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“Die Berliner”. Genio e sregolatezza: a tu per tu con l’artista rivelazione Sebastian Pecznik

5 lug 2016 | Nessun Commento | 1.531 Visite
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gq1Continua, con un nuovo incontro, la rubrica “Die Berliner” a cura di Gianluca Quaranta, volta a portarci alla scoperta di un’insolita immagine di Berlino attraverso le parole e i racconti di chi vive nella capitale tedesca. Buona lettura.

“In questa città la gente si divide equamente tra la gente che vuole apparire qualcosa e quelli che invece, senza parlare, sono qualcosa”. A parlare è il solito alticcio late night client, sulla panchina davanti a un bar sperduto, in una di quelle notti fumose e fresche, dove ti sembra che a Berlino potresti incontrare davvero chiunque. La sua frase mi colpisce e, seppur riconoscendole una certa identità cliché, e una generalità abbastanza pesante (“A Berlino? Perché solo qui? Da altre parti la gente è diversa, più onesta?”), è innegabile che faccia riflettere.

Prendiamo ad esempio Sebastian Pecznik. Sebastian è un ragazzone, con dei capelli ricci lunghi e degli occhi chiarissimi, e quando lo incontro ad un party, la prima impressione che ho è quella di trovarmi di fronte a un chitarrista di qualche indie rock band sperduta. Noi tutti conosciamo questo genere di persone, che potrebbe essere riassunto in un equazione tipo:

Suono gli Artic Monkeys + mi atteggio alla Thom Yorke = troppo figo frate!

Il problema è che negli anni ho sviluppato una tolleranza bassissima a soggetti del genere,gq2 specie perché il torrente di parole che il 90% di loro ti scarica addosso sulla loro arte, la stragrande maggioranza delle volte può essere riassunto in un “FACCIO COSE, VEDO GENTE.”, quindi tendenzialmente, evito persino il contatto visivo e tento di dileguarmi come il miglior Solid Snake. Ma Sebastian mi viene presentato da Ben Wuyts (di cui forse vi ricorderete, perché ve ne ho parlato nel precedente articolo), e quando lo conosco, mi rendo conto che non potevo essere così lontano dalla realtà.

Sebastian è un ragazzo di 30 anni, argentino ma di origine polacca, ed è un chitarrista classico solista, un direttore d’orchestra e scrittore e arrangiatore di musica per il cinema. Semplicemente per aiutarvi a comprendere il soggetto di cui parliamo, ritengo doveroso snocciolare alcune delle tappe e successi che questo ragazzo ha già achieved: è stato insignito dal governo argentino della menzione d’onore per “alto valore artistico e culturale per la nazione”, per quattro volte, quattro. Ha alle spalle quasi 10 anni di carriera e, nel corso di questi, ha compiuto tournée e workshop in ogni parte d’Europa e del mondo, arrivando persino ad esibirsi durante gli spettacoli del famosissimo “Broadway on Ice”, o a suonare al Mendelssohn-Haus Museum di Leipzig (per intenderci, il posto dove Chopin suonava abitualmente per intrattenere i suoi conoscenti), per non parlare di Londra, Napoli, New York e numerosissime altre città, dove da anni viene invitato per esibirsi, condurre o tenere master classes o workshops, sempre seguitissimi.

Per questa intervista ci diamo appuntamento giorni dopo agli UFO Studios nei pressi della Prenzlauer Alle, perché in questi giorni è al lavoro sull’arrangiamento di una colonna sonora. Solo la location, da sola, varrebbe un articolo per l’importanza storica e culturale che racchiude. Vi basti pensare che gli studi si trovano all’interno del palazzo dove Goebbels stampava la sua propaganda nazista durante la II guerra mondiale. Il fatto che gq5sia stato convertito e che ora sia uno degli spazi sociali e culturali più importanti di Berlino, e che al suo interno i migliori musicisti e artisti creino e espongano la loro arte, fa riflettere che la vittoria dell’umanità sulla cattiveria non è un concetto astratto come si vorrebbe far credere.

