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Intervista a Dario Di Vietri: il giovane tenore pugliese nuova promessa della lirica italiana

3 Giu 2016 | Nessun Commento | 1.261 Visite
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daÈ una delle voci più promettenti del panorama lirico italiano e ha dalla sua giovinezza e passione. Cosa risponde a chi vede in lui un possibile erede di Luciano Pavarotti? Sorride e ringrazia, ma evita azzardati paragoni col sublime Maestro che ha avuto anche come docente. Del resto il suo debutto lo ha fatto meno di una decina di anni fa nel ruolo del Pinkerton di Madama Butterfly, ma i riscontri positivi ottenuti sino ad ora lasciano confidare in una carriera che sarà solo in crescita. Parliamo del tenore pugliese Dario Di Vietri che sino al 31 maggio scorso è stato al Teatro Petruzzelli di Bari per interpretare il Cavaradossi della Tosca portata in scena da Giovanni Agostinucci, con la direzione d’orchestra del M° Giampaolo Bisanti e del M° Giuseppe La Malfa.

Un ruolo, quello del giovane pittore valoroso che si immola in nome dei suoi ideali, non nuovo per Di Vietri che già ne aveva vestito i panni nel 2014 all’Opera di Kazan diretto da Marco Boemi e nel 2015 all’Arena di Verona. Interpretarlo nel tempio della musica barese? Tutta un’altra emozione che definisce “speciale” ed ha rappresentato per il tenore pugliese la realizzazione di un sogno che lo accompagnava sin da bambino, quando al Petruzzelli era un giovanissimo spettatore in compagnia di suo nonno. Abbiamo scambiato una piacevole conversazione con Di Vietri prima che lasciasse Bari, ecco cosa ci ha raccontato.

Dario, prendiamo in considerazione tre delle “creature” pucciniane che hai avuto modo di interpretare nel corso della tua carriera: il Pinkerton di Madama Butterfly, il Calaf di Turandot e il Cavaradossi di Tosca. Come è stato interpretarli e in quale ruolo ti sei sentito più a tuo agio?

Mi sono trovato a mio agio prevalentemente nel Calaf di Turandot. Si tratta di treda2 personaggi completamente diversi: Pinkerton ce l’ho nel cuore perché è il ruolo con cui ho debuttato otto anni fa. È un personaggio molto spavaldo che seduce e sposa una donna per andarci a letto, fondamentalmente. Del resto lui, sin dall’inizio, prima ancora di sposare Butterfly sapeva già come sarebbero andate a finire le cose. Torna in Giappone solo perché scopre di avere un figlio, altrimenti non vi avrebbe mai più fatto ritorno. Per un tenore è un ruolo a livello tecnico non molto complesso da eseguire: canta tanto nel primo atto, nel secondo è in partenza per l’America per poi rientrare in scena al terzo. Il Calaf ho avuto la fortuna di interpretarlo all’Arena di Verona con una sostituzione perché il tenore era stato male durante il primo atto e nel secondo e terzo sono subentrato io. È stata una doppia emozione perché cantare nell’Arena di Verona gremita fa un certo effetto. Poi il pubblico dopo il Nessun Dorma è andato in visibilio e per me è stata una grande soddisfazione. Dopo un paio di giorni l’ho eseguito per intero con la direzione di un grandissimo Maestro come Daniel Oren e la regia di Franco Zeffirelli. Il Calaf è un ruolo molto bello per il tenore ed anche molto difficile: devi avere “gli acuti in tasca” per farlo. Se non sei sicuro sugli acuti diventa difficile. È un ruolo che da comunque tanta soddisfazione proprio perché, appunto, c’è un’aria tra le più famose dell’Opera come il Nessun Dorma ed è lì che il pubblico non aspetta altro che il tenore. Il risultato complessivo dipende tanto dalla riuscita esecuzione di quest’aria: se la canti bene, “il gioco è fatto”.

Per quanto riguarda, invece, il ruolo di Cavaradossi in Tosca?

da3La Tosca è una delle Opere che ho eseguito meno volte. È un ruolo molto romantico quello del Cavaradossi, una delle mie Opere preferite sin da piccolo. Cantarla è un’emozione, soprattutto qui al Petruzzelli perché ho un legame particolare con questo teatro: veniva sempre mio nonno e ci venivo da bambino. Ti dico la verità: è stato più difficile cantarlo al Petruzzelli che all’Arena di Verona, è stata un’emozione completamente diversa rispetto a quella provata in altri posti. Per me è molto più sentito cantarlo qui a Bari. Ho avvertito davvero molta emozione, non mi succedeva da anni. Mentre cantavo mi venivano in mente tanti ricordi legati a mio nonno che purtroppo non c’è più, quindi, per me è stata un’emozione a dir poco speciale.

L’aria E Lucevan le Stelle la si ricorda anche per la meravigliosa interpretazione che ne fece il Maestro Pavarotti. Tu lo hai avuto anche come insegnante. Che effetto fa misurarsi con un “mostro sacro” della storia della Lirica?

