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I martiri della libertà. Le figure di tre uomini morti per l’Italia

27 feb 2011 | Nessun Comento | 2.821 Visite
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I martiri della libertàL’Italia è un Paese di poca memoria. Tra i tanti che dovremmo ricordare ci sono tre figure di personaggi che giovanissimi hanno lottato, lavorato e sono morti per l’Italia e per la Libertà: Emmanuele De Deo, Goffredo Mameli e Piero Gobetti.
Emmanuele De Deo nacque a Minervino Murge e morì a soli ventisei anni sul patibolo borbonico di Napoli. La famiglia lo aveva mandato a Napoli, la capitale del Regno delle Due Sicilie a studiare, ma ben presto egli si fece coinvolgere nelle lotte per la Libertà. Si iscrisse alla Carboneria e fu da subito sotto le mire della polizia. Durante una cena tra Carbonari in una osteria, si alzò e chiese un brindisi, al quale pare avessero partecipato tutti i presenti, per la rivoluzione e la cacciata del Re spagnolo da Napoli. Qualcuno dei presenti lo denunciò alla polizia, fu arrestato, in casa sua la polizia rinvenne documenti su un progetto di rivoluzione e di attentato al Re. Il suo avvocato Mario Pagano (il quale qualche anno dopo avrebbe subito la stessa sorte) durante il processo disse più volte che alcune di quelle prove sarebbero state prodotte dalla stessa polizia, ma non riuscì ad impedire la condanna a morte del giovane. Durante la permanenza nel carcere fu più volte richiesto ad Emmanuele di dichiararsi pentito e chiedere la grazia, lo stesso Governo gli fece giungere la notizia che il Re avrebbe accolto favorevolmente la proposta di grazia. Ma Emmanuele con una bellissima lettera alla madre, che lo implorava in tal senso, rifiutò di prendere in considerazione tale possibilità e chiese alla madre stessa di essere fiera del figlio che accettava il patibolo senza rinnegare le proprie convinzioni.

Goffredo Mameli, morì cinquanta anni dopo, a Roma a soli ventidue anni (non ancora compiuti). Protagonista dei moti del 1848 prima e del 1849 dopo, fu tra gli eroi della difesa di Roma e della sua brevissima Repubblica Romana. Nel marzo 1848 organizzò una spedizione per andare in aiuto a Nino Bixio durante l’insurrezione di Milano e, in virtù di questa impresa coronata da successo, venne arruolato nell’esercito di Giuseppe Garibaldi con il grado di
capitano. In questo periodo compose un secondo canto patriottico, intitolato l’Inno militare musicato da Giuseppe Verdi.
Mameli venne presto conquistato dallo spirito patriottico e, durante i pochi anni della sua giovinezza, riuscì a far parte attiva in alcune memorabili gesta, come ad esempio l’esposizione del tricolore per festeggiare la cacciata degli Austriaci nel 1846.
Fu autore, all’età di 20 anni, delle parole del Canto degl’Italiani (1847), più noto come Inno di Mameli, adottato poi come inno nazionale della Repubblica Italiana, musicato da Michele Novaro. Già ai tempi della scuola dimostrò il
suo talento letterario componendo versi d’ispirazione romantica, intitolati Il giovane crociato, L’ultimo canto, La vergine e l’amante.
I martiri della libertàLa sua opera di patriota venne anche svolta: a Roma, nell’aiuto a Pellegrino Rossi e per la proclamazione del 9 febbraio 1849 della Repubblica romana di Mazzini, Armellini e Saffi; e in una campagna, svolta a Firenze, per la fondazione di uno stato unitario tra Lazio e Toscana. Nel suo continuo vagabondaggio si trovò nuovamente a Genova, sempre al fianco di Nino Bixio nel movimento irredentista fronteggiato dal generale Alberto La Marmora, quindi nuovamente a Roma nella lotta contro le truppe francesi venute in soccorso di Papa Pio IX (che nel frattempo aveva lasciato la città).
La sua morte avvenne in seguito a delle circostanze accidentali: nella difesa della Villa del Vascello durante la breve Repubblica romana del 1849 fu ferito in maniera non particolarmente grave da un commilitone, con la baionetta, ad una gamba. Morì per la sopravvenuta infezione il 6 luglio 1849 a soli 21 anni, all’ospizio della Trinità dei Pellegrini in Trastevere, ove era stato abbandonato senza alcuna cura. L’ultimo dei suoi fratelli commilitoni a salutarlo prima di fuggire fu padre Ugo Bassi, trucidato qualche mese dopo nelle Marche dall’Esercito papale e da quello francese a caccia di Garibaldi e degli altri protagonisti della Repubblica. Peraltro, Garibaldi durante quella fuga perse Anita a cui diede una provvisoria e anonima sepoltura in Romagna.
Piero Gobetti, fu uomo di cultura, giornalista, docente di materie letterarie e filosofo Liberale degli anni ’20. Morì a soli ventisei anni dopo varie bastonature subite dagli squadristi fascisti e dalla polizia politica del Duce, lasciando moglie e un figlio piccolissimo. Al suo capezzale a Parigi ci furono tra gli altri Francesco Saverio Nitti e Prezzolini.
Il punto di rottura fu il delitto di Giacomo Matteotti del 10 giugno 1924. Questi dopo le elezioni politiche dello stesso anno denunciò in Parlamento i brogli elettorali, la Legge elettorale truffa (che assegnava alla lista che avesse raggiunto il 25% dei voti un premio di maggioranza spropositato: il 65% dei seggi della Camera dei Deputati), le violenze e le intimidazioni pre-elettorali, la presenza della polizia politica nei seggi elettorali per controllare la regolarità delle elezioni, l’arresto preventivo degli oppositori al Regime durante la campagna elettorale e le operazioni di voto, la corruzione, ecc..

I martiri della libertàA seguito di tale denuncia parlamentare alcuni sgherri rapirono ed ammazzarono Giacomo Matteotti, il cui corpo fu ritrovato solo nel mese di agosto del 1924. Gobetti appoggiò Giovanni Amendola (anche egli percosso e picchiato più volte in seguito e morto in Francia durante l’esilio per le conseguenze di un raid punitivo organizzato da fascisti francesi ed italiani), i deputati Liberali, Socialisti e Comunisti che abbandonarono la Camera dei Deputati e si riunirono in “Parlamento per il ritorno della Legalità” sul colle dell’Aventino, autorizzando la permanenza a Montecitorio di un solo rappresentante per ogni Gruppo Parlamentare.
Dal quel momento tutti gli scritti di Piero Gobetti rappresentarono un duro colpo per il Regime, e Mussolini non glielo perdonò, ingiunse al Prefetto di impedire le pubblicazioni prima della rivista “Rivoluzione Liberale”, poi de “Il Baretti” e quindi del foglio clandestino “Non Mollare”.
Un ricordo dei tanti che hanno contribuito alla Libertà che oggi i tanti don Abbondio della cultura e della politica considerano valore troppo ovvio e scontato, e spesso non rispettato nel suo profondissimo significato.

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