Tra una pausa e l’altra, cominciamo a chiacchierare:

Sebastian, chi sei è abbastanza chiaro, ma credo sia importante capire: chi era Mr. Pecznik? Come è arrivato a questo punto?

Ahah, certo la mia storia è un po’ strana, me ne rendo conto. Ho cominciato a suonare la chitarra molto tardi, a 18 anni, e l’ho fatto perché volevo suonare il rock! Brian May e David Gilmour erano la mia ispirazione, e mi distruggevo le dita sulle loro tabs, cercando di imitare i loro assoli, mentre mi preparavo ad iscrivermi a Psicologia, all’università.

Psicologia? Eri su una strada completamente diversa!

Infatti! Vedevo la musica come una passione, certo, ma non ero sicuro delle mie potenzialità, quindi ero pronto ad intraprendere una via completamente diversa. Poi, però, suonare continuava a essere l’ossessione delle mie giornate, studiavo mattina e sera senza sosta. Cominciai a chiedermi se non dovesse essere quella la mia scelta, la strada da intraprendere nella vita.

C’è stato un momento preciso in cui hai raggiunto questa consapevolezza?

Bè sai, all’epoca sapevo solo di voler suonare, ma non avevo ancora trovato il percorsogq3 giusto da intraprendere per seguire questa aspirazione. Suonavo il jazz, decisamente la mia più grande ispirazione all’epoca, in big band, ma volevo aspirare a qualcosa di più. L’improvvisazione era meravigliosa, ma io volevo capire, studiare invece di cercare solo di seguire un flusso. Provai ad entrare al Conservatorio di Buenos Aires, e mi rifiutarono, quindi dovetti ripiegare su una scuola di musica privata; fu un percorso difficile, per molto tempo non ero affatto a mio agio. Prova ad immaginare: io volevo suonare i Led Zeppelin, e loro mi imposero di imparare la chitarra classica, seguire uno spartito, essere diretto. Inutile dire quanto i primi tempi furono complicati. Poi però qualcosa scattò in me, complice uno dei miei maestri, che capì la chiave giusta per aiutarmi a sbloccarmi. Mi introdusse al tango, la nostra musica nazionale, allo studio di essa e alla sua interpretazione. Cambiò tutto. Avevo un potenziale, e finalmente avevo capito come sfruttarlo.

Il tuo primo album coincide con questa fase, cosa ha rappresentato per te?

Ispirandomi a uno delle più grandi menti musicali della storia, Astor Piazzolla, incisi una suite intitolata “Tango Sensations & Other Moments of the Day”, investendo non so quante risorse fisiche e materiali, ma fu un passo incredibile per me. Finalmente avevo compiuto il salto, fu l’inizio di quello che mi ha portato ad essere dove sono ora. Cominciai a girare l’Europa, organizzando concerti in club piccolissimi, milongas, piccole sale da concerto; ho conosciuto centinaia di persone, vissuto città e esperienze che mi hanno influenzato e continuano incredibilmente a farlo. Pensa che per caso, durante una mia tournée in Germania, il cd finì in mano a uno dei discendenti di Wagner, che, dopo aver ascoltato il mio cd, mi mandò una foto dove il mio cd era adagiato sulla scrivania dello scrittore dell’Anello del Nibelungo e dell’Olandese volante. Wagner! Capito?! WAGNER! gq10Fu indescrivibile per me. Fu come avere la benedizione e la certezza, di essere sulla strada giusta.

E il cinema? Quando ha fatto il suo ingresso nella tua vita?

Ci è sempre stato! Direi che è sempre stato uno degli scopi principali. Ho sempre immaginato che scrivere e arrangiare colonne sonore cinematografiche sarebbe stata la mia strada, ho studiato molto (sempre in scuole private, in Argentina non ci sono corsi di studi unici per la scrittura cinematografica), ed è decisamente la mia dimensione.
Entrare in un flusso unico con le sensazioni visive di un film e raccontarle con un linguaggio diverso da esse, è una sensazione indescrivibile.

