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“I figli del capitano Šalita” di Julij Boríssovič Margólin tradotto da Augusto Fonseca

29 Dic 2018 | Nessun Commento | 318 Visite
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margolinNel 1970 lo scrittore, storico e filosofo ebreo Julij Boríssovič Margólin (Pinsk, 1900 – Tel-Aviv 1971) nell’articolo che segue (che io ho tradotto dall’originale in lingua russa), con una puntuale, dettagliata ed esauriente analisi, spiega come “Lo Stato d’Israele non è uno Stato teocratico, ma uno Stato di diritto”. A distanza di mezzo secolo, il buon senso che emerge da questo scritto risulta di particolare significato, nel momento in cui l’attuale governo d’Israele ha fatto approvare dalla Knesset (parlamento israeliano) la legge “Israele, Stato degli Ebrei” che ha suscitato serie polemiche all’interno e al di fuori del Paese. (Augusto Fonseca)

No, non si tratta qui de “I figli del capitano Grant” le cui avventure abbiamo letto da ragazzi nel romanzo di Giulio Verne, ma dei bambini del capitano Šalita. I quali, poverini, non sospettano neanche lontanamente quale “tempesta in un bicchiere d’acqua” hanno provocato nello Stato d’Israele, una di quelle tempeste che s’abbattono improvvise per essere poi dimenticate una settimana dopo. Si tratta di un bambino di sei anni e di sua sorella di tre.

L’aitante capitano Šalita non è un lupo di mare, ma uno psicologo in servizio nella marina militare israeliana. Sua moglie, Anna, è scozzese ed entrambi sono atei convinti. Non “atei”, cosí, come tanti se ne trovano in Israele, ma atei di profonde convinzioni, atei di ferro. Cosa volete, ognuno è libero… La signora Anna, in verità, aveva già avuto il suo daffare anche nella protestante Edinburgo. Lei proveniva da una famiglia in cui da tre generazioni se l’erano cavata senza la religione. Suo nonno, architetto, pur non essendo ebreo, ha meritato grandi riconoscimenti nell’edificazione della Palestina ebraica, ha elaborato i piani edificatori di Tel-Aviv e di Gerusalemme, era amico di Weizmann [primo presidente dello Stato d’Israele, n.d.t.]; l’altrononno fu il famoso geografo Elisée Reclus (1830–1905), anarchico e, ahimè!, anche lui ateo. Non è cosa facile in Israele essere ad un tempo “non ebrea” e atea!

E qui bisogna respingere l’accusa di “razzismo” che esisterebbe in Israele. Lasciamo la menzogna alla propaganda sovietica. In questi giorni si è trasferito in Israele, beneficiando di tutti i diritti di Ebreo, il tedesco von Schwarze con la moglie e tre figli. Tutti loro sono passati al giudaismo, peraltro a quello piú ortodosso, e furono accolti qui con grande cordialità. E come questo von Schwarze non ce ne sono pochi in questo meraviglioso Paese. Quando, però, il capitano Šalita, “sabrà [nativo]” assai tipico di questa terra, andò per registrare all’anagrafe i suoi figli e alla voce “nazionalità” scrisse “ebraica” e a “religione” scrisse “nessuna”, non ci fu niente da fare! Non glielo consentirono. In Israele non esiste ancora il matrimonio civile. La registrazione degli atti di unioni civili è di competenza del Ministro degli Interni, il quale oggi è membro del Partito Nazional-religioso, ed è nella coalizione governativa. Secondo la “Halahà [tradizione normativa religiosa ebraica, ndt]”, religione ebraica e nazionalità coincidono. Alla domanda “chi è ebreo?”, la “Halahà” risponde: “chi nasce da madre ebrea ed appartiene alla religione ebraica”. Von Schwarze soddisfaceva la seconda condizione e divenne “gher tsedék”, cioè correttamente naturalizzato ebreo con tutti i relativi diritti; ma i figli del capitano Šalita assolutamente no.

