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Frosini e Timpano fanno luce sugli anni bui del colonialismo italiano al Teatro Abeliano di Bari

22 nov 2017 | Nessun Comento | 487 Visite
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frosini-timpano-2017-730x490Quando sono arrivati qui i bianchi, avevano con loro soltanto la Bibbia, mentre noi avevamo le nostre terre. Ci hanno insegnato a pregare, con gli occhi chiusi: quando li abbiamo riaperti, i bianchi avevano le nostre terre e noi avevamo la Bibbia.” (Jomo Kenyatta)

Fra vent’anni nessuno immaginerà i tempi nei quali viviamo. Gli storici futuri leggeranno giornali, libri, consulteranno documenti di ogni sorta, ma nessuno saprà capire quel che è accaduto.” (Leo Longanesi)

Immaginare: facile a dirsi. Tralasciando le cretinerie da spot pubblicitario, sappiamo bene che a volte la forza della nostra immaginazione non è sufficiente per spingerci oltre la nostra umana percezione, per mutare o anche solo mettere in discussione i principi, le direttive, i dettami impartitici per una vita intera. Ma questo tentativo può – e deve – essere perpetuato in teatro, luogo culto creato proprio per dare corpo all’immaginazione irreale dell’autore e dell’attore – certo – ma anche dello stesso spettatore, indispensabile complice, che accetta di condividere uno strano gioco che presuppone il dichiarato intento di farsi imbrogliare, di fingere di credere che quel che accade sulla scena non sia frutto di pura fantasia, ma stia accadendo – o sia accaduto – davvero. La fantasia che ci spinge a credere vera quella finzione è, dunque, il perno del contratto tra attore/autore e spettatore, anche se è essenziale, affinché il rapporto acquisti significato, che sia in qualche modo legato alla realtà, collocato nel contesto del tessuto immaginativo dello spettatore, altrimenti si correrebbe il rischio di estraniarsi dall’azione scenica, credendola del tutto impossibile e, dunque, relegando, quasi inconsciamente, l’attore/autore al ruolo di basso millantatore; ecco, dunque, che il rischio più forte per un protagonista sia proprio quello di non riuscire a perforare la corazza del pubblico che gli sta di fronte, a frantumare il muro di gomma che si alza ogni sera insieme al sipario tra il palco e la platea (qualcuno avrebbe detto “tra palco e realtà”, appunto), e – strano a dirsi – appare tanto più arduo quanto più lo spettacolo narra di vicende reali, estratte dalla storia di un popolo o, meglio, da quella parte della propria storia che un popolo ha ritenuto dovesse essere dimenticata, omessa, trascurata, tralasciata, evitata, eliminata, cancellata.

Ma è vero che anche noi, dico noi italiani, noi italiani brava gente, siamo stati colonialisti? – Non ci posso credere! – E invece sì che lo siamo stati! Non ti ricordi? Lo siamo stati per tanti anni, attraverso una storia di vittorie e sconfitte, di morti e gasati (nel senso di uccisi con il gas, gli altri ben inteso, non noi!). Era una storia iniziata ben prima del Fascismo. – Non può essere vero, dai, mi stai imbrogliando!”: ecco, le parole pregne di sbalordito ed infantile stupore che fanno da incipit alla stupenda pièce teatrale “Acqua di colonia” del fantastico duo Frosini / Timpano potrebbero essere le nostre, anzi lo sono state per gran parte della performance, inserita nella rassegna del Teatro Abeliano di BariTo the theatre”, curata dalla nostra Licia Lanera, sino a quando la sorpresa, la confusione e l’incredulità hanno lasciato il posto allo sdegno, alla rabbia, alla vergogna, al turbamento. Eppure, dopo “Dux in scatola”, “Aldo Morto” e “Risorgimento Pop”, avremmo dovuto essere abituati al lavoro di cesello dei due autori, registi e attori, a quel loro analizzare la Storia raccogliendo il più disparato materiale sul tema affrontato, con l’occhio critico spietato ed impietoso di chi ha già da tempo gettato via le bende e le maschere che siamo costretti ad indossare, di chi non teme di prendere una posizione chiara e definitiva, di chi non ammette sconti ed assoluzioni (“Il nostro dialogo con il pubblico è basato sulla co-esistenza con gli spettatori, su ciò che condividiamo con voi, qui, oggi: la stessa ipocrisia, gli stessi cliché, le stesse paure, le stesse nevrosi, la stessa sorte.” ripetono); invece ogni volta se ne esce scioccati, tramortiti, incapaci quasi di respirare allo stesso ritmo che si aveva qualche ora prima, coscienti di aver perso quella verginità che ottusamente ci ostinavamo a conservare, di aver rotto la rassicurante e soffocante placenta che ci conteneva così da rinascere a nuova vita.

