Africano. Quel ‘vecchio’ palazzo è stato demolito, piazza Roma è diventata piazza Moro e da quando il mondo, la società ha cominciato a correre, ad evolversi in modo così rapido e radicale, anche la ‘nuova sede’ è già vecchia.
Non di meno, nonostante questo glorioso ‘foglio’ abbia già raggiunto 125 anni dal suo primo vagito… è ancora qui… ‘a dare una mano’. A dare il suo modesto contributo per lo sviluppo sociale, culturale ed economico ‘delle sue genti’.All’alba di lunedì 22 maggio, una buona parte delle ‘maestranze’ - come si diceva all’epoca - finisce il suo turno di lavoro e ne inizia un altro per portare a termine l’evento più atteso della ‘famiglia’ della Gazzetta dall’inizio degli anni Sessanta: il trasferimento dalla vecchia, storica sede alla nuova.
Questo è il primo numero della Gazzetta fatto qui, nella nuova grande sede di viale Scipione l’Africano - si legge in un redazionale del 23 - nel corso della notte si è completato il laborioso e delicato trasferimento delle ultime macchine della tipografia e ora, cari Lettori, la copia che avete fra le mani è pensata, redatta, composta, impaginata, flanata, stereotipata e stampata tutta nella nuova Gazzetta.
Nelle ultime due righe c’è tutta la storia dell’editoria, della carta stampata fino all’avvento delle nuove tecnologie. Parole, oggi, senza significato per quanti si affacciano in un giornale. I giornalisti ci sono ancora, ma la figura del ‘poligrafico’ ha perso l’antico valore professionale. È in estinzione. Era il custode di almeno una decina di mestieri e competenze tecniche diverse, ma l’assalto, l’invasione delle tecnologie nei quotidiani hanno reso obsoleti interi cicli di lavorazione. Così, pur ostinandosi a chiamarsi ancora poligrafici, in realtà pochi sanno che nulla li accomuna all’antico mestiere.
Per tornare al trasferimento, se per un miracolo della natura fosse vissuto Martino Cassano, il fondatore de La Settimana, un ‘foglio’ che nel corso degli anni è diventato Corriere delle Puglie, Gazzetta di Puglia e infine La Gazzetta del Mezzogiorno, sicuramente avrebbe strabuzzato gli occhi di fronte a quanto hanno realizzato i continuatori della sua prima, timida creatura.
Ne aveva avuto un ‘assaggio’ quando il suo ‘primo redattore’ e discepolo, Raffaele Gorjux, aveva fatto costruire il ‘Palazzo del Giornale’, con tanto di globo luminoso sulla sommità della cupola, in piazza Roma. Ma questo edificio, questa meraviglia tecnica, frutto dell’esperienza di tanti anni di mestiere, di ‘arte tipografica’, è tutt’altra cosa per chi, come Cassano, è stato costretto a continui trasferimenti della redazione, della tipografia e dei locali per la stampa, mai sotto lo stesso tetto, fino al 1927.
Come sempre capita quando si va in una casa nuova, viene voglia di affacciarsi alle finestre, per guardarsi intorno - continua il redazionale - lì, in piazza Roma, eravamo nel centro della città murattiana e ci faceva da frontiera la ferrovia. Certe lunghe notti di veglia erano scandite dalle voci dell’altoparlante della stazione centrale: macchinista al binario sette, macchinista al binario sette. Di là dai binari si vedevano, sempre più numerose, le gru dei palazzi in costruzione. Lontano, oltre la Bari-Matera, fiammeggiavano di notte i bagliori della Stanic… la grande raffineria di petrolio che li ha spenti da tempo.
Ora siamo in un quartiere anch’esso, ormai, centrale rispetto ad una periferia che s’allontana sempre più. Siamo vicini di casa di quel Villaggio del Fanciullo che, 25 anni fa, sorgeva in campagna. E’ il segno, anche questo, del progresso compiuto dalla città, dalla regione, dal Mezzogiorno: un progresso al quale anche il nostro, il Vostro giornale, non poteva non adeguarsi. Questa nuova sede non è stata realizzata, infatti, solo perché, com’è giusto, chi ci lavora abbia ambienti adeguati e strumenti tecnici più efficienti e rapidi. E’ nata per continuare a servire ancora meglio, con l’umile, diuturno impegno di sempre, gli interessi vecchi e nuovi delle popolazioni meridionali, di questa gente che, anche attraverso la Gazzetta ha saputo concretamente esprimere il suo spirito d’intraprendenza, la sua ansia di rinnovamento e di sviluppo.