Pieno medioevo!Non fu consentito di registrare i figli del capitano Šalita come ebrei, in quanto la madre non era ebrea e per giunta senza alcuna religione. Il capitano, spazientito, si è rivolto al tribunale. È iniziata cosí una battaglia che, passando da un’istanza all’altra nell’arco di due anni, si è conclusa nel gennaio di quest’anno con una sentenza della Corte Suprema d’Israele. Questa, riunita in seduta plenaria di nove giudici, dopo un attento e scrupoloso esame, ha emesso la sentenza seguente: non è competenza del Ministero degli Interni stabilire chi è ebreo e chi non lo è e neppure verificare l’appartenenza al popolo ebreo. Lo Stato d’Israele non è uno Stato teocratico, ma uno Stato di diritto. Pertanto in conformità con l’articolo di tale costituzione, l’impiegato ha l’obbligo di registrare la nazionalità del bambino secondo le indicazioni dei genitori, date “in buona fede”; ma può rifiutarsi di farlo, solo nel caso abbia fondati motivi per non fidarsi di loro. Per farla breve, il capitano Šalita ha vinto la causa e i suoi figli sono stati registrati come ebrei, senza religione. Tuttavia questa è stata una vittoria di Pirro, dal momento che anche tra i giudici i pareri non erano stati tutti concordi, e la sentenza era stata emessa con la maggioranza di cinque su nove. Ne è venuto fuori uno scandalo e poco ci è mancato che cadesse il governo, che aveva il sostegno del “Gahàl” [in ebraico, iniziali delle parole: Gush Herút Libralim, cioè Alleanza Herút (il maggior partito israeliano di centro-destra) e Libralim (partito liberale israeliano, ndt] con i suoi sei ministri, se Golda Meir [all’epoca, primo ministro, ndt] non fosse scesa a compromesso. La Corte Suprema non avrebbe piú provocato gli ortodossi, poiché il governo ha introdotto in Parlamento un emendamento alla “legge sul rimpatrio”, nel senso che le mogli, o i mariti, non ebrei, delle persone che immigravano e i loro figli avrebbero goduto degli stessi diritti e agevolazioni spettanti ai rimpatriati, compresa la cittadinanza, mentre la nazionalità sarebbe stata attribuita in conformità alla “Halahà”, cioè secondo la tradizione religiosa.

Non si tratta di “razzismo”, come già ho avuto modo di spiegare prima; ma non è neanche molto favorevole alla reputazione d’Israele all’estero il monopolio dei religiosi sugli atti di stato civile. Questo si spiega in due modi: con ragioni storiche e con motivi di politica interna. L’ingresso in massa di immigranti non religiosi potrebbe influire sulla modifica della legislazione. Nella situazione attuale, infatti, in assenza di matrimonio civile, la registrazione degli atti di stato civile viene controllata dal rabbinato.

Nei Paesi occidentali sulla carta d’identità è indicata solo la cittadinanza; non figurano né la religione né la nazionalità. Nell’Unione Sovietica è indicata la nazionalità in ragione della complessa struttura del Paese, abitato da centinaia di popoli. In Israele, per distinguere un Ebreo da un Arabo, sarebbe sufficiente menzionare la religione. Arabi atei non ce ne sono, o sono musulmani o, in piccole percentuali, cristiani (all’incirca 50.000). Ma lo Stato d’Israele è stato costretto ad aggiungere “nazionalità” in conseguenza della “Legge sul rimpatrio”, che riconosce ad ogni Ebreo il diritto di rientrare il Israele, usufruendo di tutte le agevolazioni e aiuti per la sistemazione.

A questo punto viene fuori il problema: chi è ebreo alla luce della “legge sul rimpatrio?”. La parola “ebreo” può avere il significato sia di religione sia di nazionalità. Gli ortodossi sostengono che tra i due termini non v’è alcuna differenza, anzi, non solo non può, ma neppure deve esistere la nazionalità ebraica al di fuori della religione ebraica. A dire il vero, fino alla fine del XIX secolo la storia è stata dalla loro parte.

Nel Medioevo, e ultimamente anche nella Russia zarista, l’Ebreo che si battezzava rinunciava alla propria nazionalità che, anche se lo volesse, non poteva conservare. In Inghilterra, Disraeli [Benjamin Disraeli, scrittore e politico britannico (1804-1881), per due volte primo ministro del Regno Unito, ndt] anche se divenne anglicano, conservò un certo legame, persino l’orgoglio di avere origini ebraiche, ma in sostanza lui era inglese, allo stesso modo in cui Pasternàk e Mandel’štàm erano divenuti russi, anche se con dei tratti (non riconoscibili da tutti) propri del popolo ebreo; popolo, non “razza” ebrea. La nazionalità, come la religione, si può cambiare, ma questo non può avvenire ad opera di un impiegato dell’ufficio anagrafe. Si tratta in realtà di un processo di rinascita interiore della persona, che si realizza con difficoltà ed è in stretta connessione con tutta la sua vita. L’abbandono di una cittadinanza e l’acquisizione di un’altra significano il destino di una persona. Il processo di assimilazione che immancabilmente ha subíto il popolo ebreo nei Paesi in cui lo ha portato il destino, si è verificato gradatamente con il cambio delle generazioni; si tratta di un processo quanto meno di tre o quattro livelli.

La religione nel corso dei millenni ha contrastato il processo di assorbimento del piccolo popolo ebreo da parte di comunità non ebraiche. E questo è un merito storico, se si pensa al problema della nazionalità. Si spiega cosí il profondo rispetto delle tradizioni anche da parte degli Ebrei laici.

Ma tutto ciò è cambiato nello Stato d’Israele. La “ragione storica” denota anche la possibilità di un cambiamento storico. La rivoluzione sionistica, infatti, il cui significato entra a fatica nella coscienza collettiva, ha prodotto il risultato, che in Israele l’Ebreo conserva la propria nazionalità, indipendentemente da come figura nel documento d’identità. In Israele è cessato il processo di denazionalizzazione e, per molti rimpatriati, è stato trasformato in processo di rinazionalizzazione. È tutto qui il senso del sionismo, in quanto movimento spirituale e politico, e non ha nulla a che vedere con la questione essere ebrei “come tutti i popoli”, oppure “non come tutti i popoli”. In ogni modo, “interamente ebrei” si può essere solamente in Israele, secondo un’espressione di Ben Guriòn.