Non ci si può confrontare con Pavarotti. Per me resterà uno dei più grandi cantanti della storia e quel punto da raggiungere lì in cima alla montagna, è inutile provare a fare confronti. Bada bene, è positivo quando sento qualcuno dirmi che la mia voce gli ricorda un po’ quella del Maestro Pavarotti. È indubbiamente una cosa molto bella. Ma eviterei confronti.

Quanto è cambiato il panorama lirico italiano di oggi rispetto agli anni che hanno consacrato Pavarotti?

La Lirica oggi è molto cambiata: prima il cantante italiano portava il bel canto nel mondo,da4 adesso basta dare un’occhiata ai cartelloni per rendersi conto che sono più stranieri che italiani ad interpretare le Opere. Molte volte, anche a parità di livello, si preferisce prendere un esecutore straniero piuttosto che un italiano. E questo è un peccato.

A cosa credi sia dovuto questo fenomeno?

Beh, secondo me è perché Paesi come Russia e America hanno acquisito maggiore potere e peso nel mondo. Ognuno ha portato le caratteristiche della propria cultura e la propria tecnica vocale che si è mischiata con quella italiana. Adesso ci sono pochi insegnanti che ti sanno insegnare il bel canto com’è davvero il bel canto. Sono cantanti che hanno fatto tantissima carriera ma c’è anche gente che segue l’insegnante “per moda”.

Tu chi hai come punti di riferimento?

Pavarotti e il mezzosoprano Bruna Baglioni sono per me i punti di riferimento assoluti. La Maestra Baglioni è un’insegnante che seguo da tre anni e mi ha permesso davvero di fare un grande salto di qualità. Mi sta insegnando la tecnica del bel canto. Io stesso, prima di incontrarla, ero come dire… un po’ “traviato” da queste tecniche varie. La Maestra Baglioni mi sta indirizzando verso una linea di canto pulita e mi sta aiutando ad acquisire una tecnica che mi aiuti a gestire la voce anche nel caso in cui dovessi avere problemi in corso durante l’esecuzione, per portarla a termine comunque con un buon risultato.

Prendendo in considerazione due delle versioni di Tosca da te eseguite, quella all’Arena di Verona e quella portata in scena al Teatro Petruzzelli di Bari: quali differenze ci sono state?

da5In Arena la regia era di Hugo De Ana e come direttori d’orchestra ho avuto Julian Kovatchev e Fabio Mastrangelo, i cui genitori tra l’altro sono di Acquaviva delle Fonti e lui è un grande direttore che adesso vive e lavora a San Pietroburgo dove sta dirigendo tantissimi lavori. La differenza è prevalentemente legata ai due ambienti: è diverso cantare in uno spazio aperto come l’Arena rispetto ad uno chiuso come il Petruzzelli. Ho avuto la fortuna, però, in entrambi i casi di avere grandi direttori. A Bari è stato strepitoso lavorare con il Maestro Giampaolo Bisanti. È riuscito a farmi notare delle cose a cui non avevo fatto caso, anche delle virgole che fanno la differenza. Mi ha aiutato tanto nel calarmi nei panni del personaggio. In Arena, purtroppo, può anche capitare di trovarsi con un direttore diverso prima di andare in scena e questo non ti permette di fare un lavoro musicale continuativo. In Arena facevo parte del secondo cast di Marco Berti e, quindi, lui ovviamente ha fatto più prove di me perché doveva eseguire le prime recite. In scena all’Arena il direttore prevalentemente ti segue. Quando parte il tempo tu devi essere preciso, però. È diverso il tipo di lavoro che fai rispetto a quando sei in un teatro al lavoro in una produzione. A livello lavorativo la grossa differenza è questa.

E la differenza a livello di chiave interpretativa?

Rispetto a Verona il personaggio è cresciuto perché, ovviamente, avevo alle spalle già molte recite e più lo esegui più il personaggio che interpreti ti entra sia nella vocalità che nel corpo.

Quanto è difficile conciliare l’esecuzione canora con i movimenti previsti in scena?

