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“Vademecum per la Valle Fiorita”: l’uomo dal cuore di bambino alla riconquista dell’Eden perduto

22 apr 2015 | Nessun Commento | 1.414 Visite
Di:

La terra è un paradiso. L’inferno è non accorgersene.

Jorge Luis Borges

 

b4Quella era una valle come ce ne sono tante sulla faccia di questa Terra, ma il nostro uomo, non si sa per quale fatale attrazione, un giorno di non si sa quale stagione, aveva pensato che così non era e aveva deciso che sarebbe stata la sua valle e che quella valle sarebbe stata diversa dalle altre.

L’aveva vista per la prima volta disegnata su una fantastica cartina geografica, molti anni prima a scuola, mentre sfogliava il sillabario, e se ne era subito invaghito; forse ad attrarlo, a ben pensarci, era stato il nome: Valle Fiorita, un nome che profumava di primavera, riecheggiava dei gridi e dei voli di garrule rondini e gli cantava, nella sua verde età, gioiose filastrocche di gnomi e di fate. Quel bambino era cresciuto, era diventato un uomo laborioso con un cuore di bambino, ma troppe volte, soprattutto negli ultimi tempi, si era ferito con le spine dell’altrui incomprensione, le schegge del conflitto, i cocci dell’egoismo, e troppe volte si era ammalato a causa di due virulenti morbi chiamati disamore e prepotenza, che pazientemente curava con l’unguento della lettura di buoni libri, sciroppo di musica e compresse di pensiero filosofico, tutta roba (un vero pronto soccorso) che trovi solo nelle farmacie dell’anima, aperte anche di notte e nei giorni festivi. Ma ciò non bastava.

Il richiamo della “sua” valle, intanto, non era svanito, anzi, proprio a cagione di questo stato pressoché continuo di infermità, giorno dopo giorno, in lui eternamente convalescente, si era accentuato il desiderio di conoscerla e di andarci, per restare lì per sempre, nella convinzione che l’aria di quel posto lo avrebbe rimesso in salute e che lì si sarebbe potuto inebriare di una vita sana e amorosa. E venne il giorno in cui, per non b2rischiare letali ricadute, l’uomo dal cuore di bambino, rimessosi in piedi dopo l’ultima convalescenza, non perse più tempo. Lasciò le scartoffie della vita anteriore, salì su un guscio di noce, soffiò nella vela fatta di cielo e attraversò il mare increspato, se non burrascoso (a volte lo pensava) dell’esistenza. Senza rimorsi, mettendosi tutto alle spalle, incontro al suo destino e al sogno di un mondo migliore.

Toccò, sospinto dall’onda dell’entusiasmo, la riva di un mondo altro e dovette dare forza alle sue gambe per superare ogni ostacolo e scalare irte montagne di diffidenza, indifferenza e solitudine, volendo esplorare e penetrare questa terra nuova, dove era giunto, e arrivare alla valle dell’eterna primavera (così l’aveva sempre sognata).

Ma i sogni possono restar tali o rivelarsi fallaci, se non trasformarsi nel peggiore degli incubi.

L’uomo arrivò e fissò il cartello che segnava l’ingresso nella valle: “Valle Fiorita” era scritto a neri caratteri cubitali, come in tutti i cartelli che si rispettano. Lesse quel nome più volte a voce alta, quasi per esorcizzare una possibile delusione (la delusione è sempre in agguato quando si ha lo sguardo fiero e il cuore di bambino). Si stava addentrando (era ora più che mai titubante) nel solco, che si era scavato, del possibile e agognato futuro, ma i cattivi presentimenti presero subito corpo. Si guardava intorno e cominciava a pensare di essersi sbagliato, per l’ennesima volta, nella sua vita, a pensare che anche questa valle, nonostante il nome, fosse peggio di quella di lacrime da dove era venuto. Il luogo da dove si scappa è spesso lo stesso luogo dove si finisce, se un qualcosa non cambia. La valle che stava percorrendo era, infatti, un valle anonima e deserta, esattamente come tante altre b6nell’Universo. Non c’erano fiori, se non, qua e là, quelli di plastica, finti e inodorosi e il terreno era più duro della pietra. Il gelo dei rapporti umani imprigionava la valle in una inconsapevole morsa e il cielo non offriva voli agli occhi sfuggenti; lontane voci bofonchianti o incomprensibili frastuoni, e non gioiosi canti, tagliavano l’aria affilata. Una valle tetra, ostile e noiosa, dunque, che dispensava e prometteva immensa e infinita solitudine. Ecco dove era finito, un’altra volta, e questa volta non ci sarebbe stata la possibilità, e neppure ci sarebbe stato più il tempo, di fare la strada a ritroso. Persino tornare in quel posto da dove era fuggito gli sembrava, in quel momento, la salvezza, ma ormai ciò gli era precluso. Persi tutti i riferimenti e le coordinate sul suo atlante, non aveva neppure più un guscio di noce su cui imbarcarsi e la vela, la vela di cielo, era irrimediabilmente strappata. E il mare, procelloso e nero, che vedeva in lontananza lo spaventava a morte.

