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Paul Wertico passa dal Pat Metheny Group all’opera lirica ma sempre con classe e personalità

15 apr 2018 | Nessun Comento | 262 Visite
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PAUL-WERTICO-FREE-THE-OPERAPer due giorni, la nostra Bari si è trasformata nella capitale della batteria; infatti, dopo lo strabiliante concerto della Steve Gadd Band (di cui abbiamo detto in altro articolo), è giunto nel nostro capoluogo anche l’ottimo Paul Wertico per un concerto organizzato dalle belle menti della Mast – Music Academy e del Teatro Anche Cinema, presso la cui sala, rimasta incomprensibilmente e colpevolmente per lo più vuota, l’evento si è consumato.

Eppure è strano che il nome di Wertico non sia ricordato facilmente dal pubblico e dagli addetti ai lavori, essendo spesso apparso nelle produzioni di Lee Konitz, Dave Liebman, Herbie Mann, Randy Brecker, Jerry Goodman e molti altri ancora, ma, soprattutto, per essere indissolubilmente legato al periodo del migliore e più prolifico Pat Metheny Group, nel cui organico è entrato nel lontano 1983, permanendovi per ben 18 anni e vincendo nientemeno che sette Grammy Award. Ebbene, gli assenti per questa volta non hanno avuto ragione, perché la serata è stata indubbiamente di altissimo livello, non solo per la performance del batterista statunitense, ma anche per la presenza sul palco del puntuale contrabbasso di Gianmarco Scaglia e, soprattutto, del sublime pianoforte di Fabrizio Mocata, che, in più di un’occasione, dimostrava di sostituirsi a Wertico nel ruolo di band leader.

Presentato dal sempre perfetto Alceste Ayroldi, il Trio ha proposto un set basato sulla loro recente fatica discografica “Free the Opera!”, progetto che si propone di reinterpretare le più famose arie d’opera in piena libertà jazzistica, lasciando che l’improvvisazione la faccia da padrona, idea non del tutto originale (pensiamo alle pietre miliari realizzate in tal senso del maestro Danilo Rea), ma che il gruppo sa interpretare da par suo, senza schemi e preclusioni, eliminando, principalmente grazie alle riscritture di Mocata, gran parte della polvere che soffoca le grandi pagine musicali del passato, così da renderle – talvolta – difficilmente riconoscibili, sino a che dalla cascata di note affioravano temi immortali come “La donna è mobile” dal “Rigoletto” di Verdi o “Nei cieli bigi” da “La Bohème” e il “Nessun dorma” dalla “Turandot” di Puccini.

E non vi è dubbio che il tentativo sia riuscito appieno, con momenti che rasentavano e, talvolta, superavano la perfezione, riuscendo a valorizzare la modernità nascosta nel pentagramma, con ogni musicista che, a turno, si guadagnava le luci della ribalta con assolo che denotavano gusto, classe e personalità, con il contrabbasso di Scaglia mai inopportuno, ma, pur nella sua linearità, sempre prezioso, ed il pianista siciliano che, come detto, toccava delle vette d’ispirazione davvero difficilmente raggiungibili, lasciandoci spesso senza fiato, ed il leader che riusciva a non ripetersi mai, affrontando, con la sua batteria minimalista (il muro di tamburi che utilizzava col PMG è un lontano ricordo, ed anche questo la dice lunga sulla raggiunta maturità artistica), ogni stile musicale con apparente disinvoltura, forte di un palpabile fervore che trasmetteva al pubblico in tutta la sua intensità.

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