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G20, il piano d’azione dei soliti “grandi”

16 nov 2008 | Nessun Comento | 1.641 Visite
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franklin-roosevelt Nei punti che definiscono il piano d’azione del G20 grande attenzione viene destinata alla cooperazione tra i “grandi” per rilanciare e stabilizzare il mercato finanziario globale, stimolare la crescita attraverso misure fiscali (non meglio precisate) che agiscano sulla domanda… Aria fritta, poco coraggio. I grandi pensano ai grandi e poco a coloro i quali sono stati il motore economico dello scorso secolo e potrebbero esserlo per la rinascita tanto auspicata: noi, i “non grandi”, i cosiddetti consumatori, quelli che più di tutto hanno pagato e pagheranno lo scotto della crisi.
Le misure allo studio sono solo palliativi se non proprio diversivi. Regolamentare il mercato finanziario lasciato a briglia sciolta dagli anni ’80, e sì una misura necessaria, ma rischia di attribuire alla “finanza creativa” tutta la colpa di questa drammatica situazione. Un pò come dire, “sono loro i cattivi, adesso li puniremo”. Semplicistico e forviante, anzitutto perché quei loro non sono altro che altri grandi, congiunti di imprenditori, finanzieri, banchieri, politici e affaristi vari che pungolano i governi del G20 alla ricerca di una soluzione indolore e persino conveniente. Il loro fine e riparare i buchi delle grandi banche, detassare le aziende soprattutto grandi con la scusa di stimolare la crescita. Insomma rivolgere a loro vantaggio una situazione causata dalla loro avidità.
E’ certo che davanti alla riduzione dei consumi mondiali, all’atrofizzazione del mercato la soluzione sia proprio lo stimolo della domanda, ma perché ancora una volta si prospetta la defiscalizzazione dell’impresa come misura urgente e non si aumenta invece la domanda investendo sull’aumento repentino dell’occupazione e delle condizioni dei lavoratori? La vera causa della crisi è infatti un’altra, ovvero la stretta mortale al benessere delle classi medie e povere di tutto il mondo che ha permesso ai “grandi” di ottenere quel surplus di ricchezza per produrre le tanto vituperate speculazioni della finanza creativa. In trent’anni di neo-liberismo i lavoratori hanno perso potere d’acquisto rispetto alle classi dirigenti con percentuali prossime al 50%, il divario tra ricchi e poveri si è allargato a dismisura, provocando lo stallo dell’economia che ora ci si accinge ad affrontare con misure volutamente blande ed ipocrite.
 Nel 1932, un uomo illuminato risolse la crisi del ’29 stimolando anch’egli la domanda interna. Si chiamava Franklin Delano Roosevelt e fece ciò che i nostri “grandi” già definiscono come un’impresa folle: investì le risorse dello stato non sulle aziende, né per riparare i buchi causati nel mondo della finanza; egli investì sui lavoratori creando la più grossa impresa di opere pubbliche (Tennessee Valley Authority ) dando lavoro a milioni di americani al dì là della loro effettiva produttività. Per essere più chiari: se la produttività di 100 operai era tale da produrre in un giorno 100 pezzi richiesti dal mercato di un determinato prodotto, egli dispose che per quei 100 pezzi sarebbero dovuti essere impiegati 500 operai (diminuendo le ore di lavoro, migliorando le condizioni sociali, creando il welfare state) ottenendo così che, dì lì a poco, grazie al miglioramento del loro potere d’acquisto, il mercato non richiedesse più 100 pezzi ma 1000, producendo effetti positivi diretti e indiretti per tutta l’economia. Per i nostri “grandi” economisti un coraggio del genere è identificato come follia, andare oltre la produttività è la prima delle bestemmie nonché la più grande delle paure. Pavidi, volutamente poco coraggiosi.
 L’appello è dunque per la venuta di un nuovo Roosevelt? La speranza è che il neo eletto presidente americano, Obama (che ha appunto sottolineato come gli interventi anti crisi vengano diretti alla classe media piuttosto che alle grandi banche) sia questo nuovo Roosevelt? No, Obama non è Roosevelt, ma può essere molto di più se si capisce fino infondo la lezione impartita il 4 novembre scorso: la vittoria del primo presidente di colore non è la vittoria di un uomo straordinario, di un leader carismatico, di un altro grande, ma è la vittoria dei “noi”, dei “non grandi”, di coloro i quali quel giorno hanno rialzato la testa, riassaporato la vita e si sono accorti che non era più il caso di lasciar fare ai soliti “grandi”, che la politica era una cosa di tutti perché riguarda tutti. Di coloro che, finalmente coscienti dopo anni di torpore televisivo e di terrore mediatico, hanno ripreso la loro libertà per le mani, consapevoli che la vera libertà -e qui cito Giorgio Gaber- è nella partecipazione.

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