In questa nuova monumentale suite di parole, composta a sei mani con la scrittrice italo-somala Igiaba Scego, Elvira Frosini e Daniele Timpano spingono ancor più il piede sull’acceleratore, aumentando esponenzialmente l’evidenza della loro immaginazione interna, lasciando che la realtà stessa discenda da quell’immaginazione, in un tortuoso ed implacabile percorso a ritroso, dal fascismo sino ai moti piemontesi dell’unità d’Italia. Così, tutta la prima parte dello spettacolo sarà la proiezione dello spettacolo stesso, la sua immagine immaginata (con il solo pubblico di una ragazza di colore che assisterà inerme alla nascita della rappresentazione), le mille e mille possibilità di sviluppo della messa in scena che verrà, che lentamente comincia a prendere forma nella mente degli autori e davanti ai nostri occhi, mentre già vengono snocciolati dati e date, eventi e luoghi, lasciando che riaffiorino nella nostra mente i paesaggi incontaminati d’Africa ed i passaggi devastanti di esseri umani che erano partiti dalle nostre stesse terre per giungere a colonizzare la Somalia o la Libia, l’Eritrea, la Cirenaica, l’Etiopia; grazie alla dovizia di particolari contenuti nei lunghi monologhi, riusciremo a vedere anche noi Tripoli, Dire Daua, Gimma, Gondar, Makallé, Asmara, compiendo appieno il gioco del teatro prima ancora di entrare nella seconda parte dello spettacolo, quando i due protagonisti, ormai soli sul palco, danno inizio alla “vera” rappresentazione, vestono i panni dei colonizzatori da cartolina, calzoncini corti e camicia bianca, per ributtarci addosso tutto quello che era stato volontariamente rimosso, con una cattiveria ed una crudeltà inaudite ed inedite, in cui tutti, ma proprio tutti, hanno la loro parte di colpa: i luoghi comuni sulla nostra ostentata superiorità intellettuale nei confronti dei negri, per cui non tardano a scomodare Karen Blixen e “La mia Africa” ma anche la celeste Aida verdiana, la Mammy di “Via col vento” e persino l’angelo negro che Ugo Tognazzi rubò a Fausto Leali, i saggi, come quello illuminante e profetico di Pasolini (nemmeno lui è risparmiato), aneddoti, come quello di Bob Marley contro Audrey Hepburn ambasciatrice Unicef, lettere, interviste, come quella orrendamente sincera rilasciata da Indro Montanelli al rientro dalla spedizione africana, fumetti, pubblicità, come quella della liquirizia Tabù, cartoni animati, richiamando addirittura un Topolino coloniale che tornerà in chiusura (forse anche per omaggiare l’ermetico finale del capolavoro kubrickiano “Full metal jacket”) con indosso una maschera antigas, e canzoni come “Tripoli, bel suol d’amore”, “Faccetta nera” e la goliardica “Sanzionami questo”, motivetti che il pubblico di oggi si vergogna di intonare, insomma qualunque cosa possa riuscire a farci comprendere perché ora quelli stessi “africani” ce li ritroviamo sotto casa, agli angoli delle strade a chiedere l’elemosina, a vendere rose o il proprio corpo, nei campi a raccogliere pomodori, ed, infine, per scoprire che, in fondo, anche noi siamo pervasi da quell’idea di colonialismo che avevano i nostri nonni ed i nostri padri, da cui non possono non derivare i vari “aiutiamoli a casa loro” o – peggio – i “rigettiamoli in mare”. “Italiani, brava gente”, dunque? Macchè, abbiamo ancora voglia di soffocare il grido di quelle voci innocenti che, al contrario, continuano a parlare alle nostre coscienze come, in finale di spettacolo, farà uno scimpanzé di pelouche, simbolo della negritudine ma anche dell’innocenza infantile, con la splendida voce di Sandro Lombardi.

Daniele Timpano ed Elvira Frosini meritano ovazioni a scena aperta, e non solo per aver scritto un testo che andrebbe rappresentato in tutti i nostri sopiti istituti scolastici, facendo finalmente piena luce su di un tema ancora scottante e che, in epoca di futili quanto volgari discussioni sullo ius soli, diviene anche di urgente attualità, ma anche per la loro sublime arte attoriale, il loro modo di recitare, di essere la Storia che raccontano, di essere Pasolini e Ninetto, adulti e bambini, seri ed irriverenti, drammatici e clowneschi, ben coadiuvati nell’impresa dalle scene e costumi di Alessandra Muschella e Daniela De Blasio e dal disegno luci di Omar Scala (che, nel finale, riesce a restituirci tutto il giallo intenso e soffocante del sole africano che abbiamo immaginato per tutta la pièce). Tutto questo fa di “Acqua di colonia”, candidato quest’anno al Premio Ubu (che – vi anticipiamo – sarà presentato proprio da Licia Lanera) come migliore nuovo testo italiano o scrittura drammaturgica, un lavoro pregiato, puro, nudo, incisivo come non mai, lucido, imperioso, mai retorico né patetico, esemplarmente riuscito nella iniziale dichiarazione d’intenti, di occuparsi, come il teatro di questi due geniali artisti da sempre riesce a fare, della Storia inducendo alla riflessione e – si spera – a qualche soluzione costruttiva, ma senza trasmettere nulla di assecondante, senza concedere alcuna indulgenza, scegliendo di metterci di fronte alle nostre incommensurabili colpe e di lasciarci in preda ad un perenne ed irrisolto esame di coscienza ed a domande di difficile soluzione, per provare a salvarci dalla nostra ormai atavica indolenza di svogliati spettatori di un mondo che cambia sotto i nostri occhi, ogni attimo, per curarci dal nostro ancestrale rigetto di qualsivoglia forma di umanità che non riconosciamo come nostra, per liberarci dalla nostra indecente, irrimediabile, ineluttabile, intollerabile, disumana voglia di colonialismo.

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