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Di: Antonio Sasso

I vuoti incolmabili nella nostra coscienza critica

22 Novembre 2008 943 Visite Nessun Commento Stampa questo articolo Stampa questo articolo

Sandro CurziIn quest’Italia un pò così, in questa vita divenuta “precaria”, dove i valori una volta banditi del razzismo, della xenofobia, dell’intolleranza tornano in auge. In un’Italia dove persino il fascismo è tornato di moda… In quest’Italia del mercato prima di tutto, ecco scomparire quanto mai inopportunamente una delle coscienze critiche più coerenti della nostra nazione, Sandro Curzi, giornalista, scrittore, anima critica di questo paese. Un paio di articoli sui giornali, più o meno lunghi, qualche servizio nei tg, una nota di rimpianto dei direttori e degli editorialisti. E’ questo che rimane di questi grandi personaggi che scompaiono, ma niente può descrivere il vuoto e il danno subito da una nazione alla perdita di tanto spessore. Personaggi come Biagi, Montanelli, lo stesso Curzi, non sono più a parlare, a tentare di dare un’interpretazione sincera ai fatti, suggerire soluzioni, svegliare le coscienze critiche in un tempo in cui la banalità della tv spazzatura la fa da padrone: le suonerie idiote, i rotocalchi pomeridiani, i giornalisti-conduttori che pubblicano libri insulsi e li pubblicizzano in ogni angolo di tv, in questo malo tempo la scomparsa di tali figure e l’impossibilità di sostituirli con altrettanto autorevoli penne, fanno paura ed il timore si riflette in una vita che ha perso qualità via via che i valori del mercato si sono affermati sui valori di questi nostri veri padri.
 E su questo punto vi invito a riflettere…la qualità della nostra vita. Cos’è la qualità della vita? Alcuni si soffermano sul fatto che la qualità sia connessa alle capacità di spesa dell’individuo o della comunità, e così tanti più soldi sono immessi nel mercato, tanto più consistenti sono i consumi, tanto più alta è la qualità della vita, confodendo così il mezzo con il fine. Vediamo di spiegare meglio quest’ultima affermazione.
 Alla fine della seconda guerra mondiale si decise di ricostruire l’Europa risolvendo i conflitti sociali a favore di una maggiore qualità della vita degli europei al fine di impedire pericolose instabilità sociali che avrebbero permesso la penetrazione degli ideali e dell’influenza comunista sovietica. All’epoca il concetto di “qualità” era affatto diverso; la qualità della vita era soprattutto nei servizi che il cittadino riceveva, in quel famoso welfare che garantiva ammortizzatori sociali, assistenza sanitaria gratuita, trasporti efficienti e pubblici, sistemi di solidarietà sociale, educazione e istruzione per tutti e ad livelli alti di modo che, oltre ad una maggiore capacità di spesa, il cittadino avrebbe ricevuto quella tanto anelata “libertà dalla paura” (secondo il modello rooseveltiano) e quel benessere che poi nel corso della storia avrebbe avuto la meglio sulla politica di oltre “cortina”. Ed inoltre alla qualità contribuiva la cultura, intesa come il rispetto delle tradizioni, l’espressioni artistiche di alto spessore, il fermento delle nuove generazioni e le relative nuove creazioni, l’originalità e la magia dell’arte che diveniva accessibile a tutti perché tutti potessero respirare un’aria nuova e decretare che la vita valesse davvero la pena di essere vissuta. A questo fine e secondo queste speranze vennero costruite le costituzioni europee. Per raggiungere tale scopo, in termini pratici, si scelse il libero mercato come “mezzo”. In pratica, per dirla con la famosa metafora della torta, mentre agli inizi del secolo i movimenti sociali chiedevano una migliore distribuzione della torta (ricchezza), quello su cui si puntò dopo il ‘45 fu allargare la torta in maniera che tutti ne avessero, sotto varie forme, una fetta consistente, in modo che la cultura, l’istruzione e il welfare non fossero depriorizzati a favore di necessità più urgenti come arrivare alla fine del mese.
 Dagli anni ottanta il vento è cambiato e ciò che doveva essere semplicemente un mezzo, il mercato, è divenuto l’unico fine! Inutile ripetere quanto la qualità si sia abbassata, fino al punto da chiedersi se valga la pena affrontare tante pene (scusate il gioco di parole) solo per poter avere qualcosa da mettere sotto la bocca ogni giorno. Il mercato, la stabilità economica, il guadagno ad ogni costo, sono divenuti gli obiettivi primari, le stesse costituzioni che puntavano sulla qualità della vita e sulla giustizia sociale come beni superiori, sono state attaccate dalla nuova tendenza neo-liberale: la stessa Comunità Europea si è formata in nome dei nuovi principi, tant’è vero che la Costituzione europea (per fortuna bocciata dai referendum  di Francia e Olanda) aveva come istituzione principale la Bce, ovvero una banca. Nei famosi criteri di Maastricht (1992), cioè i criteri di partecipazione alla comunità economica, vi sono soltanto vincoli economici: bilancio, debito pubblico, inflazione, PIL, tassi d’interesse, stabilità dei tassi di cambio… Ed il monito principale ai partecipanti è trasformare lo stato in uno stato “minimo” (poco influente sul mercato) che invece di garantire la qualità della vita dei propri cittadini, deve garantire in primis l’ottimo funzionamento del mercato libero senza tener conto delle particolari esigenze sociali di quelle categorie sfavorite dal mercato stesso. Lo stesso articolo 3 della Costituzione italiana è stato attaccato, e con esso la sovranità nazionale, in quello che è stato un vero e proprio “colpo di stato svolto”, dalle elité europee che concertavano il Trattato di Maastricht a danno di tutte le costituzioni europee. L’articolo 3 difatti recita: “[…] È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, mentre la linea imposta dal Trattato dice esattamente l’opposto. Ed è secondo questa linea che sono state compiute le scelte economiche degli stati europei in quest’ultimi anni fino a giungere all’eclatante caso italiano, dove i governi, in nome di esigenze di bilancio, hanno svilito progressivamente l’istruzione al punto da rendere la scuola un’istituione informe e senza futuro.
 Quando ciò avveniva poche erano le voci a levarsi contro questa impostazione neo-liberista della comunità europea, e tra questi ci facciamo un dovere di citare Sandro Curzi. In questo senso ci danniamo alla notizia della sua morte come ci dannammo, o avremmo duvuto, alla morte di Biagi, Montanelli, Pasolini, Rigoni Stern, De André, Gaber e persino, scusate l’ardire, del grande Massimo Troisi. Queste voci, in questo malo tempo, sarebbero state davvero utili almeno per farci destare un attimo dal nostro torpore e forse tentare di rendere la nostra vita degna di essere vissuta.
 Il mio invito ai lettori di questa piccola testata è quello di tornare ad ascoltare queste voci, nelle loro espressioni, di modo che anche queste non possano scomparire lasciandoci un vuoto ancora più grave.
 Ciao Sandro.

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