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Di: Michele Traversa

“Da Qui Passano i Venti” il secondo lavoro del compositore Diego Morga (Dodicilune records)

20 Marzo 2009 1,098 Visite Nessun Commento Stampa questo articolo Stampa questo articolo

MorgaProdotto da l’etichetta salentina Dodicilune,  “Da Qui Passano i Venti” è l’ultimo disco, in ordine di tempo, del compositore barese, Diego Morga. Numerose le sue collaborazioni con noti musicisti jazz italiani e stranieri come Roberto Ottaviano, Ferruccio Spinetti, Petra Magoni, Ginevra di Marco, Emanuela Lioy, Pippo Ark D’Ambrosio. “Da Qui Passano i Venti” è un album in completa solitudine in cui Diego Morga suona  il pianoforte, aiutandosi sporadicamente con una loop machine che integra il suo già pregevole eloquio contrabbassistico con sonorità “altre”, raddoppiamenti e sdoppiamenti di linee espressive o di contorno, e testi “parlanti”, sovrapposti alla melodia o all’improvvisazione, che danno maggiore significato, senso e voce al suonato.

In scaletta, brani suoi dalle radici classiche (“Il Canto”(che vede anche Sergio Rubini come voce recitante), “Un ricordo di te”), e ibride (“Di Danze e di Castelli”, “Salto a Sud”, “Piove”), e standard altrettanto multi-stilistici che vanno dal jazz di Joseph Kosma (“A Ludovico”) e Arthur Schwartz (“Mentre ti Guardo”)  al mix jazzy-pop di Henry Mancini (“Sulla via del ritorno”) fino alla musica classica dello stile di Johannes Brahms (“Da qui passano i venti”). Un programma perfetto per un artista come Morga che ha sempre fatto dell’eclettismo la sua cifra stilistica. Una vetrina sfavillante per il suo talento in cui egli mette in mostra un variegato campionario di monili preziosi di vario genere e fattura. Il disco si apre con “Da qui passano i venti”, una composizione labirintica, minimalista e contemporanea, che procede per micro-variazioni molto affascinanti. “Voci” ha la struttura grumosa, l’andamento cadenzato e il mood corposo del blues-jazz classico ma viene arricchito anche da una seconda linea di basso archettato sovra-inciso e dalla voce loopata del suo autore che si (e)spande per tutto il brano. “Mentre ti guardo” è uno standard inflazionato che viene qui riletto in maniera talmente carismatica e personale da (ri)conferirgli linfa e splendore. “Poi ti dirò”, eseguito al contrabbasso architettato, ha un che di sacrale e sembra registrato in una chiesa: il risultato è lirico e mistico.

Di danze e di castelli” è interpretato in modo grintoso e grinzoso insieme, riscoprendo e valorizzando, almeno in parte, quel jazz che tanto aveva affascinato Gil Evans. “Salto al sud”, arricchito da “suoni naturali” passati attraverso la loop machine, ha un aspetto a metà fra il pop, l’etno e il jazzy. “Obsesso” è uno strano ibrido in cui l’eleganza rapsodica della melodia manciniana sfocia sul finale nel tema della composizione classica, impreziosita dal ripetersi loopato delle prime note dell’armonia e da un’atmosfera fasciante e frusciante. “A Ludovico” gode di un’interpretazione austera e profonda, carica di verve e di rispetto. “Il canto” si basa su un mood space-jazz elettroacustico inquieto e straniante. “Voci” ha un andamento vibrante e librante. “Mentre ti guardo” procede per linee armoniche, pedali di basso, contrappunti archettati e tamburellii vari, in maniera fascinosa ed intrigante, con tanto di fischiettio melodico nella parte finale. “Da Qui Passano i Venti”, infine, è uno scorcio sul Morga più intimo e familiare. Un album interessante che vale la pena ascoltare per farsi un’idea della sfaccettata personalità artistica di Diego Morga e… magari approfondirla.

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