Cosa mi dici della tua terra, cosa rappresenta per te l’Argentina?

L’Argentina è la mia casa, la parte più profonda di me. Ma è fuori da essa che mi sono sentito finalmente apprezzato, capito, ascoltato. L’America Latina è un posto difficile per un musicista, ti basti pensare che ho suonato più in Europa e negli States che nei paesi latini. Ma questo non significa che io non ne sia innamorato. È il mio cuore, e lo sarà sempre.

La cosa molto curiosa che si percepisce dalla tua vita, è un muoversi continuo, ma come a 360 gradi, come se avanzassi continuamente in ogni direzione possibile, spinto dalla tua arte…

Ed è effettivamente così che la vedo anch’io: nella creatività, è importantissimo fare cose! gq6Soddisfare qualsiasi bisogno creativo che si presenta. È così che si trova la propria voce, si capisce il proprio spirito, ed è importantissimo coltivarla, non avendo paura di sbagliare o perdere tempo. Mi sono reso conto che le parole, le esperienze, le persone che si incontrano nella propria vita, sono importanti quanto le ore chiuse nella propria stanza a studiare. È il mondo che continua a lanciare segnali, sta a noi interpretarli e tradurli nell’arte che più appartiene a noi stessi.

Ed è di questo che parli nei tuo numerosissimi workshops e master classes in giro per il mondo, ne hai tenuto anche uno recentemente all’Asilo Filangieri di Napoli. Qual è il tuo rapporto con l’Italia?

Sì, ho tenuto il mio workshop chiamato “Music in film”, diverse ore strutturate per avvicinare i compositori alla scrittura di musica per il cinema, che ha già avuto diverse edizioni in città come Buenos Aires e Monaco. Cerco sempre nelle mie lezioni di essere l’insegnante che io avrei voluto avere, incoraggiando tutti a perseguire il proprio scopo di vita senza pensare troppo al futuro, ma concentrandosi sul momento, sulle proprie sensazioni. Chiaramente, come argentino, a Napoli mi sono sentito a casa. Ricordo che appena arrivato mi hanno accolto dicendomi “Di dove sei? Argentino!? Waaa, Maradona e Pipita Higuain! Qua sei un fratello per noi!”. Puoi capire bene perciò come sono stati i miei giorni lì, pieni di accoglienza e benessere, buon cibo e posti meravigliosi. Venivo da un periodo di molto stress, dopo l’esperienza napoletana mi sono sentito completamente rigenerato.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Oggi siamo al lavoro sull’arrangiamento di una colonna sonora scritta da Jimmy Lagnefors di un film svedese chiamato “Jag älskar dig’ (I love you)” diretto da Johan Brisinger, e intanto lavoro sul nuovo album di Cameron James Laing, come gq4producer, arrangiatore e mixing recorder. La mia vita è vivere momento per momento, quindi non saprei dirti cosa mi riserverà il futuro. Di certo voglio tornare in Italia il prima possibile, in Sicilia magari! O in Puglia, non si sa mai!
Finiamo di chiacchierare e Sebastian torna a dirigere il quartetto d’archi di fronte a lui, quattro meravigliosi musicisti che seguono le sue mani, e io non posso altro che pensare di stare assistendo a qualcosa di antico e meraviglioso, mentre le vibrazioni degli strumenti si ripercuotono, dall’aria e dal pavimento, direttamente nel mio stomaco. Le emozioni, le parole di questo giovane artista sono sincere, lo si percepisce nella passione e il vigore con cui traghetta i suoi musicisti tra fogli di carta pentagrammata, attraverso un’idea, che a fine giornata diventerà la spina dorsale di un’opera visiva, a stuzzicare altre emozioni, moltiplicandosi.

Lo saluto e vado via.
Il tipo alticcio del bar ha ragione, c’è chi dice di fare e chi sceglie invece, in ogni direzione, costantemente, di fare.

Potete seguire Sebastian sulla sua pagina Facebook www.facebook.com/SPMUSICA/?pnref=story

Foto di: Gianluca Quaranta

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