Quanta strada da quel… molto modesto Corriere delle Puglie che molto facilmente lascerà il mondo come lo trova… scriveva il suo fondatore Martino Cassano il primo novembre 1887… questo foglio non fa che un tentativo che, come tutti i tentativi, può darsi che riesca e può darsi invece che lo spinga a cadere ruzzoloni fra le gambe del prossimo.
Era un ‘piccolo’ giornale, ma proprio piccolo, un ‘pargoletto’ che abitava in un appartamento di due stanze in via Abate Gimma 59. Era composto di sole quattro pagine ed era distribuito per le vie della città da ragazzi smilzi e scalzi, gli ‘strilloni’, che andavano a ritirarlo dalla tipografia dei fratelli Pansini in via Argiro 42.
La ‘cautela’ di Cassano, figlio di un magistrato che aveva scelto di fare il giornalista e non l’avvocato come avrebbe voluto il padre, è d’obbligo. Egli, infatti, se ne sta tranquillamente a Roma, dove vive del lavoro di collaboratore del Fanfulla e della Gazzetta d’Italia, quando riceve la visita di una delegazione di concittadini benestanti che gli propongono di tornare a Bari e fondare un quotidiano che abbia a cuore gli interessi della piccola borghesia locale, promettendo altresì di finanziare l’impresa. Cassano, non se lo farà ripetere due volte, ma giunto a Bari, promesse e finanziatori svaniscono. Deluso, ma non piegato, mette insieme quel poco che possiede e il 15 novembre del 1885 vara La Settimana… un settimanale… tale che un giornale cittadino si compiace di chiamarlo rachitico.
Con la libertà di scrivere senza i ‘condizionamenti’ di quanti lo avevano contattato, quella borghesia terriera e mercantile della provincia e del ‘vecchio borgo’, il ‘foglio’ di Cassano ottiene rapidamente un grande consenso. Ironico, sarcastico, spesso irriverente com’era tipico dell’epoca, fortemente critico con l’Amministrazione locale, con un particolare interesse per Bari che comincia a chiamare la ‘Regina delle Puglie’, dopo tre numeri La Settimana raddoppia le vendite - mille copie al massimo - e due anni dopo quel… rachitico foglietto… tenta il grande balzo: il 1° novembre 1887 nasce il Corriere delle Puglie.
Il tentativo del caparbio Cassano riesce poiché… per una città di 60mila abitanti - come scrive egli stesso - un buon giornale è l’affermazione della propria forza, e Bari, non conseguirà mai, in faccia al Paese ed al Governo, tutta la considerazione che gli è dovuta se non provvede a colmare in modo degno questa profonda lacuna. Il nuovo quotidiano avrà un consenso crescente non tanto e non solo per le capacità professionali e gestionali di Direttori ed Amministratori che in tutti questi anni si sono avvicendati alla guida del Corriere delle Puglie, della Gazzetta di Puglia e della Gazzetta del Mezzogiorno, ma soprattutto per l’amore profondo che ha sempre unito questi uomini alla terra di Puglia, alla nostra terra: per l’orgoglio di vederla progredire e prosperare. Un orgoglio ed un amore che spesso ha superato e stimolato anche i tanti parlamentari che nel corso degli anni ci hanno rappresentati.
Colmata quindi la lacuna, il Corriere ed i suoi ‘figli’ diventano il punto di riferimento della cultura, dell’arte, della politica, dell’economia e finanche dello sport pugliese introdotto dal professore d’educazione fisica Onofrio Terrevoli.
Ed ora finalmente - scrive Michele Viterbo ricordando i primi passi del giornale - si cominciava a capire quale straordinario vantaggio poteva trarsi, e già si traeva, dal semplice fatto di avere un proprio quotidiano che esponeva e discuteva questi problemi.
Per il Corriere scrivevano o collaboravano Armando Perotti, poeta e strenuo difensore delle tradizioni popolari; Matteo Renato Imbriani, Nicola Balenzano e Nicola De Nicolò deputati anche di diverso colore politico ma che insieme, nel 1902, riescono a far approvare il progetto di legge per la costruzione dell’Acquedotto Pugliese.