L’uomo, socchiudendo gli occhi, posò, pensoso, lo sguardo sull’enorme scacchiere dove si regola ogni partita e si fermò a indagare il suo doloroso passato, il suo triste presente, il suo incerto futuro. Si sdraiò, spossato, gambe divaricate e braccia aperte, su quella terra dura e insensibile, dove, sempre per amore di scoperta, era capitato, gli occhi rivolti, ora, al cielo per strappare, invano, un qualsiasi consiglio alle nuvole che vagavano come pecorelle smarrite. Pensa e ripensa (fu un attimo o un’eternità: non si sa quanto tempo passò), pensò che, a questa svolta della vita, c’era un solo modo (e ne aveva il dovere) di restituire il sogno smarrito al suo cuore bambino: stringendo i denti, doveva non arrendersi e abbandonarsi a sogni vuoti, ma usare la testa, le braccia, le gambe, il cuore, tutto il suo corpo per afferrare concretamente il filo dell’indomita speranza, dissodare il terreno riarso e farsi carico lui di spargere, a piene mani, i semi della simpatia, dell’amicizia e dell’amore, che aveva sempre tenuto in un sacchettino vicino al cuore.

Si allungò e si tese ad arco in questo sforzo che univa l’intelligente pensiero alla decisa azione.

Fu in quel preciso momento che, forse inconsciamente evocata perché più leggera fosse la fatica, si materializzò, una figura umana; bucando la nebbia del passato, si dirigeva, senza esitazioni, verso di lui e gli tendeva la mano perché si risollevasse da terra. Era, arrivata, b5chissà da dove, una donna dal cuore di bambina (i cuori bambini, fra loro, si riconoscono subito), che, sorridendogli col più promettente dei sorrisi (mai l’uomo ne aveva visto uno uguale), lo invitò a riprendere con lei il cammino. Eva e Beatrice, ma non aveva un nome o non lo aveva ancora; ne avrebbe potuto avere tanti e nessuno o uno qualsiasi. L’uomo avvertì un tremito e un gran calore pervadergli il corpo, dalla testa alla punta dei piedi; lo pervase una energia che mai aveva avuto e che non avrebbe mai pensato di avere. Tutto accade se lo si vuol far accadere. E accadde, per palingenesi, che la valle cominciò a dare i primi segni di una fioritura. Lungo la strada in salita, che prima gli era sembrata estremamente faticosa, l’uomo si riempì i polmoni di aria fresca e leggera. Insieme piansero (fu liberazione) l’uomo e la donna e insieme ripresero fiato. Le lacrime e fiati dell’uomo e della donna che gli camminava accanto, tenendolo per mano, si mescolarono e i loro forti respiri si adagiarono lievi sulle punte dei rami rinsecchiti degli alberi, trasformandosi in linfa vitale per quelle piante prossime a fossilizzarsi, e, dopo essersi condensati sul terreno pietroso, mutarono in acqua, irrigando, con dovizia, ciò che prima era (così era apparso) un deserto arido.

Nella grande clessidra la sabbia del tempo, come la vita, tornò a scorrere. Giorni, mesi, anni. Non era certo questione cronometrica di attimi. Non c’era Mago Merlino con la sua bacchetta magica e neppure c’era qualcuna di quelle fate che vengono in soccorso nelle fiabe. Ogni giorno che finiva ne incalzava un altro che portava, con coraggio e sudore, lo stesso buon viatico e gli ricordava come sia necessario non perdere di vista il rapporto, pur ermetico, fra micro e macrocosmo. Ogni cosa, per riprendere il giusto verso e il giusto senso, avrebbe richiesto (era ovvio) anche il suo tempo.

