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Di: Luigi Bramato

Il Pensiero di Latouche nella prima fatica letteraria di Leonardo Petrocelli

12 Luglio 2012 571 Visite Un Commento Stampa questo articolo Stampa questo articolo

petrocelliNel suo ultimo lavoro ‘La decrescita nel pensiero di Serge Latouche’, il giornalista barese Leonardo Petrocelli rende omaggio all’opera monumentale del celebre professore francese analizzando, in maniera precisa e diretta, la teoria della ‘decrescita economica’ a fronte della crisi finanziaria che ha messo in ginocchio il mondo contemporaneo. Di seguito riportiamo l’intervista rilasciataci dall’Autore.Partiamo dal principio: cosa si intende per ‘decrescita economica’?La decrescita, prima ancora di essere una proposta o una scommessa, è una parola-bomba, uno slogan che mira a raccogliere intorno a se stessa tutti coloro che hanno formulato una critica radicale all’attuale modello globale. Il quale, lungi dall’essere una semplice dottrina economico-politica e di convivenza civile, è un vero e proprio sistema totalitario – intollerante e coercitivo - che obbliga tutti, dal Canada al Sud Africa, ad adottare una precisa condotta e a far propri alcuni dogmi. Il più noto è quello della crescita infinita che in realtà esiste solo in matematica e che noi ci ostiniamo a voler realizzare in un mondo che ha possibilità e risorse tutt’altro che illimitate. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.A cosa ti riferisci precisamente quando parli di totem del pensiero contemporaneo?Mi riferisco a tutti quegli idoli che siamo obbligati a venerare dalla mattina alla sera come nella più feroce delle teocrazie. Nel libro li elenco in dettaglio. Qui mi limito, per ragioni di brevità, a citarne qualcuno: l’ossessione per il consumo, la ricerca dell’infinito benessere, la rimozione delle identità, la virtualizzazione del dialogo e delle coscienze, i ritmi inumani e frenetici di una vita concepita soltanto in nome del lavoro e del profitto, la mentalità aziendalista, la fede cieca nella tecnologia e nella scienza. E naturalmente – non me ne vogliano le anime belle - la democrazia rappresentativa che è la forma di governo perfetta per far germogliare questo delirio.La critica, dunque, non è rivolta soltanto al modello economico ma, ci pare di capire, prima di tutto a quello socio-culturale di stampo occidentale.Assolutamente sì. Max Weber parlava, a ragione, della necessità di “reincantare” un mondo ormai totalmente disincantato e segnato, fatalmente, da una matrice materialista che definisce reale solo ciò che si può toccare con mano e, dunque, vendere o comprare. Una volta cambiata la “testa” dell’uomo, cioè dopo averlo convinto che il consumo è emancipazione, il profitto è affermazione di sé e la crescita religione, è possibile inserirlo nel meccanismo “produci-consuma-crepa” senza rischiare contraccolpi ed, anzi, assistendo ad esibizioni di giubilo collettivo nel lasciarsi sfruttare. La struttura economica è, insomma, preceduta da un’opera meticolosa di persuasione. E quando un popolo dimostra di avere anticorpi solidi, allora intervengono i soldati della Nato, gli aerei e le bombe intelligenti per far piazza pulita dei vecchi convincimenti ed impiantarne di nuovi, facendo leva sulla quella parte di popolazione già irretita.Quali sono le strade alternative rispetto all’homo oeconomicus?Sarebbe comodo ragionare con le categorie del sogno e descrivere un futuro immaginario. Ma preferisco rispondere riflettendo sull’hic et nunc, sul qui e ora. Le alternative all’homo oeconomicus non sono incarnate dalle figure che di solito ci propinano: l’attivista di Greenpeace che salva le balene, il sessantottino fallito che gira in bicicletta per non inquinare, l’intellettuale da salotto o il buon borghese dell’Ottocento, quello della triade Dio, patria e famiglia. Tutti questi sono, in qualche misura, compromessi con quella modernità che andrebbe scaricata. L’homo oeconomicus è sostanzialmente un servo, uno schiavo mosso da mille fili e condizionato da mille sollecitazioni. Il suo contrario è necessariamente un uomo libero in senso assoluto. È da qui che bisogna partire. Poi possiamo ragionare di tutto: della democrazia partecipativa, della ridefinizione delle identità, delle forme controllate di produzione, dell’abolizione delle borse, del ritorno ad una moneta pubblica e quant’altro. Me se prima non ci si disintossica è solo fiato sprecato.Qualcuno, in passato, ha provato a collocare le teorie della ‘decrescita’ entro i confini della destra e/o della sinistra. Tu come la vedi?Destra e sinistra sono entrambe figlie della rivoluzione industriale da cui ci giunge l’embrione del concetto di crescita. Dunque, nessuna delle due potrebbe mai arrogarsi il diritto di far propria la decrescita. Purtroppo, negli ultimi tempi Latouche sta virando fortemente a sinistra, tentando di incasellare le sue idee in quell’alcova. È una operazione che non condivido affatto. E che non potrà mai funzionare in Italia dove la sinistra radicale (i socialdemocratici non li considero nemmeno) si ostina a rincorrere i miti del progresso, della tecnologia, del benessere, della globalizzazione dei diritti, finendo così per fare immancabilmente gli interessi dell’establishment che utilizza a proprio vantaggio le medesime parole d’ordine. Diceva giustamente Oswald Spengler: “La sinistra fa sempre il gioco del grande capitale, a volte perfino senza saperlo”.Nell’ultimo capitolo definisci “compromissorie” le politiche legate allo ‘sviluppo sostenibile’. Puoi spiegarti meglio?Di fronte al rischio di collasso del globo, bisognava trovare un modo per continuare a massacrarlo senza rendersi impresentabili. E così è stato coniato uno dei più grandi ossimori della storia: lo sviluppo sostenibile. Tale sviluppo si ritiene comunque infinito e allora, ci risiamo, come potrebbe essere mai “sostenuto” da un pianeta che invece è finito e limitato? Invocare lo sviluppo sostenibile è un modo per invitare tutti a fare le stesse cose di prima semplicemente un po’ meglio e con più criterio in modo che il sistema possa resistere ancora qualche altra generazione prima di implodere. È, infondo, lo stesso giochetto ipocrita della cosiddetta green economy di cui il massimo esponente è Barack Obama il quale non è certo un pericoloso rivoluzionario ma il reggente della più capitalista, imperialista e guerrafondaia fra le nazioni della terra. E questo dovrebbe dirla lunga….Grazie e buon lavoroGrazie a voi.

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