Assidui collaboratori erano anche i paffuti Antonio De Tullio, per decenni Presidente della Camera di Commercio, Sabino Fiorese insigne economista e Sindaco di Bari; e ancora, Giovanni Bovio, Giuseppe Capruzzi, il ‘piccolo’, grande, Giuseppe Re David e tanti altri illustri personaggi dell’epoca. Il Corriere insomma diventa una tribuna di… lotte memorande - continua Viterbo - legate veramente al divenire e all’avvenire della Puglia, centro del progresso sociale della nostra terra… non c’era manifestazione d’arte a Bari come non c’era generosa iniziativa che non trovasse nel Corriere il suo sostenitore: esempio memorabile, l’opera spesa per far sorgere l’Ospedaletto per bambini poveri e ammalati; le battaglie per l’Acquedotto, l’Università, l’Istituto Superiore di Scienze Commerciali, il Porto, il traffico marittimo, la Società Puglia, l’incremento delle esportazioni, le garanzie per le rimesse degli emigrati, le scuole d’ogni ordine e tipo. E poi l’arte. Quando a Bari venne Giacomo Puccini, per la rappresentazione della sua ‘Manon’, il Corriere si prodigò in tutti i sensi per onorarlo; lo stesso fece quando venne Pietro Mascagni. E, quando Nicolò Van Westherouth e Pasquale La Rotella rappresentarono a Bari le loro belle opere liriche, trovarono nel Corriere il loro miglior illustratore: pagine intere furono dedicate ai due Maestri pugliesi.
Un giornale come ‘scuola’ professionale per i tre giovani collaboratori di Martino Cassano: Leonardo Azzarita, Raffaele Gorjux e Luigi de Secly continuatori lucidi, attenti e sensibili dell’opera del Fondatore, nonché ‘serbatoio’ d’arte tipografica per centinaia di giovani.
Poi, la ‘Grande Guerra’, sia pure vinta, lascia il Paese stremato ed il Corriere diventa preda delle banche e del ‘fervore’ politico seguito al dopoguerra.
Così, Martino Cassano, piuttosto che venir meno all’impegno assunto con i Lettori nel lontano 1887… il Corriere si propone di vivere dal pubblico e per il pubblico. Non è disposto ad arruolarsi sotto nessuna bandiera. La sua bandiera è il Tricolore e ciò pare debba bastare per soddisfare i gusti di tutti in un Paese dove le minoranze regnano ed i più scaltri governano… nel 1921 lascia la direzione del giornale al ‘focoso’ Capo della redazione romana, Leonardo Azzarita, molfettese, esperto politologo, nazionalista, ma non fino al punto da convogliare nel fascismo. Neppure un anno dopo, il 26 febbraio 1922, nasce la Gazzetta di Puglia per iniziativa di Raffaele Gorjux e con l’ausilio della maggioranza dei redattori del Corriere che cessa le pubblicazioni il 12 gennaio del 1923. Dopo l’iniziale entusiasmo, don Leonardo, si è estraniato dalla politica attiva, ha preferito restare fuori della mischia eclissandosi per tutto il Ventennio. Tornerà a firmare il suo primo articolo per la Gazzetta il 9 dicembre 1943.
Dal primo gennaio del 1924, la ‘testata’ del glorioso Corriere è assorbita dalla Gazzetta: Non potevamo lasciar morire il vecchio quotidiano scomparso al quale Martino Cassano seppe dare notorietà e fastigio in tutto il Mezzogiorno - si legge nell’annuncio - aggiungiamo quel titolo al nostro per due ragioni: perché la nostra Società ha rilevato tutta l’azienda dell’antico quotidiano, e perché nei suoi trentasette anni di vita, i più attengono un poco a noi, alla nostra storia personale e professionale oltre che a tutto quanto si riferisce alle vicende della nostra vita cittadina, provinciale e regionale.
Il successo della Gazzetta di Puglia è immediato. Non solo perché, in definitiva, rappresenta la continuità del Corriere, ma perché è confermata sia la funzione di… giornale schiettamente pugliese che intende dare l’opera sua maggiore alla risoluzione di grandi e gravi problemi che la ignavia dei Governi e il disinteresse degli uomini mantengono tutt’ora insoluti… sia l’indirizzo politico… difenderemo la Puglia nei suoi interessi agricoli e commerciali. Seguiremo il movimento sindacale e ci occuperemo delle classi più elevate come delle più modeste, fuori di ogni considerazione politica. Che colore politico ci distingue? Siamo liberali democratici senza pregiudizi di tendenze e siamo decisamente contro ogni violenza, contro ogni demagogia, contro qualsiasi estremismo.
