Di: Maurizio Serio
L’Uomo Eterno di Gilbert Keith Chesterton
Mi emoziona parlare di questo libro, essendo stato un accanito “tifoso” della sua riedizione giacché mancava dalle librerie italiane dagli anni Trenta dell’ormai secolo scorso (!), pur essendo una delle riflessioni sullo SPIRITO più profonde apparse negli ultimi secoli.
Chesterton racconta il lungo, faticoso cammino dell’uomo attraverso la storia: è un cammino inteso in senso geografico, spaziale, che passa in rassegna tutte le forme di civiltà e di cultura che sono apparse sul globo terrestre dalla notte dei tempi (dall’uomo delle caverne alle grandi civiltà orientali, a quelle del Mediterraneo, sino alle distinzioni della nostra epoca tra Oriente e Occidente, fra Nord e Sud del mondo).
Ma è un cammino inteso anche in senso interiore e simbolico perché l’uomo primitivo, l’uomo delle caverne, arriva al Dio della caverna, della grotta di Betlemme, passando attraverso gli dèi dell’antichità; e a Lui sempre ritorna, nonostante (ma anche a volte grazie) alle filosofie e alle teologie che sono state elaborate lungo i secoli.
Il cammino spirituale dell’uomo incontra dunque una svolta nella grotta di Betlemme, in quella che le profezie delle Sacre Scritture chiamano “la pienezza dei tempi”. Questa svolta è un INCONTRO, un incontro col DIO-CHE-SI-FA-UOMO, col VERBO-CHE-SI-FA-CARNE.
Fosse tutto qui, rimarremmo semplicemente nel solco della narrazione biblica ed evangelica, e molti tra voi avrebbero ragione ad abbandonare la lettura del libro – e noialtri che lo presentiamo – al nostro destino. Ma ci sarà pure un motivo per cui questo testo è diventato la lettura spirituale preferita di molti intellettuali, portandoli addirittura sino alla conversione, come successo a C.S. Lewis, il celebre autore delle celeberrime Cronache di Narnia, in questi giorni trasposte al cinema.
Il motivo (ed è un motivo PARADOSSALE, come nello stile di Chesterton) è che questo libro è profondamente ANTI-INTELLETTUALISTICO. Mi spiego: Chesterton ribadisce con forza che la fede nel Dio incarnato non è riducibile a una mera esperienza intellettuale, ma è un incontro, da rinnovarsi quotidianamente, con la realtà del Dio vivo in mezzo a noi. Nella vita di ciascuno, così come in quella del mondo, se interroghiamo bel l’una e l’altra, i SEGNI della presenza di Dio e del suo passaggio non mancano.
D’altra parte, in virtù del libero arbitrio, ogni persona e ogni popolo, ogni nazione e ogni cultura, può scegliere se mettersi in ricerca e all’ascolto di questo segni o se passare la mano, anche accontentandosi di filosofie riduzioniste o di una religione del fai-da-te dove il vero Dio è il proprio Io, l’Assoluto immanente che pretende di giudicare tutto.
Spesso è proprio questo l’esito di un errato esercizio della ragione, una ragione che si isola e chiude la porta al mistero della trascendenza (“Dio è per sua natura un nome di mistero”, scrive Chesterton), così come chiude gli occhi davanti all’ancor più evidente realtà della propria incompiutezza e della creaturalità dell’uomo.
D’altra parte, è lo stesso Chesterton in questo libro e in altri, a ricordarci che l’uomo è creatura ma è anche creatore – subcreatore come direbbe J.R.R. Tolkien, che ha studiato alla scuola di Chesterton come tanti cattolici inglesi.
Creatore in due sensi:
1. perché partecipe al potere della procreazione attraverso l’unione di maschio e femmina;
2. perché attraverso l’arte, a partire dai graffiti sulle mura delle caverne per finire alle meraviglie dell’arte classica e contemporanea, l’uomo è sempre stato capace di astrarre dalla propria mente e dal proprio cuore immagini e sentimenti – come nessun altra creatura animale o vegetale ha potuto mai fare. Di più: l’uomo è in grado di comunicare con entusiasmo queste SCOPERTE e di fruire di esse con STUPORE, lo stesso stupore di Adamo ai tempi della giovinezza del mondo.
Vale la pena, allora, immergerci nella lettura di alcuni passi piuttosto significativi:
«Tutto quello che sappiamo di questo istinto di riprodurre gli oggetti adombrandoli o rappresentandoli è che esso non esiste in natura altro che nell’uomo; e che noi non possiamo parlarne se non parliamo dell’uomo come di qualche cosa di separato dalla natura», il suo vertice.
«L’uomo è il microcosmo; è la misura di tutte le cose; è l’immagine di Dio».
«La più semplice verità sull’uomo, è che egli è un essere veramente strano: strano, quasi, nel senso che è straniero a questa terra. In breve, egli ha più l’aspetto esterno d’uno che venga con altre abitudini da un altro mondo che di uno cresciuto su questo. Ha vantaggi e svantaggi sproporzionati.
Non può dormire nella sua pelle; non può affidarsi ai propri istinti. È, insieme, un creatore che muove mani e dita miracoloso, ed una specie di mutilato. È avvolto in bende artificiali che si chiamano vestiti; si appoggia a sostegni artificiali che si chiamano mobili.
Il suo spirito ha le stesse malcerte libertà e le stesse bizzarre limitazioni. Solo, fra tutti gli animali, è scosso dalla benefica follia del riso; quasi egli avesse afferrato qualche segreto di una più vera forma dell’universo e lo volesse celare all’universo stesso.
Solo, fra gli animali, sente il bisogno di staccare i suoi pensieri dalle profonde realtà del suo essere corporeo; di nasconderli talora come in presenza di più alte possibilità che gli creano il mistero del pudore. Sia che esaltiamo queste cose come naturali all’uomo, sia che le disprezziamo come artificiali e contro natura, esse rimangono nondimeno uniche. È quel che l’istinto popolare riconosce sotto il nome di religione, finché non lo disturbino i pedanti…»
Chesterton è profondamente persuaso del fatto che il cristianesimo metta in grado l’uomo di comprendere che il mondo non è cattivo, perché è uscito dalle mani di un Dio che è Amore, non da quelle di un demiurgo capriccioso o indifferente. E che siano la cattiveria degli uomini, le infedeltà degli uomini a questo “tremendo Amore” a renderlo a volte cattivo e brutto, invivibile. La realtà quotidiana, pur tra le difficoltà e le amarezze che tutti sperimentiamo, non è altro per Chesterton che un lungo appuntamento tra la Creatura e il suo creatore, questo Dio invisibile, lo troviamo nelle cose più materiali. È per questo che egli si fa di volta in volta cantore dell’amore umano, delle “pastorelle di terracotta”, del sorriso dei bambini, arrivando a comporre un testo, The Defendant, il Difensore [trad. it. Il bello del brutto, Sellerio], proprio per mostrarci come dietro le cose più prosaiche dell’esistenza si nasconde il profumo della poesia divina.
O, per usare una metafora cromatica, dietro ogni colore che può assumere la vita, c’è, come nell’arcobaleno, il Bianco dello Spirito che tutto comprende e a tutto dà luce.
Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 2008, pp. 352, € 18
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