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LSDmagazine
Il vostro pezzo mancante. Cultura, Stile, Vita, Attualità, Relax e non solo.
         Direttore responsabile: Michele Traversa
Il testo abbandonato. L’Architecture Assasinée: Tutto lo sporco degli anni ’90 con la tecnologia degli anni ’70.

28 mag 2012 | Nessun Comento | 1.039 Visite
Di:

Parabita
Questo scritto apre di fatto una serie di riflessioni sul patrimonio architettonico pugliese condotte da me nel corso degli ultimi dieci anni parallelamente tra formazione e ri-accasamento nelle mie terre di origine, una rubrica che ho pensato di intitolare Stanze a sud e che questa rivista on-line ha benevolmente deciso di ospitare.

Il testo che segue è nato in occasione della lezione da me tenuta presso il museo della fotografia del Politecnico di Bari. La realtà è che in queste occasioni si tende ad essere perbenisti e come dice Carmelo Beneil perbenismo uccide la necessità di essere per bene” e quindi in quella circostanza istituzionale ho parlato d’altro. In realtà non era un voler sottrarsi alle proprie responsabilità, quanto voler difendere strenuamente le proprie passioni. Non era una provocazione, la verità è che non mi piace autopromuovere i miei lavori. Perchè ogni volta che qualcuno sfoglia un mio libro mi sento osservato dal buco della serratura.
Il sottotitolo, o il resto del titolo wertemulleriano apparentemente incomprensibile è un  teorema che  cercherò di spiegarvi attraverso due corollari:
1.    Non sono mai stato un fotografo
2.    Io campo di parole ma ho sempre usato parole in forma di immagini perché tra i tanti titoli che mi hanno affidato non c’è ancora la  laurea  in lettere, come mi ricorda sempre uno dei miei gioielli che spesso ostento, sgraziato come un anello della cresima e talmente goffo da non riuscirselo a togliere per il valore affettivo che rappresenta , e che ringrazio per la bellissima locandina. In ogni modo sono qui perché ho scattato poesie, un  prodotto assolutamente inutile, ma quasi mai nocivo e questo è uno dei suoi titoli di nobiltà. (E mi scuserete se lo dico parafrasando il Montale del discorso pronunciato in occasione dell’assegnazione del Premio Nobel per le lettere all’Accademia di Svezia il 12 dicembre 1975).

Che non sono un fotografo,  mi sembra alquanto scontato se guardate alcuni miei scatti. La questione è apparentemente semplice: mi sono sempre rifiutato di imparare a fotografare perché ho il timore di fare le cose nel modo giusto/con pre-meditazione come non ho mai voluto imparare a fumare. Però coltivo entrambi questi vizi, a casa conservo affettuosamente tre macchine una di mio padre, una Lupitel che se non venderò prima sarà l’unica cosa che costringerò a lasciarmi in eredità,  una canon Eos 500 degli anni 90, l’ultima non digitale che ho comprato quando ero studente e con cui facevo solo diapositive che conservo a centinaia, e  una digitale compatta che è quella che uso di più perché mi ricorda l’errore più grosso che ho fatto in vita mia.
Da poco mi sono fatto prestare  una polaroid, come atto di fiducia per un lavoro che sto facendo in questo momento, ed  è l’unica che mi diverte usare perché non serve saperlo fare quindi  mi lascia la liberta di  usarla a cuor leggero.  Grazie a quella persona che si è fidata facendomi il prestito avendomi visto solo una volta in vita sua.

Per farvi capire questa cosa dovrei cercare in qualche modo di spiegare il secondo corollario, la seconda condizione a contorno. Io cercherò di non farlo voi per favore cercate di non provare a capire.

