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Il tema della della prostituzione analizzato da 6 personaggi in cerca di condivisione in Sworkers

31 Mar 2019 | Nessun Commento | 386 Visite
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sworkersNon è il sesso, in realtà, che si fa vendere alla prostituta: è la sua degradazione. E il compratore, il cliente, non sta comprando la sessualità, ma il potere.” (Kate Millett)

Parlare, discutere, dibattere di un tema così annoso eppure così urgente come la prostituzione, in particolare, e la prevaricazione sessuale, in generale, ammesso che sia mai servito a qualcosa in passato, non crediamo basti più; in tempi malati come quelli che ci è dato in sorte di vivere, in cui il dilagante orribile comune pensiero che vede nella donna un oggetto da sottoporre alle peggiori prepotenti sopraffazioni maschili, sembra aver spostato, finanche penalmente, il confine sociale del “concesso” e del “tollerato” a solo danno dell’universo femminile, tragicamente attuando la profezia della citata scrittrice ed attivista femminista statunitense Kate Millett quando affermava che “l’oppressione sessuale è dominio politico”, occorre, prescindendo da qualsivoglia intervenuta assuefazione, nuovamente prendere posizione, esporsi, dichiarare chiaramente da che parte ci si pone, ricominciare a lottare per le proprie idee e, se è il caso, denunciare apertamente ogni impercettibile incrinatura, ogni deviazione, ogni abrogazione, seppur minima, dei diritti conquistati a fatica in decenni ed oggi così attaccati, se non repentinamente cancellati.

Sworkers”, l’opera teatrale della Compagnia Acasă nata a seguito del progetto collaborativo delle penne di Valeria Simone, Marianna De Pinto, Maristella Tanzi, Rossella Giugliano e Marco Grossi, messe al servizio della ideazione e drammaturgia della stessa Simone, è, in tal senso, assolutamente vincente, non presentandosi al pubblico come semplice esposizione dei fatti, di una condizione acquisita ed immutabile, ma elevandosi, dati alla mano, al ruolo di efficace ed efficiente testimone dei nostri tempi; attraverso questi sei monologhi – l’ultimo dei quali lo è di fatto, pur essendo affidato ad una coreografia -, la compagnia barese, fondata nel 2015, grida, strepita, urla la sua fortissima denuncia sociale, finalmente riaccendendo i riflettori su un argomento troppo spesso dimenticato o citato a vanvera da gente senza scrupoli che, in cerca di consensi elettorali, blatera a comando sulla riapertura delle case chiuse.

sworkers (1)Non vi è, al contrario, alcuna parola fuori posto tra le tante, tantissime che compongono il testo della pièce, che, però, parte da un assordante silenzio e, a ben vedere, al silenzio ritorna in finale di spettacolo; anzi, è proprio nel muto prologo che potrebbe esserci già tutto il più profondo significato dello spettacolo, con quella bambola di pezza a grandezza naturale che esce dal buio per pochi attimi (riapparirà al termine dello spettacolo per un intenso momento con Manuela Vista) prima di farvi ritorno, perpetuamente condannata all’oscurità, all’abbandono, all’oblio, ma è solo un momento, prima che irrompano sul palco i sei personaggi in cerca di condivisione, che innestano una ideale quanto tortuosa staffetta ad ostacoli. Si parte dall’affabile prostituta per tradizione, quella “della porta accanto”, immagine fellinianamente rassicurante che, in barba all’apparente verve ruspante che sfoggia nei confronti dei suoi potenziali clienti, nasconde la paura di essere cacciata dal suo protettore e, soprattutto, una opprimente malinconia, perfettamente resa da Rossella Giugliano, che tocca l’anima, finanche commuovendoci quando intona una hit del Vasco nazionale, fantasticando su quello che avrebbe potuto essere la sua vita se fosse stata costruita nel solco della più normale quotidianità. Poi il testimone passa proprio ad uno sfruttatore della prostituzione, non uno di quei boss vincenti cui la cinematografia ci ha abituati, ma un povero diavolo, magistralmente interpretato da William Volpicella, talmente bravo da non lasciar trasparire l’imprevista sostituzione di Marco Grossi, preoccupato delle spese familiari, che intende la sua ripugnante attività quotidiana come un normale lavoro, quasi fosse un comune imprenditore intento a far funzionare al meglio la catena produttiva della sua fabbrica del sesso, anche se, in luogo dell’olio occorrerà usare le maniere forti. Dalle stalle alle stelle, potrebbe sentenziarsi quando il palco è occupato da una professionista del sesso 2.0, quelle che ormai ci hanno abituato a chiamare escort, che, tramite il piglio da manager dominatrice di Marianna De Pinto, tenta di convincerci che il suo “darsi” sia differente da quello delle prostitute, soprattutto in virtù – pare di comprendere – dei lauti guadagni concessi. Passiamo, poi, dal – fin troppo – visibile all’invisibile, alle pratiche schifosamente taciute della prostituzione minorile, quelle delle chat line notturne, dei video porno, di quel sommerso fetido e putrido in cui sguazzano coccodrilli e pescecani che non hanno alcun ribrezzo di sé, talmente marci da concedersi a pagamento le attenzioni della figlia minorenne, che qui si manifesta nelle acerbità di Erika Lavermicocca, dell’amico di famiglia, o allo sfruttamento altrettanto schifoso delle baby prostitute, forse legate a quella pratica orrenda che amiamo definire “turismo sessuale”, innocenti bambine, intensamente incarnate da Marialuisa Longo, torchiate e poi buttate via, come oggetti inutili, come vuoti a perdere. L’arte coreografica di Maristella Tanzi, intenta a dare vita ad una immagine/simbolo della donna da possedere, forse una summa delle donne incontrate sinora, quasi una bambola di gomma senza identità, pronta a piegarsi a qualsivoglia sopruso, chiude ipnoticamente l’intera performance, che, invero, in questa ripresa inserita nell’annuale cartellone dei Teatri di Bari, risente un po’ del passaggio da “spettacolo itinerante allestito in luoghi non convenzionali” al palcoscenico del Teatro Abeliano, talvolta perdendo in suggestione e coinvolgimento, ma, di contro, acquistando in potenza della parola, che, quando si tratta di temi così importanti, non è mai abbastanza chiara e forte.

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