Di: Umberto Colonna
“Elogio della follia” il libro sempre attuale di Erasmo da Rotterdam (Mondadori)
Alla vigilia della folle e sanguinosa guerra di religione tra il Nord europa in protesta e le nazioni cattoliche, il testo di Erasmo, edito nel 1509 e dedicato all’amico Tommaso Moro, si fà sibillino anticipatore di tali fermenti innovatori.
Più che un’”elogio scherzoso” alla dea greca Morìa, risulta evidente la critica serrata ai costumi di quel primo cinquecento nonancora illuminato ma fortemente influenzato dai platonici Pico e Ficino, quindi dalla nuova cultura umanistica.
L’opera sembra concettualmente divisa in due parti. Nella prima il soliloquio della dea, in compagnia di una folta schiera di ninfe-assistenti, risulta di evidente intento “pubblicitario” visti i continui riferimenti e autocitazioni a quella che è la grande fatica erasmiana, gli “Adagia” la cui prima versione vede la luce nell’anno domini 1500, seguita dalle edizioni del 1505 e del 1508.
A giustificazione dell’ operetta sulla Follia, Erasmo nella dedica a Moro, porta come precedenti letterari dell’ elogio, la “Laus Cavicii” (Elogio della calvizia) di Sinesio, la “Nox” (Noce) attribuita ad Ovidio, quindi la scherzosa apoteosi di Luciano sulla mosca e l’Arte del Parassita. La cultura classica greco-latina di cui Erasmo è profondo conoscitore e abile
traduttore è il busillis di questa prima parte nella quale il sarcasmo della dea Stulticia si rivolge verso coloro che “fra i mortali vestono l’abito della sapienza”, quindi i grammatici, i poeti, “quelli che aspirano a fama immortale pubblicando libri”, i giureconsulti e i filosofi.
La seconda parte di tale elogio si dipana a partire dalla critica ai teologi, allorchè dalla cultura classica diviene terreno di scontro la conoscenza e l’interpretazione dei testi sacri, specie dell’Evangelo. Questa seconda metà pare manifesto della speranze di rinnovamento fortemente sentite dal sacerdote Erasmo in relazione alla “Ecclesia universalis”, troppo coinvolta nella lotta per il potere temporale, e di cui sono elencati minuziosamente vizi e malcostumi.
Il cambiamento nei toni di Follia da sarcastico a caustico prelude la critica accorata verso: teologi (nei confronti dei quali il dotto ha perlomeno il buonsenso di premettere: “forse meglio farei a non parlarne”), religiosi e monaci (”coletani,
minimi, minori e bollisti” e l’elenco non finisce quì..), pontefici e cardinali (rabbiosa è l’invettiva contro il papa-guerriero Giulio II), infine contro l’odiata Inquisizione alla quale Erasmo ricorda che il precetto coentenuto nella Sacra Scrittura
“non lasciar vivere l’uomo malefico” si riferisce ad “incantatori e maghi, detti in lingua ebraica “malefici” non contro indeterminati “eretici”. Contro quella Chiesa che troppo si sollazza con la teologia di Duns Scoto (vero Lupus in Fabula viste le continue citazioni) Erasmo, l’unto dalla Follia, propone un ritorno alla chiesa delle origini, maggiormente concentrata sulla ricerca delle beatitudini spirituali vera “forma di follia e stoltezza”; più vicina alle posizioni dei platonici che vedono nel corpo ed in ogni preoccupazione terrena un “impedimento alla contemplazione e alla fruizione del vero”.
Consapevole che la frattura tra gli uomini divisi nell’opera in due macro categorie: i”pii” (legati alla dimesione trasendentale), ed il “volgo” (proiettato verso tutto ciò che è conoscibile con i sensi e con il corpo) paia essere una distanza incolmabile ma, ferma restando la necessità di cambiamento della Chiesa di Cristo cioè di colei che sola può farsi carico della trasfigurazione dell’animale uomo, l’autore propone come commiato finale un brindisi e un augurio di serena vita a tutti i “famosissimi iniziati alla follia”, cioè a tutti i sognanti utopisti (mi sia concesso il riferimento ad “Utopia” l’opera più nota dell’altro sacerdota e umanista Tommaso Moro) che con Erasmo condividono le posizioni progressiste in seno alla Chiesa di Roma. Circa la sacrosanta, e aggiungerei scontata visto il tono dell’opera, critica al malcostume di Re e cortigiani (”date a Cesare quel che è di Cesare…”), si potrebbe restare delusi dai brevissimi capoversi dedicati dall’autore a tale proposito; in ultima ratio penso si possa e si debba essere indulgenti nei confronti del politically correct di Desiderio Erasmo da Rotterdam, che in relazione a tale tema (sempre scottante) scopriamo essere: il poco folle. Il “pio” asservito come tutti
noi alle esigienze della carne, da qualcuno doveva pur ricevere vitto e alloggio!
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