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Di: Antonio Sasso

Horror, sincero specchio della società

10 Giugno 2008 3,932 Visite Un Commento Stampa questo articolo Stampa questo articolo

La notte dei morti viventi (’68)

 Le mode non le dettano solo gli stilisti e spesso non dicono molto di più sulla nostra società di quanto non dice o non ha detto il cinema. Spesso si tratta però della superficie delle cose e comunque anche il cinema, sembra arrivare un attimo in ritardo, quando ormai il fatto è storia, la tendenza è passata, quando gli umori sociali sono rivolti già altrove. Esiste però un particolare tipo di cinema che riesce a cogliere le paure e le ansie della società quando queste sono pulsanti e attive, se non addirittura prima che si manifestino concretamente. Si tratta dell’horror, genere che riproduce per eccellenza le fobie che imperversano in seno alla società.
 Per fare un  esempio tra i tanti, citiamo la “La notte dei morti viventi“, di George A. Romero. E’ l’esordio cinematografico degli zombie, metafora della rivolta delle classi sociali inferiori sulle classi dominanti, metafora del ghetto e dell’inumanità a cui la società giunge allorquando è costretta a difendersi dal diverso, a sua volta identificato come il “mostro”. Romero inizia a girare nel 1967, un anno prima della storica rivolta del ‘68, nella quale si manifesta per la prima volta il latente dissenso serpeggiante tra le nuove generazioni e le classi subalterne. Dunque profetico e rivelatore, meglio di ogni altro genere, mette a contatto diretto lo spettatore con le sue paure più intime e i sommovimenti inconsci al pensiero dei suoi simili. Così, di conseguenza, l’horror ha attraversato la nostra storia come un vero e proprio specchio antropologico o sociologico, che ha riflesso gli aspetti più inconsci del nostro comune sentire. Si pensi ad esempio ad “Alien” o a “La cosa“ (anni ‘80) che riprendevano la tematica dell’alieno minaccia della nostra civiltà, ovvero il pericolo che viene dall’esterno pronto a cibarsi di noi e dei nostri valori (si pensi alla retorica reganina dell’assalto sovietico all’occidente). Senza approfondire troppo la storia del genere -lo faremo in una prossima serie di articoli su Lsd-  giungiamo agli anni immediatamente precedenti ai nostri.

The others

 Parliamo dunque del nemico islamico, sempre esterno e soprattutto poco conosciuto. Tanto poco definito da appartenere ad un altro mondo, come un fantasma che aleggia su di noi e che ci minaccia. Così il cinema produce una serie di film partendo da “Il sesto senso“, “The hole“, “The eye” fino  a “The others“, che nascondono però un altra chiave di lettura piuttosto indicativa: i fantasmi non sono tanto diversi da noi o, meglio ancora, i fantasmi siamo noi stessi. Ciò rivela un sentimento ben nascosto e soprattutto taciuto dell’occidente,  l’idea cioè che il nemico non è diverso da noi, è invece parte del nostro passato, incattivitosi e divenuto minaccia a causa dei nostri comportamenti (vedi colonialismo e discriminazione politica e sociale). Considerando come sempre viva sia stata l’immagine del maniaco da “Nightmare“, “Halloween“, “The hitcher“, “Saw” fino a “Jack lo squartatore” (e persino “Dracula“), ovvero l’immagine del prodotto deviato della nostra società, il cinema horror si presenta dunque anche come critica profonda alle produzioni del sistema dominante.

nightmare

 I nostri giorni. Da qualche tempo il tema horror che ha riscosso più successo, e attorno al quale si sono indirizzati diverse produzioni, è quello de “i nuovi zombie“, con delle implicazioni molto diverse da quelle dei film di George Romero. Il capostipite di questa nuova tendenza è sicuramente “28 giorni dopo“, di Danny Boyle: degli scimpanzè affetti da un virus sconosciuto vengono liberati da un gruppo di animalisti, gli animali liberati attaccano immediatamente i loro liberatori trasmettendo il terribile morbo; Jim, il protagonista, si risveglia dopo 28 giorni (a causa del suo stato di coma a seguito di un incidente) in una Londra deserta ove non c’è più traccia dei suoi concittadini. In realtà gli inglesi sono ancora lì, solo trasformati dal terribile virus in sanguinari mostri assetati del sangue dei loro simili. Nel 2005 segue “Serenity“, un pò più scansonato e decisamente più fantascientifico: un gruppo di mercenari spaziali si imbatte in mostri siderali affamati di carne umana, che altro non sono che esseri umani nati da una sperimentazione volta a creare un uomo più pacifico ed appunto sereno. Nel 2007, uno straordinario Will Smith interpreta il protagonista nel remake di “Io sono leggenda“: il dottor Neville è l’unico sopravvissuto in una New York infestata da ex esseri umani ancora una volta trasformati da un virus in specie di vampiri che non sopportano la luce del sole. Stesso canovaccio è quello di “Rec“, film girato con la tecnica della “presa diretta” (tipo “Blair witch project“) dal giovane regista spagnolo Balagueró impostosi con “Darkness” (film incentrato sull’apocalittica affermazione del buio sulla luce, appartenente al precedente tema fantasmatico).
 Ultimo e atteso film del genere, segna la conversione del regista del “Sesto senso” al tema dei nuovi zombie, si tratta di “E venne l’anno“. In questo caso la mutazione non produce mostri affamati dei loro simili, ma di loro stessi. In pratica la gente comincia a suicidarsi, perde gusto alla vita e il fenomeno sembra inarrestabile fino a coinvolgere l’intera popolazione americana.