Siccome in realtà parlo di me perché è l’unico argomento che non conosco veramente lo farò attraverso una  citazione del Mastro Lindo, solo per darmi un tono :

Il giorno che Zavattini disse “cazzo” alla radio, tutti gli animali e le anime di Italia sorrisero in cuor loro. L’aveva detto, meraviglia del suono, già l’immagine che evoca è confusa. Ognuno sa cosa è e per ognuno è diverso. Se due lo pensano uguale si stanno fregando. Possono incolpare la società, la chiesa, chi vogliono e tutti hanno le loro colpe, se li consola, ma sono cazzi loro per rimanere in tema.
In un decennio diventato un intercalare senza potenza e senza senso. Chissà cosa vuole dire ora. Anche questo è il potere della parola.

Ora tornando a citare me stesso, la Polaroid è una cosa che mi permette di vedere quello che è  al di la di tutte le costruzioni che facciamo attraverso la tecnologia, perché le polaroid rivelano immagini confuse, lo locandina-Antonio-Labalestrasporco del titolo, e non sapevano ancora quanto sarebbero stati sporchi quelli dopo il 90. Io credo che la tecnologia sia il pericolo implicito nel ricorso alla tecnica perché la tecnologia ci rende perbenisti. Oggi chiunque con un telefonino può fare una foto con la risoluzione di 9 mega pixel, magari con un i-phon.
Per quello io cerco di usare ancora la polaroid, perchè mi piace pensare di poter raccontare: Tutto lo sporco degli anni ‘90 con la tecnologia degli anni ‘70.

Questa citazione forse dovrei spiegarla, solo perché tornerà più avanti.
I CCCP erano un gruppo punk rock di ispirazione ideologicamente  molto definita,  come capirete dal nome che si erano dati. Il loro primo vinile si intitola Ortodossia e nella copertina si legge che potrebbe essere stato registrato live in Pankov che era il posto, nella Berlino est degli anni ottanta dove si pensava fosse ancora plausibile pensare alla realizzazione di una società comunista perfetta. In realtà ci andavano soprattutto i figli dei borghesi emiliani ad adorare i falsi idoli. Quando i CCCP hanno capito di essere solo tizi che andavano in giro con l’i-phon negli anni 80, farisei nel tempio che adoravano le icone come  falsi dei si sono sciolti. L’ultimo disco prima di sciogliersi è l’unico loro veramente comunista perché, parla di realismo socialista in Italia. Tutto questo lo si capisce, o almeno l’ho capito io, dopo anni che ascoltava le loro canzoni  solo guardando le loro copertine. I primi 3 lp, come vedete, sono iper costruiti, tecnicamente artefatti, innaturali perché parlano di arte-fazione di un modello, sono una  tra-duzione e quindi un tradimento. L’ultimo atto prima di sciogliersi è un altro vinile, Le foto della copertina sono di Luigi Ghirri. Se le guardate è come se Ghirri avesse fotografato la morte, quella sensazione di scioglimento, l’inutilità di sopravvivere a se stessi. E’ come se i CCCP per farsi liberare dall’errore chiedessero a Ghirri di mostrare le loro spoglie mortali. Ghirri non può che fotografare quello che rimane,  il sepolcro vuoto è quello che rimane dei CCCP, è quello alla fine che rimane del comunismo la sua parte più vera e meno utopistica:  Epica Etica Etnica Pathos, che è il titolo del disco. I CCCP allora pensano di chiamare  Ghirri perché evidentemente lo ritengono il più idoneo a fotografare un sepolcro imbiancato.
Non saprei spiegarvelo meglio da sobrio…
Però per ribadire il concetto vi citerò un esempio di alta letteratura

… avete presente la sua più bella canzone di Vinicio Capossela, che cos’è l’amour…?
In un suo concerto live che ho seguito da giovane come lo siete voi ora, era probabilmente ubriaco anzi sicuramente perché quando poi ci sono andato a cena insieme era un pezzo avanti a me, ad una fan particolarmente farisea che gli chiedeva da sotto il palco “Cos’è l’amour”, lui rispose con una cosa che gli sarà piaciuta tanto perché ho visto su youtube che la dice spesso nei concerti:
...l’amore è cieco, Dio è amore, Ray Charles è cieco; quindi Ray Charles… è Dio!