Ma il fascismo ha altri programmi per il quotidiano pugliese. La grave crisi economica, la disoccupazione, in molte regioni la fame, sta conducendo il Paese sull’orlo della guerra civile. Non sono anni facili. Eppure, il giornale di Raffaele Gorjux nel giro di cinque anni porta a compimento due iniziative editoriali ed un sogno accarezzato da tempo: il 5 luglio del 1926 vara il primo numero della Gazzetta del Lunedì, stampato prima su carta azzurrina poi rosa, ricco di illustrazioni sportive e spettacolo con ampio risalto all’emergente calcio pugliese; il 10 marzo 1927 torna ad editare La Gazeta Shqipetare, che risponde ad esigenze politiche del momento, con redazioni a Bari e Tirana. Infine, il 28 dicembre 1927, è inaugurato il ‘Palazzo del Giornale’ realizzando anche un sogno del giovane architetto Saverio Dioguardi.
Intanto, nell’Italia già fascistizzata, il ‘regime’ pone a tutta la stampa nazionale un’alternativa semplice: chiudere o adeguarsi. Gorjux, pur di salvare il giornale, si adegua. Non senza prima sottolineare l’imposizione fascista: Da domani - si legge nell’editoriale del 25 febbraio 1928 - la Gazzetta di Puglia muta nome, si chiamerà Gazzetta del Mezzogiorno. Non è senza rammarico che siamo costretti a mutar nome a questo foglio, ma non è neppure senza orgoglio. Il fascismo che vuole fare della Puglia un ponte ideale ‘verso l’Oriente’, apprezza l’impegno del quotidiano pugliese che diventa… di dichiarata fede. Prima, però, se ne assicura il controllo azionario attraverso un Ente di diritto pubblico; poi, il 19 ottobre del 1928, ‘riempie’ il nuovo Consiglio di Amministrazione della Gazzetta di gerarchi e Sergio Panunzio, sociologo e teorico del fascismo diventa Presidente della Società, mentre Achille Starace, Araldo Di Crollalanza e Leonardo D’Addabbo, sono i nuovi consiglieri.
Con impegni nuovi e denaro fresco, gli anni Trenta sono indubbiamente i più intensi ed entusiasmanti del primo decennio di vita della Gazzetta del Mezzogiorno. Sono potenziate le attrezzature tipografiche ed è sostituita la vecchia rotativa con un’altra… usata, acquistata dalla Gazzetta del Popolo di Torino, che riuscirà a sopravvivere - a forza di ‘olio di gomito’ e grasso - fino al trasferimento nella nuova sede.
La Gazzetta, insomma, aderisce al fascismo, ma anche ‘irreggimentata’, resta il punto di riferimento di uomini che come Gorjux si battono per la soluzione dei grandi problemi che affliggono la Puglia. Nella Gazzetta e attraverso la Gazzetta si conducono battaglie decisive per l’istituzione dell’Università, la realizzazione del porto, il completamento dell’Acquedotto Pugliese, l’ammodernamento delle comunicazioni e la tanto agognata Fiera del Levante.
Insieme a Gorjux, personaggi come Antonio De Tullio, Araldo Di Crollalanza, Michele Viterbo e Gaetano Postiglione non antepongono mai la loro fede fascista agli interessi della Puglia e di Bari in particolare che anzi, proprio in questi anni, diventa quella… grande e bella città di murattiana memoria.
Poi vennero gli anni bui e i sogni di gloria dei fascisti e, perché non dirlo, anche di quegl’italiani di ‘poca fede’, si frantumarono nei deserti africani e nell’aspra terra d’Albania.
Il 6 giugno del 1943, proprio alla vigilia della caduta del fascismo, Raffaele Gorjux è stroncato da un malore al suo tavolo di lavoro: aveva 58 anni.
Dal 25 luglio all’8 settembre del 1943, c’è un frenetico avvicendamento alla direzione politica del giornale rimasto l’unico quotidiano nella zona libera del Paese. La penuria di carta lo limita alla pubblicazione di un solo foglio, poi addirittura alla metà di quel foglio. La carta assegnata non è sufficiente a soddisfare la domanda ed allora si ricorre al ‘mercato nero’ stampando e vendendo molte più copie di quante ufficialmente era consentito dagli alleati prima e dal governo provvisorio poi.
