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Debutta da Andria il “Caparezza Eretico Tour” con un concerto effervescente

19 Mar 2011 | Nessun Commento | 2.222 Visite
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eretico tour
E’ grande la curiosità per il ritorno sulle scene di Caparezza. La pausa di tre anni non ha fatto che accrescere l’attesa per il debutto di questo Eretico Tour annunciato come ricco di novità e carico di energia.
Si parte col “ballare in Puglia” nel Palasport di Andria tutto esaurito, che sfata il mito per cui nemo propheta in patria. La platea è occupata da teen-ager che si ammassano a ridosso della transenna: mai eretico fu così atteso, ascoltato e celebrato.
Sono le 21.40 quando un boato accoglie il miscredente in tailcoat rossa su tuta e sneaker, e cilindro che a stento nasconde la nota chioma riccia. Stranamente interessato a formulare i suoi auguri alla nazione assesta subito la prima bastonata: “L’Italia domani compie 150 anni! Dovrebbe essere uno Stato vecchietto, invece guardate come è arzillo: ancora va a put…”.
Da questo momento in poi Caparezza inizia uno show che vaga tra i gironi del suo “Sogno Eretico” con l’intento di far ballare, divertire e se possibile pensare. Apre il concerto Tutti dormano/ Chi se ne frega della musica, l’emblema di una poetica incentrata sulla combinazione tra ilarità e riflessione. Lo spettacolo mescola il tipico live act e la commedia teatrale, la canzone dal sapore amaro e la battuta bruciante: è una formula di intrattenimento che contamina musica e sketch (esilarante quello che introduce Dalla parte del Toro). Il rapper sputa rime, salta e duetta con i fans, rivelando una set list focalizzata sull’ultimo album. Tra le nuove eresie si insinuano cavalli di battaglia della passata produzione. Fra questi non manca quella Vieni a ballare in Puglia che è pizzica in salsa rap, canzone di odio e amore per la propria terra, acclamato “inno anti-inno”.

eretico tourE’ antidivo praticante Caparezza. Battitore libero che scrive ballate critiche, cariche di significato, che spazzano l’ipocrisia della società, brani che potrebbero tranquillamente essere definiti cantautorali. Testi avversi alla politica che impone i suoi dogmi dicendo “è così e basta”. Proprio come sul lavoro, proprio come in Eroe (storia di Luigi delle Bicocche) che ne affronta il dramma dello sfruttamento, proprio come in Non siete stato voi – con il fondale che ripropone la più osteggiata delle affermazioni, “la legge è uguale per tutti” – che indugia sulle piaghe della guerra. In momenti come questi Michele Salvemini si svincola dal suo alter ego e, spoglio di ogni maschera, canta con voce libera da filtri e pudori. Ma c’è il rischio di prendersi o di essere preso troppo sul serio, di essere frainteso ancora una volta, e di essere strumentalizzato. La rinuncia è apprezzabile, ma vincolante e limitante. Usato per scrivere testi “schermati”, il guanto dell’ironia protegge da inchiostro che sporca indelebilmente, anche se i tempi per spogliarsene sono ormai maturi. Questa ferrea autodisciplina, tra l’altro, seleziona un seguito di giovanissimi e taglia fuori un pubblico più eterogeneo. Chissà che artista sarebbe Salvemini oggi, e a quale audience potrebbe giungere la sua musica se venisse abolito certo apprezzabile, ma talvolta eccessivo, umorismo.

A sottolineare i componimenti, appaiono on stage materiali di scena quali l’immancabile dito di Galileo (Il dito medio di Galileo), un gigantesco neonato gonfiabile (Io diventerò qualcuno) e addirittura un figurante nelle vesti di un alticcio cane di San Bernardo (Torna catalessi).
La band è affiatata e duttile. Muta pelle tra il reggae di Legalize the premier (con Giovanni Astorino risucchiato nel groove del suo basso) e il rock riottoso di Abiura di me (Alfredo Ferrero, chitarra, e Rino Corrieri, batteria, sugli scudi). In Goodbye Malinconia il freddo synth di Gaetano Camporeale (tastiere) accompagna l’accorato assolo di Diego Perrone, destinatario della parte vocale che su disco compete a Tony Hadley. Musicisti sì, ma all’occorrenza cabarettisti. Buffi attori travestiti da boia (Sono il tuo sogno eretico), antico popolo Maya (La fine di Gaia), cosmonauti di Star Trek (Vengo dalla luna). Il tutto in un turbinio di variazioni scenografiche evidenziate dall’utilizzo di un maxi schermo che alterna fuoco dell’inferno, video game dalla grafica rétro e, infine, i nomi di chi materialmente mette in piedi tutto il palco senza mai apparire.

Lo show è zeppo di trovate e di momenti davvero ilari, scivola via in un’ora e tre quarti chiuso sul scatenato ritmo di Una messa in moto. La promessa è stata mantenuta: Caparezza ha catalizzato energia, ha fatto divertire i suoi fedelissimi e forse li ha spinti a riflettere.
Appendice al concerto l’uscita dal camerino mentre il pubblico lascia il palasport. Il docile intento di rilasciare qualche autografo viene letteralmente sovvertito dai fans che lo assalgono in visibilio. Sarà riuscito, proprio come voleva, a non risultare guida per nessuno ma per questi ragazzi è sicuramente un fratello maggiore da festeggiare.
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