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Il direttore editoriale Nicola Lagioia ci racconta il suo 30° Salone Internazionale del Libro di Torino

17 mag 2017 | Nessun Comento | 168 Visite
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lagioiaL’anno che poteva essere della disfatta si è rivelato invece quello di una grande rinascita per il Salone Internazionale del Libro di Torino, che sarà inaugurato il 18 maggio dal presidente del Senato Pietro Grasso alla presenza dei ministri Dario Franceschini e Valeria Fedeli.
E non è un azzardo dirlo prima dell’apertura perché a parlare sono i numeri, l’energia e novità nelle proposte e la risposta positiva di tutta la filiera del mondo editoriale.
La trentesima edizione vedrà fino al 22 maggio al Lingotto 469 espositori con stand (nel 2016 erano 338) a cui si aggiungono 33 editori francesi per la prima volta ospiti negli stand di quelli italiani e le case editrici che partecipano hanno già ampiamente superato il migliaio.
A un mese dalla prima volta di Tempo di Libri, dopo l’inevitabile strappo con Milano, il Salone torinese si presenta dunque più forte e sicuro della sua tradizione trentennale.
Forse, «ci voleva questa scossa. Le cose che ami ti accorgi di quanto siano importanti quando rischi di perderle», il direttore editoriale Nicola Lagioia che si è trasferito da Roma a Torino per il Salone. «Per un’altra causa non avrei mai rivoluzionato la mia vita. Per una cosa in cui sono cresciuto lo ho fatto. Il Salone, non si capisce bene perché, è come l’ingrediente X della Coca Cola. E’ capace di creare un’affezione enorme», sottolinea con grande entusiasmo Lagioia, Premio Strega nel 2015.
«Gli ultimi tre mesi sono stati bellissimi per me. Abbiamo capito che la cosa ingranava. Abbiamo più metri quadri ed espositori dell’anno scorso. Gli editori ci hanno proposto i loro autori migliori e anche quelli che non hanno preso uno stand , il Gruppo Mondadori (avrà uno stand Einaudi), e Gems (avrà uno stand Bollati Boringhieri) e Adelphi avranno loro scrittori a Torino. Il marchio Salone è diventato più appetibile. Gli sponsor sono aumentati e si sono riavvicinati», spiega e aggiunge: «hai la sensazione che qualcosa di importante stia per succedere».
A contare molto è anche il rapporto con la città. «Più di 20 mila studenti si sono già prenotati. Investiamo molto nel rapporto con le scuole perché i lettori cominciano a formarsi lì. Patti Smith è stata qui per la pre-apertura, qualche giorno fa, ma prima del concerto ha incontrato gli studenti delle scuole di Torino e provincia», spiega Lagioia che mette il dito proprio su una delle cose che hanno meno funzionato a ‘Tempo di librì, il rapporto con le scuole.
«Sono scaramantico ma il Salone di Torino è una manifestazione che in 30 anni ha costruito una comunità. E’ un elemento identitario. Che cosa sarebbe Edimburgo senza festival? O Venezia senza la Biennale?», sottolinea Lagioia che in tempi non sospetti, quando ci fu la rottura fra Torino e Milano, aveva scritto a difesa del Salone che «si fa tutti insieme. Quattordici consulenti e tante altre persone hanno perso il sonno con me in questi mesi».
E, alla fine si sono create una serie di novità tra le quali il direttore editoriale cita: «librai e bibliotecari che hanno creato un consorzio. E come è bello un Salone che mette un seme per cose che continuano a vivere. Il Superfestival che riunisce i Festival culturali arrivati a 80. Al Lingotto ci sono spazi dedicati alla musica con musicisti con music store, presentazioni di dischi e artisti, e al cibo in collaborazione con Slow Food». «Abbiamo lavorato come se fossimo una fiera del libro, una casa editrice e una factory», racconta ancora lo scrittore. E non nasconde che al termine di questa edizione sarà “necessario il confronto con Milano. Due o più Saloni ci possono essere purché siano frutto di una concertazione del mondo editoriale. Due fiere così vicine fanno andare la crisi oltre il mondo editoriale, un territorio contro l’altro, e questo non deve succedere. Chi si prende la responsabilità politica di trasformare tutto questo in un confronto fra territori?».
E poi, dice Lagioia, si «è creata una spaccatura all’interno dell’editoria. L’Aie come dialoga con gli Amici del Salone che sono oltre 120-130. Perché gli uni dovrebbero essere più rappresentativi degli altri? Bisognerà tener conto di tutto questo quando si cercherà di ricomporre questa frattura. Bisognerà ricordare che l’editoria italiana perde lettori». E in questo senso una cosa buona sarebbe andare, secondo Lagioia, “dove ci sono meno lettori, al Sud. Da Roma in giù la risposta sarebbe eccezionale» sottolinea Lagioia che a ‘Tempo di Libri a Milano non è riuscito ad andare e con cui non nega si «dovranno trarre un pò di conclusioni dopo il Salone», ma sempre nel segno del dialogo come mostra l’immagine di Gipi per la trentesima edizione con un libro che scavalca un muro.

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