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I Cantieri Teatrali Koreja portano in scena “La ragione del terrore” di Michele Santeramo

7 feb 2019 | Nessun Commento | 450 Visite
Di:

la ragione del terrore (1)Questo era il terribile: la quiete nella non speranza. Credere il genere umano perduto e non aver febbre di fare qualcosa in contrario, voglia di perdermi, ad esempio, con lui.” (Elio Vittorini)

Un uomo ed una donna condividono il loro ristrettissimo spazio vitale. L’uomo è in preda ad un profluvio di parole; ne viene, seppur riluttante, catturato, attraversato posseduto, condannato in eterno ad espiare il suo terribile peccato, raccontando una storia: la sua. La donna lo osserva muta ma – non per questo – inerme, riempiendo quell’angusto spazio con il suo assordante silenzio, nello stesso momento vittima e carnefice, olocausto ed omicida, oppressa ed oppressiva, soffocata e soffocante, giudicata e giudicante, martire ed aguzzina: è lei che obbliga l’uomo a rinnovare ogni sera il suo dolore, a farsene carico ogni volta davanti ad una platea diversa, come fosse un girone infernale, un eterno calvario che non ammette soste, una perenne confessione che non prevede assoluzioni, una pena infinita da pagarsi con la propria stessa esistenza. Ed è, infatti, la vita stessa dell’uomo ad essere setacciata come sabbia, sgranata come un rosario, vivisezionata come un cadavere, come un corpo già in avanzata decomposizione, assassinato dal suo stesso sfortunato lignaggio, dalla sua nascita in uno dei ghetti della terra, dagli stenti, dall’ingiustizia, dalla cattiveria, dalla violenza, dall’essenza stessa del male, che fa male e che, inevitabilmente, genera male, che contorce e distorce le coscienze sino a spingere a gesti intollerabili ed irrimediabili, a gettare in oscuri e putridi pozzi senza fondo, in cui si è caduti in un attimo di disattenzione e da cui è impossibile far ritorno, se non – forse – rendendo confessabile l’inconfessabile.

Partendo da un fatto di cronaca, anzi – dovremmo dire – giungendovi, dato che lo spregevole delitto dell’uomo verrà svelato solo nel finale, che, pur essendo estratto da un passato remoto della nostra Storia, vale a dire dall’epoca fascista, potrebbe benissimo appartenere ai giorni nostri, rivelandosi in tutta la sua tragica attualità, la sublime penna del drammaturgo pugliese Michele Santeramo ha costruito una perfetta parabola discendente negli inferi dell’animo umano con il suo “La ragione del terrore”, messo meravigliosamente in scena dalle illuminate menti dei Cantieri Teatrali Koreja, in particolare del suo deus ex machinaSalvatore Tramacere, qui nelle vesti di regista, e giunto a Bari a chiudere il Focus Puglia, mini rassegna ormai convenzionalmente inserita dal Teatro Kismet Opera nella Stagione dei Teatri di Bari. In scena, praticamente immobili nella claustrofobica quanto geniale scenografia ideata da Bruno Soriato, anche alle luci, Michele Cipriani e Maria Rosaria Ponzetta rendono in modo perfetto l’inquietudine del vivere di chi non può mai dirsi veramente nato alla vita, essendo stato costretto sin da subito a sopravvivere, senza riuscire nemmeno a sentirsi parte di una comunità di simili, di una tribù, di un branco che possa riconoscersi anche solo dall’odore, animali giunti, per innata malasorte, in un non luogo, corpi senz’anima, svuotati di significato, masse corporee private della loro soggettività, che si abbandonano, per dirsi ancora vivi, alla vendetta ed al risentimento, estremo gesto di rivolta nei confronti della nostra civilissima società e – perché no? – di un Dio Padre che, dimentico dei propri figli, li ha lasciati morire all’inferno della civiltà, permettendo che condividessero la sorte di Cristo, il precipizio della percezione dell’abbandono e, infine, della condanna alla ripetizione inesauribile di gesti e situazioni che si rinnoveranno tra quelle quattro umide mura ogni giorno, all’infinito. Se Cipriani è il mattatore assoluto della pièce, totalmente coinvolgente in quello che, in definitiva, si delinea come un lungo monologo, trascinando lo spettatore in un vortice da cui è impossibile uscire se non sentendosi accomunato alla sua stessa sorte, la recitazione, muta eppur strepitante, di Maria Rosaria Ponzetta è addirittura ipnotica sino a togliere il respiro, potendosi rintracciare sul suo viso tutti i sentimenti di cui è preda, tutti i solchi tracciati da un (dis)umano vivere, sino al liberatorio pianto finale, probabilmente l’unico elemento salvifico di tutta la vicenda, l’unico segno che dona un barlume di speranza ai due protagonisti e a noi con loro.

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