Se mi chiedete che cos’è per me l’architettura e la fotografia dovrei barare per non mentire e lasciarvi credere che lo stia facendo, ma siccome non sono capace di mentirvi potrei provare a fare un sillogismo come quello di Vinicio, con i CCCP, Rossi, Ghirri, dio,  il comunismo e l’amore.
Ci ho pure provato !
Aldo Rossi è un architetto, Luigi Ghirri è un fotografo, i CCCP sono morti,  quindi i CCCP sono dio.
L’Architettura è assassinata, Aldo Rossi è l’architettura , Luigi Ghirri è un assassino; quindi Ghirri è Aldo Rossi. L’architettura è assassinata da Rossi, Ghirri è un fotografo , Aldo Rossì è un architetto; quindi Aldo Rossi è un fotografo.

Un giorno intero perso ma come vedete non è venuto fuori niente di sensato…

Ecco cosa faccio con le Polaroid.  Se togli la tecnica,  il contorno, il fumo, il retro pensiero, quello che rimane è una deposizione del Pontorno o forse di Rosso Fiorentino. Se togli anche il cadavere rimane quell’istante, l’unico istante in cui tutto ha un senso… quando non è più notte ma manca ancora qualche minuto all’alba… quell’istante in cui vedi solo la verità.

È qualche giorno che mi interrogo sul senso del dire la verità. Di che senso abbia continuare a dirla, se a nessuno interessa, se non per martirizzarmi. Il rifiuto di barare quando si è consci che è l’unica cosa in cui si eccelle e l’unica per cui mi è concesso essere apprezzato. Questo è il senso di quello che faccio da 10 anni dentro questo hortus conclusus. Dentro il Politecnico.

Manibus pedisque confixis et clavorum transverberatione confissis.

Le foto serie per me sono come il latino,  mi piace il suono perché non capisco cosa vogliano dire le parole.
Ecco perché non ho mai imparato ne il latino ne  a fotografare. Solo le cose brutte possono permettersi di essere vere, perché non hanno il dovere di piacere a tutti i costi.
Ecco perché mi piacciono le polaroid perché  in quell’istante vedi solo quello che c’è di bello nella realtà. Che qualche volta, se si è fortunati può coincidere con la verità.

In tutto questo credo che c’entri Walter Benjamin e anche Friedrich Nietzsche o così mi sembrava quando riflettevo su queste cose, sul pericolo implicito nella tecnologia se non la usi  a tua insaputa. Forse questa cosa di fare le cose a propria insaputa è l’unica speranza che ci rimane. L’unica cosa che mi riesco  a farmi piacere della classe politica attuale è che quando viene sorpresa con le mani nel sacco dicono sempre che lo stanno facendo a loro insaputa, le case di Bossi, quelle di Fini a Montecarlo, le banche dei D’alema e consorte, quelle di Scajola e tutte le nipotine di Mubarack che doveva avere molte sorelle adesso che ci penso. Se fosse vero e non verosimile, io per me li voterei pure.

Alla fine della giostra il senso è che La polaroid mi permette di ibridare la potenzialità del gesto con la mia carne, con la passione, mi sembra quasi che quell’aura che Benjamin temeva si perdesse durante il fissaggio e la ri-produzione rimanga imprigionata. Quando aspetti che il fondo della stampa dal blu prenda forma… quell’attesa è meravigliosa. E’ un piacere di un attimo che non si può più riprovare a differenza dell’eiaculazione precoce di una digitale che si puoi riprovare all’infinito. Ecco questa riproducibilità infinita della digitale la trovo una perversione da onanisti.
Con un’istantanea fai altro e la cosa più bella è quella speranza che quello che hai catturato sia un tesoro unico è impagabile, almeno come l’odore che accompagna quel miracolo

