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Il Penitente: Luca Barbareschi alle prese con un testo di Mamet tra ebraismo e critica ai media

27 feb 2019 | Nessun Commento | 662 Visite
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penitente di Bepi Caroli (1)Al Teatro Palazzo di Bari nell’ambito dell’attuale   stagione  a cura di Titta de Tommasi è andata in scena  il 26 febbraio la commedia di David Mamet “Il penitente” per la regia di Luca Barbareschi e l’interpretazione dello stesso Barbareschi nel ruolo principale, affiancato da Lunetta Savino.

Nel casta anche Massimo Reale e Duccio Camerini.
Un cubo innalzato sul soffitto del palcoscenico trasmette alcune notizie di cronaca nazionali ed estere riguardo processi a personaggi famosi che sono stati oggetti di disputa e polemiche, con condanne oppure  clamorose assoluzioni (Clemente Mastella, Silvio Berlusconi, Giulio Andreotti Enzo Tortora, Marcello Dell’Utri).
L’azione si sposta negli Stati Uniti mentre Luca Barbareschi entra in palcoscenico direttamente dalla platea, a luci ancora accese, sfogliando un giornale e con in testa la kippah, il copricapo degli ebrei.
L’uomo, un professore di psichiatria di nome Charles, conversa con la moglie Kate (Lunetta Savino) vestita con un completo giacca-pantaloni rosso .
La coppia commenta una notizia di cronaca a loro sgradita pubblicata sui giornali.
Trattasi di un dramma: un paziente dello psichiatra, un giovane omosessuale e ispanico, ha compiuto una strage uccidendo (come sapremo in  seguito) ben  18 persone.
Dagli articoli si evince una serie di accuse  nei confronti dello  specialista che è  oggetto di una grave campagna diffamatoria. Lo si incolpa ad esempio di considerare l’omosessualità come un’aberrazione, dichiarazione che è stata equivocata e, in maniera più sottile, di non essere stato in grado di curare nella maniera più appropriata il giovane serial killer.
Gli argomenti proposti nella pièce della durata di un’ora e venti minuti  ( senza intervallo ) attengono nella prima parte all’attualità, che può essere intercambiabilmente sia statunitense che italiana, o europea.
Emerge qualche difetto nella recitazione di Lunetta Savino  che riproduce gli stessi toni di voce, in un certo senso piuttosto   carente di sfumature.
Più a suo agio l’attore-regista-produttore Luca Barbareschi, in questo duetto di contrasti che si propaga anche in seguito come uno spettacolo interamente a base di botta-e-risposta.
Tali contrasti, o duelli verbali, spaziano dal personaggio della moglie a quello dell’avvocato Richard, amico del protagonista, che getta le basi per l’imminente testimonianza in tribunale del  luminare.
Kate (Lunetta Savino) è colei alla quale bisogna spiegare e giustificare gli accadimenti che hanno portato il paziente psichiatrico alla strage ma, soprattutto, lo psicanalista Charles ad essere invischiato nella fosca vicenda.
Il personaggio della Savino rivendica il suo ruolo di Cassandra.
Tra altri argomenti, quello  riguardante l’etica del segreto professionale.
Un’altra accusa dei media a Charles è di non avere condiviso per le  vittime della strage nessuna forma di dispiacere, o pietas.
La guerra dunque è apparentemente contro  le testate che denigrano,  con lo scopo di espandere notizie non certe, mentre, secondo il personaggio principale “la smentita è una notizia data due volte” e dunque difendersi non serve
Il ruolo dell’informazione giornalistica quindi  è messo in costante discussione ed è oggetto di  aspra critica.
Va detto che Barbareschi ha scelto una rappresentazione che gli calza a pennello.
Il testo è chiaro,  ma scarsamente innovativo.
Le continue osservazioni sulla comunicazione dei giornali diventano prolisse mentre una variazione   più valida è l’argomento inerente la malattia mentale, che è un “disturbo dell’anima”.
Lo psichiatra si serve del suo retaggio ebraico per la definizione delle sue vicende professionali e personali.
 Pronuncia infatti parole e termini propri dell’ebraismo e fa riferimento alla Torah.
La pièce rivela un che di claustrofobico per quanto riguarda il controllo esercitato dalla moglie, donna borghese che si occupa della facciata e della sua personale esclusione da un vasto gruppo di amici borghesi e ipocriti.
La fallibilità delle cure psichiatriche è messa in relazione con la fallibile giustizia dei tribunali .
Tali questioni sono dibattute con l’avvocato di fiducia, Richard, mentre la commedia si conclude con la disamina di questioni teologiche con un nuovo personaggio maschile che   è sempre di contrasto.
La commedia diviene via via più intellettuale suscitando la noia del pubblico più impreparato, che si occupa di controllare  i social sui  telefonini o conversando di fatti privati.
Va detto anche che la rappresentazione non concede molti appigli emotivi essendo deliberatamente uno spettacolo privo di registri ironici e dei tipici ammiccamenti di certe   commedie di attualità.
Quello che si avverte, ancora, è la forte concentrazione di Barbareschi e la recitazione meno sentita e troppo accademica dei due attori maschi,  mentre la Savino è fuori parte.
Più interessante la rivisitazione dei testi classici e dei  film della cinematografia in bianco e nero (da Ovidio ad Humphrey Bogart) accusati di essere politicamente scorretti e censurati nelle università americane, a causa di uno sciocco e improprio revisionismo.
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