È difficile. L’aspetto più complicato è proprio riuscire a muoversi e al contempo cantare correttamente. All’inizio il cantante è un po’ impacciato. Poi, ovviamente, c’è chi ha comeda6 dote un tipo di attorialità immediata, riuscendo a risolvere molte possibili problematiche. Io questa fortuna non sento di averla, però, ho studiato e mi sono impegnato tanto per riuscire a raggiungere questo obiettivo. Cerco sempre comunque di dare una mia impronta personale al personaggio. Capita a volte di incontrare registi che non riescono a mediare tra le esigenze del cantante, che deve armonizzare canto e movimento, e le esigenze di scena. Quando c’è ad esempio da eseguire un’aria, non dico che il cantante debba restare immobile, però, è il suo momento, quello in cui deve dare il massimo e il regista non dovrebbe costringerlo, ad esempio, a salire e scendere scale o roba simile. Dovrebbe ascoltarlo permettendogli di fare solo piccoli movimenti perché l’aria è il momento più difficile e che richiede maggiore concentrazione. Nel duetto è diverso: ti muovi mentre è il soprano a cantare. Nell’aria, invece, devi evitare assolutamente di commettere errori, anche perché è quello il momento in cui il pubblico ti aspetta. Se stai un po’ fermo, non fa niente. Anzi ti permette di raggiungere la concentrazione per dare il massimo nell’aria. E questo alcuni registi molte volte non lo capiscono. Ci mancherebbe, io comprendo quelle che sono anche le loro di esigenze perché hanno già in mente lo spettacolo e vorrebbero riportarlo fedelmente rispetto a come lo hanno immaginato. È necessario però dialogare e ascoltarsi, intendo tra registi e cantanti, così da ottenere insieme il risultato che entrambi si augurano di raggiungere, senza compromettere la resa della performance in alcun aspetto.

E a Bari come è andata?

Con Giovanni Agostinucci ho avuto la fortuna di fare un lavoro di pulizia del personaggio e la regia non ha richiesto fisicamente “salti mortali”. Ad esempio, io avevo delle difficoltà in un momento della prima aria perché non mi sentivo molto sicuro dove mi trovavo in posizione, ho chiesto di venirmi incontro ed è stata cambiata tranquillamente. E questo si verifica quando c’è l’intelligenza di capire anche le esigenze del cantante. Poi puoi trovare anche tanti altri registi che, invece, non se ne preoccupano restando fermi sulle loro idee perché è così che hanno immaginato lo spettacolo e non sono disposti a mediare tra le loro esigenze e quelle dei cantanti.

A livello di tensione, tra le prove generali, le prime e le ultime repliche, come cambia il tuo modo di avvertirla?

da7Alle generali in genere hai davanti un pubblico di ragazzi che viene ad assistere all’Opera: è una prova e psicologicamente non risenti di una tensione estremamente forte. È bello però sentire le ovazioni con cui ti accolgono i ragazzi alla tua uscita. Il pubblico della prima, invece, di solito è più freddo. Poi il cantante sa che tra quegli spettatori ci sono critici e addetti ai lavori, quindi la tensione è quasi inevitabile. Sei sulle spine e vorresti fare bene. Però mi è capitato anche di andare in scena alquanto tranquillo a molte prime. Qui a Bari, l’emozione l’ho sentita tutta invece. Ti ho spiegato la ragione, è stato tutto diverso. Mentre, per quanto riguarda l’ultima messa in scena, di solito si è più tranquilli anche perché comunque lo spettacolo è rodato e sai come vanno le cose. Sei indubbiamente meno teso, la regia va più spedita, sai cosa vogliono i direttori e fai tutto in maniera più serena.

Dario, meglio un applauso in più o una parola positiva in più?

Beh fa piacere sia l’applauso che la critica intelligente. Purtroppo, però, oggi proliferano blog su cui chiunque scrive quello che vuole senza cognizione di causa. Ci sono critici che hanno studiato musica e hanno le competenze per valutare l’Opera che vanno a recensire. Quando la critica ti arriva da professionisti come questi, la accetti e ci rifletti su costruttivamente. Molte volte, però, sui blog scrivono persone che si improvvisano critici e purtroppo poche volte chi legge riesce a distinguere tra il commento oculato di chi lo fa per mestiere e quello di un critico di fortuna.

E tu come reagisci alle critiche negative?

A me interessa che sia il direttore d’orchestra a dirmi che ho cantato bene e l’applausoda8 della gente perché è vero che tra il pubblico ci possano essere anche parenti e amici, ma per la maggior parte è composto da gente che non conosci e viene a vedere l’Opera per ascoltarti. E se il pubblico che hai davanti applaude allora vuol dire solo che hai cantato bene. Poi, puoi aver cantato meglio o aver cantato peggio, l’importante è che tu al pubblico abbia trasmesso qualcosa. L’importante è questo e aver fatto un lavoro sereno. I critici tanto hanno massacrato anche i più grandi, figurati se non dovrebbero farlo con me. Ma a me questo non interessa, vado dritto per la mia strada dando ascolto ai consigli della mia insegnante, sia quando mi dice che ho cantato bene sia quando capita che canti male, perché può succedere.

Sulla tua pagina Facebook ufficiale ti ho letto postare molte volte “I love my job”. Cos’ami del tuo lavoro?

Faccio un lavoro stupendo, un lavoro artistico che mi permette di cantare, quello che sognavo di fare sin da bambino, quindi credo si spieghi da solo perché amo così tanto questo lavoro.

 

Ringraziamo Dario Di Vietri e gli facciamo il nostro in bocca al lupo per il futuro. Al momento ad Atene per l’Aida, è possibile seguire il tenore pugliese attraverso il suo sito web ufficiale: www.dariodivietri.com

 

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