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Il ritorno della PFM al Teatro Petruzzelli di Bari: il progressive è vivo (e lotta insieme a noi)

30 Dic 2017 | Nessun Commento | 1.028 Visite
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2017-12-30-16-10-02-Nel decadente caos che vive la musica contemporanea, l’uscita di un nuovo album non fa ormai notizia, anzi passa del tutto inosservata, a meno che non si parli della più recente produzione discografica della mitica Premiata Forneria Marconi, ormai, per tutti, ridotta nell’acronimo PFM, per di più la prima che vede la band tornare alle composizioni inedite dopo ben undici anni da “Stati di immaginazione”. Basterebbe questo per definire e sottolineare l’importanza di “Emotional tattoos”, un disco che sembra tanto riprendere il discorso lì dove si è interrotto, nonostante la rinuncia del grande Franco Mussida, tra i membri fondatori del gruppo, abbia di fatto costretto ad un sostanziale rimaneggiamento della compagine con l’introduzione di forze fresche, quanto operare una summa della musica della Premiata, la stessa che ha fatto sì che il mitico Ian Anderson dei Jethro Tull affermasse che “la Premiata Forneria Marconi è la testimonianza della grandezza del rock classico e progressive europeo”; vi trovano posto, infatti, tanto l’amato ed imprescindibile progressive quanto il buon vecchio rock, tanto il funk quanto il pop di altissimo livello, sino ad una spruzzata di jazz, suggellata dalla presenza nel brano di chiusura del pianoforte di Stefano Bollani.
E se i nuovi undici brani, tutti registrati in italiano ed in inglese, quasi a voler lasciar scegliere il pubblico in che lingua appropriarsene, non fossero bastati a far ricredere i più scettici sull’ottima condizione di salute della band, ogni dubbio è stato fugato dalla sua PerForMance (ci sia consentito di rubare l’idea grafica ad un loro live, inamovibile nella nostra personalissima discografia) barese, tenutasi in un osannante e straripante Teatro Petruzzelli grazie all’organizzazione di Bass Culture. La nuova ma ormai rodata line up tiene alla grande, con il fantastico duo Patrick Djivas al basso e Franz Di Cioccio, indiavolata batteria ed – ormai – inamovibile voce solista, a capitanare una perfetta macchina da guerra che vede la presenza di quel gran pezzo di polistrumentista di Lucio “Violino” Fabbri, sempre più incrollabile colonna portante dell’intera costruzione musicale, della chitarra di Marco Sfogli, che deve contrastare sempre il ricordo di cotanto predecessore, delle tastiere di Alessandro Scaglione, della voce di Alberto Bravin, molto vicina a certe sonorità di premoliana memoria, della batteria di Roberto Gualdi, che si diverte a duettare con Franz rinnovando le mitiche sfide genesisiane tra Phil Collins e Chester Thompson.
Tutto scorreva fluido, carico, potente, emozionante, come ogni live cui la band ci ha abituati, forte di una scaletta in cui, oltre a cinque brani dell’ultimo album (nell’ordine “Il regno”, ottima apertura, “La lezione”, “La danza degli specchi”, “Quartiere generale”, pesante j’accuse della attuale situazione politica, e la strumentale “Freedom Square”) trovavano posto tantissime pietre miliari della musica italica e mondiale, con molti riferimenti al primo periodo della band, quello che noi – lo confessiamo – più amiamo e che – per intenderci – fa riferimento agli album che vanno da “Storia di un minuto” del 1972 ed il successivo “Per un amico”, poi diventato “Photos of ghosts” per il mercato inglese, sino a “Chocolate kings” del 1975; ed è stato bello scoprire che il tempo non è passato tanto per questa musica quanto per una band finalmente riappropriatasi del posto che le compete nel panorama musicale – non solo italiano – da quando girava per il mondo a predicare il verbo del rock, invitata persino in Inghilterra e negli States (dove registrarono l’ineguagliabile “Live in U.S.A.”); si succedevano, tra gli altri, capolavori di indicibile bellezza quali “La luna nuova”, “La carrozza di Hans”, “Dove, quando”, eseguita finalmente per intero, la splendida “Impressioni di settembre”, “Quartiere Otto”, intervallati da un estratto dall’album sinfonico “PFM in classic”, dall’immancabile “Maestro della Voce”, con la “solita” intro da brividi di Djivas, che ci ricorda la gigantesca figura dell’immenso Demetrio Stratos, mai abbastanza compianto leader degli Area, che meriterebbe di essere ricordato come un pioniere della musica moderna, ed infine “Il pescatore” dall’indimenticabile esperienza con il Faber Fabrizio De Andrè per la trionfale tournée del 1979, fotografata nei due meravigliosi album “In concerto” (immancabili in una discografia seria), prima di chiudere con la mitica “E’ festa / Celebration”.
Insomma, i “tatuaggi emotivi di questo futuro intermittente”, come ha definito Franz il nuovo disco, lasciano ancora il segno, eccome! E questo nuovo appuntamento con la PFM ha fatto ancora una volta rivivere nella nostra memoria un caleidoscopio di luminosi ricordi, un suggestivo ritorno al futuro ed alle tante occasioni di incontro, una su tutte l’emozione che condividemmo per l’ingresso per pochi intimi – ricordato anche da Franz durante il concerto – nel nuovo Petruzzelli, non ancora restituito al suo pubblico, dopo la cerimonia di consegna al gruppo della chiavi della città.
Grazie Ragazzi. E buon anno.

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