Quando ho portato in Puglia il mio amico Federico Burbello, con cui condivido la passione per l’architettura e la bibliofilia oltre che qualche altra indicibile, è stato in un’estate del 2010. Quando ho rivisto gli scorsi giorni le foto sul catalogo che avrei dovuto presentare durante la lezione per non tradire Pio, mi è sembrato che non ci fosse venuto realmente con me. Ho pensato che la Puglia che avevo in mente di mostrargli lui non l’abbia vista. Anche se probabilmente non esiste neanche, se non nella mia immaginazione, in realtà è che lui non l’ha voluta vedere perché probabilmente è  la parte meno avvenente della nostra regione.
Lui ha fotografato solo quella verosimile… quello che gli è sembrata essere la Puglia bella, le belle bandiere di P.P.Pasolini. Le foto del Veneto, di Palladio, del Veneto di Aldo Rossi sono fantastiche perché sono cose che ama come le amo io. Solo vi pregherei di non dirglielo mai, come ho fatto io. Ci rimarrebbe troppo male. Per me più che altro.

Se vi chiedete il perché di tutto questo. Il perché è la risposta per cui io preferisco la Polaroid, perché per non so quale motivo  ci permette di vedere quello che vogliamo al netto di quello che vogliono vedere gli altri. E’ come se lo scatto mettesse in fuga gli idoli e lasciasse nude le cose che volevamo dire. Attraverso le polaroid vediamo “cose che sono solo se stesse” come amava dire Aldo Rossi, che ne scattava tante, e che diceva sempre a Ghirri di voler pubblicare un libro di sole Polaroid.
Rileggendo il testo in bozza prima di passarlo all’editore mi viene da riflettere su come sta diventando sempre più difficile condurre un’esistenza autentica, quando viviamo in un mondo che sembra puntare i riflettori sull’apparenza. […] Si vedono così tante persone che si sforzano di vivere una vita costruita e quando poi raggiungono il loro obiettivo si chiedono perché non sono felici.
Non mi resi conto di tutto ciò quando mi sedetti a scrivere, ma questi concetti sono importanti per me, e sono quelli che cerco con le Polaroid come uno che rincorrere le farfalle con il retino sotto l’arco di Tito:
l’ Ossessione per i frammenti /le scarpe/ Georges Bataille /i dettagli/ gli orologi/ i giocattoli rotti/ Aldo Rossi/ Ghirri / Moschini / il cinema/ la pittura barocca degli olandesi/ Chatwin che tutti conoscono come scrittore, viaggiatore ma nessuno come fotografo sublime … E molti, molti altri, forse troppi.

Sono Foto-grafie che rincorro con abnegazione e sacrificio. Il sacrificio non è altro, nel senso etimologico della parola, che la produzione di cose sacre. Per quello avevo pensato di far vedere un sacco di foto ma in realtà non posso perché per me sono sacre, le uniche che posso mostrarvi sono le sole dissacranti.

Se poi qualcuno è interessato a quello che volevo dire veramente, solo allora farò una bellissima lezione con tantissime immagini ricercatissime, pulitissime e parlerò pochissimo di come La fotografia “d’architettura” è purtroppo ancora considerata da più parti come una sorta di forma di rappresentazione oggettiva secondo una linea interpretativa che affonda la sua genealogia nelle sue origini come procedimento e come invece andrebbe interpretato come qualunque altra forma di rappresentazione. Perché la fotografia, sin dai suoi esordi, si contraddistingue come processo critico rispetto alla interpretazione dello spazio architettonico, anche in virtù della capacità del processo fotografico di estrarre dal continuum spazio temporale alcuni elementi architettonici. Considerazioni analoghe erano già espresse, del resto, nelle campagne fotografiche promosse in America, durante la depressione degli anni trenta, dalla Farm Security Administration e portate avanti da Walker Evans, Robert Frank e Lee Friedlander con l’intento di riconoscere, attraverso la fotografia le virtualità di un mondo da ricostruire nella propria dimensione culturale e storica tanto da delineare una nuova identità nazionale.

il carattere frammentario dell’insieme fa sì che certi “pezzi narrativi” siano in sé perfetti, ma non si possa capire per esempio, se si tratta di fatti reali di sogni o di congetture fatte da qualche personaggio
P.P.PASOLINI, Petrolio, Einaudi, Torino, 1992.

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