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Il capolavoro del Manzoni rivive grazie alla rilettura di Sinisi ed Asselta

21 gen 2018 | Nessun Commento | 638 Visite
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PromessiSposi_Orizzontale_01“I promessi sposi, che han la fama esteriore di “romanzo storico”, ma il cui centro artistico è una storia dell’uomo vista con una profonda calma e saggezza, eguagliata soltanto da quella di Goethe.” (Giuseppe Prezzolini)

Sono anni – anzi, ormai decenni, purtroppo – che indichiamo il più grande, storico, indomito, invincibile nemico de “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni in quello strano ed indifferenziato magma che qualcuno ancora chiama “scuola italiana”, in quegli indefiniti e, spesso, incomprensibili “programmi ministeriali”, croce (senza delizia) tanto di ogni virgulto studentesco quanto di tutti i lodevoli insegnanti – e sono tanti – che ancora svolgono con passione il loro lavoro, la loro professione, la loro missione. La ostinata decisione di imporre la lettura di questo capolavoro assoluto della letteratura mondiale di tutti i tempi è sempre apparsa, ai nostri pur fallaci occhi, il più perfetto omicidio che mente umana potesse partorire; orde di giovani menti sono state sistematicamente portate ad odiare le pagine manzoniane, salvo poi riscoprirle in età matura, affascinate da quella stessa parola, che, lontana dalle aule scolastiche, si rileva in tutta la sua splendida e ricercata complessità.
Con queste personalissime congetture che ci accompagnano da sempre, come avremmo potuto non essere affascinati dalla rilettura del classico manzoniano operata da Francesco Asselta e Michele Sinisi per la nuova produzione di Elsinor Centro di Produzione Teatrale, la seconda dopo lo strabiliante “Miseria e nobiltà” di cui abbiamo già abbondantemente detto su queste stesse telematiche pagine, giunta finalmente al Teatro Abeliano di Bari per una serie di repliche nell’ambito della annuale stagione del Teatro Pubblico Pugliese? E, infatti, non abbiamo potuto; anzi, ne siamo stati assolutamente affascinati, se non addirittura ipnotizzati, come – crediamo – è accaduto ed accadrà a quanti si accosteranno alla pièce. Invero, con questa nostra previsione giochiamo facile, perché lo spettacolo è talmente pregno di input e di differenti chiavi di lettura che ognuno degli spettatori potrà farsene una propria versione, guardala con la propria lente, mettendo a fuoco un aspetto e lasciando in dissolvenza gli altri ovvero abbandonarsi alla caleidoscopica visione di Asselta e Sinisi, probabilmente la stessa che animava ed agitava il Manzoni, come lui intenti a farvi entrare “tutto quel che gli sta a cuore di dire e di lasciare in ombra tutto quel che preferisce tacere”.
A nostro modesto parere, qui c’è davvero poco del contrastato matrimonio di Renzo e Lucia, mentre si evidenziano – citiamo confusamente a memoria, operando anche noi le nostre scelte – soprattutto la natura politica – nel senso più alto che si riesce a dare ancora a questa parola – e lo spirito rivoluzionario del romanzo; don Abbondio, don Rodrigo, Azzeccagarbugli, la Monaca di Monza, l’Innominato, il cardinal Federigo, forse lo stesso fra Cristoforo, ma anche i Bravi, che qui sono dei piccoli camorristi dediti – e come potrebbe essere altrimenti – alla musica neomelodica, diventano proiezioni di forze che si scontrano incessantemente, che riescono a raccontarsi in tutta la loro (dis)umanità, ma anche ad essere raccontati, a farsi materia di studio da salotto o, come detto, da aula scolastica. Nell’opera dei due adattatori, gli eroi appaiono lontani, indefiniti; restano in scena solo gli uomini, abbandonati dagli uomini stessi ed orfani di un Dio assente, sordo ad ogni implorazione, dalla memoria tanto labile da essere dimentico dei suoi stessi figli; nemmeno la peste è vista come una ingerenza divina e provvidenziale che, finalmente, sconvolga e ridisegni il gioco dei rapporti di potere, rimettendo ogni cosa al proprio posto, ma esclusivamente nella sua accezione scientifica, in cui “la connessione tra macrocosmo e microcosmo” – probabilmente richiamata dall’enorme pulce portata in palcoscenico – “resta stretta e insieme incerta”.
L’ottima regia, dello stesso Sinisi, sta a quella di “Miseria e nobiltà” come uno specchio o, meglio, come un chiaroscuro, il negativo di quella fotografia, dalla accecante luminosità, che fu la rivisitazione dell’opera di Scarpetta, più cupa ma anche più emozionante, più prepotentemente sconvolgente; è come se, soprattutto nella prima parte della messa in scena, Sinisi abbia voluto ripartire dallo stesso sentiero precedentemente battuto per poi iniziare, con il secondo atto, a tracciare una nuova via per la sua Compagnia, ancora una volta affiatatissima, esemplare anche nella fin troppo evidente e dichiarata volontà di non abbandonare mai il gioco, l’infinito e stupendo gioco che il teatro stesso è. Sempre utilizzando l’espediente del metateatro, che qui si fa – se possibile – ancor più strehleriano, il regista muove se stesso ed i suoi strabilianti attori, tutti impegnati in svariati personaggi, nella magnifica scenografia di Federico Biancalani, occupata da una struttura possente ma anche mobile, destrutturabile e cangiante, probabilmente come lo spettacolo stesso, immagine di un teatro in divenire, un teatro che “s’ha da fare”, a dispetto di chi non vorrebbe, di quanti gli antepongono quel “non”, immediatamente cancellato dagli attori, che, bardati negli efficaci costumi del GdF Studio, rispondono al nome di Diletta Acquaviva, Stefano Braschi, Gianni D’addario, Gianluca delle Fontane, Giulia Eugeni, Francesca Gabucci, Ciro Masella, Stefania Medri, Giuditta Mingucci e Donato Paternoster, tutti intenti ad offrire un’altra prova maiuscola all’interno di uno spettacolo praticamente perfetto pur nella sua imperfezione, che ha più di un punto di forza e tanti momenti di divertimento ma anche di puro pathos (indimenticabili, in tal senso, l’ “Addio ai monti” detto – e non recitato – dalle insicure voci di tanti profughi, nonché lo scontro tra l’Innominato/Sinisi e Lucia), che non solo riavvicinano al capolavoro manzoniano, ma – operazione ben più rischiosa eppure egregiamente riuscita – riescono finanche a renderlo moderno, attuale, vivo.

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