Di: Edmondo Bertaina
Intervista ad Andrea Bellini, direttore del Museo di Arte Contemporanea di Rivoli
“Comprare un biglietto aereo, fare un salto nel vuoto, decidere di andare negli Stati Uniti è quello che mi ha salvato la vita”.
Così il nuovo direttore del Castello di Rivoli, Andrea Bellini, racconta di ciò che è stata la sua fortuna. E lo consiglia un po’ a tutti. Uscire, andare a farsi un giro per il mondo, a vedere cosa succede. Immagazzinare esperienze utili per il lavoro, la propria cultura, ma sottolinea, soprattutto per non avere rimpianti.
“Penso che convivere con i rimpianti sia terribile, sentivo che questo paese non poteva darmi quello che volevo, quindi ho scelto l’azione. In questo momento storico così particolare è importante formarsi all’estero, anche per poi tornare ma con un bagaglio diverso”.
Ammette che le cose possono andare bene o male, ma a livello esistenziale resta un’esperienza che permette di fare delle cose, di provarci. Anche il talento non va troppo enfatizzato, una cosa un po’ da dilettanti; meglio il vecchio duro e faticoso lavoro.
Se a qualcuno è sfuggito il museo di Rivoli è uno dei centri più importanti per l’arte contemporanea italiana. E da gennaio Bellini è il nuovo direttore in accoppiata con Beatrice Merz e con un Presidente televisivo di lungo corso: Gianni Minoli, indimenticato uomo di Mixer.
Nato nel ’71 Bellini possiede un curriculum di indubbio prestigio costruito oltreoceano, scrivendo e curando mostre importanti. Richiamato in Italia alla testa di Artissima, la fiera mercato torinese per l’arte contemporanea, le imprime una forte internazionalizzazione scatenando qualche obbligata polemica tra gli ammessi e i no, ed infine Rivoli.
Sul tavolo i progetti sono davvero tanti. E anche le aspettative nei suoi confronti. Si parla di una web-radio dedicata, un Rivoli- channel on line, di nuove prospettive per rendere il museo più fruibile, non solo casa dell’arte, ma luogo di meticciato tra pubblici diversi, un centro d’attrazione per esperire cose nuove.
I torinesi hanno accolto piuttosto bene il giovane direttore, cosa per nulla scontata.
“Torino è la città che ha investito con maggiore convinzione nell’arte contemporanea negli ultimi cinquant’anni, pur avendo per storia una fortissima identità che difende con ostinazione, ha sempre scommesso su innovazione e sperimentazione, è ambivalente, con due anime dove è possibile lavorare, possiede ancora un’etica del lavoro”.
Al direttore a questo punto chiediamo che cosa ospitano le pareti della sua casa. La risposta è ricca di suggestioni. Troviamo un’opera di Paolini, un multiplo di Gino de Dominicis, un multiplo di Salvo, una citazione di Celine dal Viaggio al termine della notte, un dono di Emilio Prini, un disegno di Andrea Pazienza e poi, incorniciata, una curiosità: un’autorizzazione della Questura di Torino, che accorda il permesso ad esportare al Moma di NY un’opera di Gino de Dominicis, intitolata “Il tempo, lo sbaglio, lo spazio” che è uno scheletro vero con i pattini ai piedi ed un’asta d’oro.
Non manca a questo punto un piccolo scoop.
La mostra già in programmazione della svizzera Pipilotti Rist sarà posticipata, e nelle stesse date, l’inizio di giugno, si potranno vedere i lavori di quel geniaccio di Vito Acconci. Ed ancora, una lieta sorpresa per coloro che amano la Los Angeles anni ’70 e i suoi dintorni culturali. A novembre inaugura una personale su John McCracken, minimalista di culto non troppo conosciuto in Europa.
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