REC

 In quest’ultimo caso è ancora più evidente il fatto che il pericolo non viene più inteso provenire dall’esterno (dunque appare superata, a livello inconscio almeno, la paura per il diverso propagandata dai media), ma dal di dentro, prodotto, in quasi tutti casi, da un virus generato dall’ uomo (critica agli sviluppi tecnologici reputati alienanti) che trasforma ogni individuo in qualcosa di indistinto e massificato: un gruppo omologato e contraddistinto dai medesimi valori e desideri prettamente individualistici: mangiare per sopravvivere, portare nel gruppo di mostri l’intera società (metafora dei procedimenti di omologazione derivati dal pensiero globale).  Proprio l’individualismo odierno, imperante nella cultura della globalizzazione, produce milioni di esseri isolati, troppo concentrati su loro stessi, che finiscono per sentirsi soli, e di conseguenza, il sentirsi soli spinge a vedere il pericolo ovunque, tra gli estranei come tra i parenti (del resto i media stessi riferiscono della terribile exalation dei delitti domestici o tra vicini). La nostra, una società individualistica da un lato e omologante dall’altro, produce così la denuncia e il sospetto inconsci, nei suoi individui, che appunto l’individualismo riduca ad una solitudine asfissiante, mentre la massificazione crei dei gruppi indistinti di mostri assetati dal loro unico ed egoistico intento: il consumo, se non addirittura l’affermazione ad ogni costo della propria identità sull’altro.
 Ad ogni modo, in questo nuovo filone dell’horror, si rileva un aspetto positivo che consiste in una critica,  già insita all’interno dell’individuo moderno, per i modelli individualistici della competizione che riducono l’essere umano solo ai propri istinti animali (sopravvivenza e auto-conservazione), nonché la presa di coscienza dell’omologazione culturale come un pericolo che ci trasformi in esemplari indistingumbili. Dunque il cinema horror riscontra, sotterraneo alla società, un primo segnale di risveglio.
 Un altro filone molto praticato dal genere  è quello che potremmo definire della claustrofobia da labirinto. Ad esso appartengono film come “The Descent” e “Catacombs“. I protagonisti si trovano proiettati nell’oscurita (una serie di cunicoli e antri cavernosi, nel primo caso, e le catacombe parigine nel secondo) a contatto con uno o più mostri famelici. Sia in un caso che nell’altro altro, è evidente l’ambiguità tra sogno-immaginazione e realtà, la quale ci suggerisce che quanto stiamo vedendo possa essere appunto il frutto della mente dei protagonisti. Ciò trasferisce la tematica del labirinto ad un livello immediatamente inconscio: l’uomo moderno si sente costretto dal sistema alle tenebre e ad un percorso obbligato senza via di uscita, minacciato da esseri celati proprio dal buio. Questo denota la profonda insicurezza che lo contraddistingue anche nei più semplici gesti quotidiani (come passeggiare nel proprio quartiere) ed evidenzia, nella reazione dei protagonisti, il sentirsi legittimato all’auto difesa violenta e spesso crudele in quanto abbandonato dalle istituzioni e dalle forze di sicurezza (e qui potremmo citare la diffusione inarestabile delle armi da fuoco tra i cittadini USA).

The Descent

  Per concludere, l’horror non è solo un genere per intrattenere i più forti di cuore, gli impavidi, gli amanti del brivido, come spesso è definito, ma si rivela il più fedele ritratto delle nostre fobie, il riscontro più immediato dei sentimenti di critica e auto-critica interni alla società, e un precursore dei tempi nell’individuazione dei prossimi movimenti sociali. Dunque cosa dovremmo aspettarci in un prossimo futuro? Che il popolo risponda alle sue esigenze inconscie  mettendo in discussione il modello dominante del pensiero unico? Che rimetta in discussione la cultura dell’apparire generatrice di mostri rifatti dalla chirurgia  plastica, “star” consumate dall’alcool e dalle droghe, fanatici delle guerre di religione, ossessionati dal politicaly correctly che stanno procedendo, senza congnizione, al netto ed inesorabile distanziamento tra la versione ufficiale di ogni cosa e la sua realta? Tutto sommato non sarebbe una prospettiva deprecabile, anzi tale rimessa in discussione pare auspicabile se non persino necessaria.

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