Per volere dell’uomo, ogni cosa accadde. Accadde che sugli alberi prossimi a morire comparissero nuovi virgulti e che si gonfiassero le gemme fino ad esplodere in meravigliose fioriture di peschi, mandorli, carrubi, limoni, aranci. Accadde che la faccia del deserto si ricoprisse di una folta e verde peluria, che presto divenne un prato sgargiante, da cui spuntavano, in ogni stagione, margherite, crochi, fresie, ranuncoli ed altri fiori umili e profumati. Fu così che, piano piano, anche il cielo, che non aveva mai avuto necessità di una torre di controllo, si riempì di voli: si incrociavano rondini, colombe, garzette, passeri, cinciallegre, aironi, fenicotteri, cicogne, e altre piumate specie volatili. E l’aria, come un grande quaderno pentagrammato, risuonò di voci, finalmente umane, di canzoni per ogni momento della giornata e della vita, di musiche armoniose, di nenie materne, di parole dialoganti e ammantate di poesia, di verbi amorosi e confortanti. La natura non più vilipesa e oltraggiata era tornata generosa di frutti.

b1Spalancando occhi grandi come finestre, fu allora che, in quella che era la deserta piazza del paese immerso nella valle, si videro, come non si era mai visto, felici capriole, girotondi e giochi di ragazzi, passeggi e piacevoli incontri, con quattro amichevoli chiacchiere al caffè e sincere strette di mano. L’abbraccio sostituì l’assente o il distante saluto. Volere è potere: tutti erano, allo stesso tempo, ricchi e poveri; il cieco aiutava il sordo a sentire; il sordo aiutava il cieco e l’orbo a vedere; il giovane prestava al vecchio il suo vigore, il vecchio donava al giovane l’esperienza; lo zoppo si prodigava per il monco e il monco non lasciava indietro chi si muoveva a stento. La pelle, poi, era pelle ed era l’unica cosa che non aveva colore. Le case rispecchiavano fuori la bellezza che c’era dentro, perché erano case di libri, in ambiziosa competizione persino con la vasta biblioteca alessandrina; dentro, le pareti erano fatte di libri e in quei libri non solo si intrecciava la storia universale con le storie individuali, ma si scopriva, secondo umana possibilità, ciò che è bene e ciò che è male. Avveniva anche, miracolosamente, che le pagine dei libri si riproducessero, insieme alle foglie, sugli alberi, e, come le foglie, stormissero al vento per spandere intorno la bellezza della parola sottratta alle accidentali e banali necessità. I libri più solidi si fecero, addirittura, bastoni per sostenere e accompagnare gli uomini nel loro cammino e, all’occorrenza, diventarono cannocchiali per scoprire il mondo, scrutare la poesia dei rapporti umani, oltre che la poesia del cielo e del mare, e interpretare il futuro della terra, dell’Io e del Noi.

Bisogna a questo punto avvertire l’incredulo lettore che, un po’ alla volta, era stata demolita, nel frattempo, dall’interno, rimuovendo persino le macerie dello sciocco pregiudizio, la brutta e turpe torre dalla quale avevano governato l’ignoranza, la superbia, l’accidia e l’inimicizia, in una babele (si dice) di lingue biforcute, in cui era rimasta b3ingabbiata e muta la campana della fraterna amicizia e della reciproca comprensione. Qualcuno, a cose fatte, affermò che non c’era più religione; infatti di religione ce n’era una sola: quella dell’Uomo, che unisce senza prima dividere, che ha un’unica preghiera e che per altari ha ponti di pace a misura di arcobaleno.

“Non è questo il paradiso in terra?” chiese, alla fine, l’uomo alla donna. “Se veramente si vuole, non ci vuol molto a raggiungerlo, ma solo oggi comprendo che bisogna conquistarselo con cosciente operosità, che bisogna essere, innanzi tutto, uomini di buona volontà. Tu, ancor meglio di Paracelso e di Borges, mi hai aiutato in questa conquista. Il paradiso, quando è veramente dentro di noi, possiamo e dobbiamo impegnarci a ricrearlo fuori, nelle umane relazioni”.

“Sì, questo – rispose la donna – è il biblico e mitico Eden riconquistato, che, un tempo, ci è stato negato insieme al frutto dell’albero della vita, perché abbiamo voluto, senza attendere il permesso, cogliere il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male”.

p“E’ in questo luogo di totale purificazione, agli antipodi del mondo da cui sono venuto, che mi accorgo – concluse l’uomo – come possiamo essere noi, con il nostro pensiero e le nostre azioni, a determinare il male e il bene, a far divenire ogni relazione umana una irripetibile occasione di vita, di felicità e di speranza, andando alla radice del senso dell’esistere”.

Sui polverosi scaffali di una libreria che sta per chiudere, soprattutto se non avete il tempo per leggere i grandi tomi e tutti gli altri libri stampati, per farne il difficile sunto, e se avete la pazienza di cercarlo prima che la libreria chiuda per sempre i suoi battenti, potrete trovare (e leggere) il taccuino di viaggio (dal quale lui non si separò più) dell’uomo della nostra storia: “Vademecum (così modestamente lo intitolò) per la Valle Fiorita“, la valle che contiene tutte le valli e dove le nostre personali storie e la storia universale possono prendere un’altra piega.

Se lo vogliamo.

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