La Gazzetta sarà l’unico quotidiano italiano a non aver mai sospeso le pubblicazioni nel corso del 1943.
Gli Alleati arrivano a Bari il 12 settembre del 1943. Il giorno successivo un ufficiale inglese, il capitano Griegson del P.W.B., il potente organismo militare alleato sul controllo della stampa nelle zone occupate, prende possesso del ‘Palazzo del Giornale’ che da quel giorno diventa il più grande centro stampa dell’Italia libera. La nuova-vecchia rotativa ‘gira’ 24 ore su 24, sfornando la Gazzetta, tre giornali di lingua inglese, milioni di volantini destinati ai fronti di combattimento e persino le famose ‘am-lire’. Quando alla fine gli Alleati se ne vanno, lasciano la tipografia ridotta a uno scempio. Peggio, si portano via quasi tutto, dal più piccolo documento all’ultima fotografia.
Fortunatamente lasciano la collezione, la memoria storica della regione, del giornale. Senza, sarebbe stato difficile parlare, raccontare le tante cose, parlare di tanti uomini che hanno fatto il ‘miracolo’ di far vivere una testata giornalistica per 125 anni.
Luigi De Secly, protetto e tenuto ‘nascosto’ nel Palazzo del Giornale, con il tacito assenso di tutti anche dei gerarchi baresi durante l’intero Ventennio, al suo primo ‘vagito’ dopo la caduta del fascismo è arrestato e rinchiuso nel carcere di Bari per 21 giorni: il 28 luglio aveva scritto un articolo dal titolo ‘Viva la libertà’.
È il 23 dicembre del 1943 quando viene chiamato ad assumere la direzione della Gazzetta.
Il suo primo editoriale non è che una conferma di quei propositi politici e sociali dei suoi predecessori: La Gazzetta è un giornale liberale, senz’altre aggiunte superflue; un giornale di centro attentissimo agli interessi del Paese e delle nostre regioni al cui servizio unicamente essa è… un giornale d’informazione, rispettoso delle manifestazioni dell’altrui pensiero, da qualunque parte provengano purché, espresse onestamente e chiaramente… ma nessuno c’impedirà mai di discuterle e, se necessario, di confutarle.
Ma nuovi problemi, nuovi fermenti, nuove istanze scaturiscono dal marasma post-bellico che vanno definendosi attraverso il lungo periodo della ricostruzione nazionale. Sotto la guida equilibrata ed operosa di De Secly, che nei primi tempi ha messo il giornale a disposizione di tutte le forze politiche, la Gazzetta torna ad essere l’organo catalizzatore del progresso sociale, politico e culturale della Puglia, strumento propulsore per quel processo di saldatura nazionale, mai avvenuto, fra Nord e Sud.
Appoggia la riforma fondiaria, sposando le necessità dei braccianti contro i latifondisti, asseconda l’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno, la liberalizzazione degli scambi commerciali, il processo di industrializzazione e sostiene, infine, i partiti ed i Governi democratici nell’intransigente difesa delle libere istituzioni della Repubblica. E’ in questo periodo che, insieme ad accorti amministratori, si pongono le premesse economiche per la costruzione della nuova sede, annunciata dal prof. Paolo De Palma, nei primi anni Sessanta. Il resto, è storia moderna, ma con la velocità con cui corre la storia, raccontare di questo trasferimento oggi è come riferirsi alla preistoria.
Scriviamo, stasera, in questa sede che odora ancora di vernice fresca, in cui decine di uomini sono ancora alla prese con cavi telefonici, telescriventi, mobili, macchine da sistemare, strumenti nuovi da testare e, nonostante tutto, il giornale si fa, si deve fare, con il solito impegno… quale strumento di ascolto e di amplificazione delle ‘voci’ del Mezzogiorno, nell’ambito dei bisogni e delle scelte di fondo del Paese.
Fa un effetto strano pensare che il vecchio palazzo di piazza Roma è spento a quest’ora. Non è più la nostra casa. Ora, cari Lettori, vi scriviamo dalla nuova casa della Gazzetta.
Una casa che il 23 maggio prossimo compie quarant’anni.
Tag: corriere delle puglie , gazzetta del mezzogiorno , martino cassano , palazzo del giornale , raffaele gorjux
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