E qui ha inizio la confusione di tre concetti: cittadinanza, nazionalità e religione. Cittadini israeliani sono anche gli Arabi di Nazaret, come gli Armeni e i domenicani francesi di Gerusalemme. Adesso possono aderire al giudaismo anche Giapponesi di Tokio , o i negri nuovayorkesi di Harlem, senza per questo divenire di nazionalità ebraica; continuano, in realtà, ad essere giapponesi, oppure negroamericani della legge mosaica. Insomma, se la cittadinanza e la confessione religiosa si possono senz’altro determinare richiamandosi a certe istanze, non esiste e non può esistere alcuna istanza che, per via burocratica, possa rilasciare ad una persona un attestato della sua nazionalità. Pertanto, la Corte Suprema d’Israele, nel caso dei “figli di Šalita”, a buon diritto aveva suggerito al governo di eliminare del tutto la voce “cittadinanza” nei certificati della stato civile. Il governo israeliano, invece, non seguí quel prezioso consiglio, per non dare adito ad una polemica interna in un periodo di guerra. Ma io penso che sia solo una questione di tempo e di un maggiore sviluppo dal punto di vista storico.

Se al problema ci accostiamo in modo puramente logico e sereno, vedremo che le cose stanno in questi termini. Intanto, il popolo ebreo non è costituito soltanto da religiosi. Vi sono credenti (ebr. datim) e laici (ebr. hiloniim). La differenza tra di loro è nel fatto che, per i primi, la Bibbia e la tradizione hanno la capacità di rivelare l’Onnipotente, mentre per i laici si tratta di una realtà storica. Un popolo nasce per ragioni storiche e vive come una ininterrotta catena di generazioni. Il principio della “Halahà”, che, cioè, “ebreo è chi è figlio di madre ebrea”, lascia irrisolto un altro problema: che cos’è che rende ebrea una madre? Questo, in fin dei conti, si dà per scontato, nessuno lo chiede né lo verifica. Quando, alcuni anni fa, la Corte Suprema d’Israele negò a padre Daniele (Rufejsen) il diritto della cittadinanza automatica, spettante ad ogni Ebreo che rimpatriava, non prese in considerazione il fatto che lui era figlio di madre ebrea e circonciso alla nascita, ma si basò sul consenso generale, consensus omnium, ovvero sulla vox populi, che ai nostri giorni non può immaginare che un Ebreo indossi i panni di un monaco cattolico. Ma eccoci anche col termine “popolo” e tutto quanto ad esso collegato, che non necessita di una definizione logica. Il popolo è un vivo legame di generazioni, non è possibile ritagliarlo con l’accetta, o collocarlo sul letto di Procuste della casistica dogmatica. Dal punto di vista della storia ebraica, potremmo dire che religione e nazionalità non si possono separare; ma non è neanche possibile farle coincidere. Esse sono in stretta relazione, ma non si tratta di una relazione obbligata. Non le si può separare, ma si può e si deve differenziarle. Ecco perché persino gli atei dei kibbúts, o gli agnostici, che non frequentano le sinagoghe, restano comunque legati al passato storico e al retaggio del popolo, che loro conoscono e riconoscono come proprio e dal quale sono spiritualmente caratterizzati persino nel loro rifiuto o nella messa in discussione; altra consistenza hanno, invece, il distacco dal proprio popolo e l’autoidentificazione con un’altra natura etnica, in cui l’individuo cessa di essere ebreo, “si aliena” e in lui resta unicamente l’origine ebraica, com’è il caso di Marx, Leone Trotskij ed altri.

In Israele l’appartenenza al popolo è un fatto evidente della realtà, non di una formula logica o di una categoria giuridica. E la si riconosce da tutto l’insieme delle situazioni di vita. A prescindere da come sono stati registrati, i figli del capitano (ma adesso ormai maggiore) Šalita, e lui stesso, sono ebrei non perché tali risultano al registro, ma perché secondo princípi dell’ebraismo vivono, si comportano e tali vogliono anche essere riconosciuti nel proprio ambiente. È ben noto l’adagio “è difficile essere ebrei”, ma in Israele è un po’ piú semplice di quanto non lo sia fuori dai suoi confini; piú semplice, perché è piú naturale e con meno limitazioni. I figli del capitano Šalita in nulla si differenziano dagli altri bambini israeliani; quando poi cresceranno, saranno loro stessi a decidere il rapporto da avere con la religione degli avi; forse anche non sull’esempio dei propri genitori atei (è sempre attuale il contrasto tra padri e figli). Riguardo alla loro madre, la scozzese Anna, ebbene lei si è inserita in modo esemplare nella realtà d’Israele e non le interessa proprio per nulla di come l’hanno registrata negli atti ufficiali.

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