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Da grande voglio fare il fundraiser. Cari genitori, ecco il mestiere del futuro

24 ago 2018 | Nessun Commento | 860 Visite
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Fundraising«Mamma, papà, da grande voglio fare il fundraiser». Non vi spaventate se vostro figlio, tra qualche anno, vi dicesse una frase del genere. Non tutti i bambini potrebbero voler diventare youtuber, calciatori o videogame designer (giuro: esiste davvero). Alcuni potrebbero sognare di essere fundraiser, cioè quel professionista che reperisce risorse economiche al fine di sostenere cause sociali. In parole povere il responsabile di una raccolta fondi promossa da organizzazioni no profit, cioè quegli organismi che hanno l’obbligo di destinare i propri utili non ai soci, ma allo sviluppo delle proprie attività sociali.
Potrebbe sembrare strano, ma la figura del fundraiser è oggi sempre più richiesta dal mercato. Significativo è il fatto che il Miur, il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, abbia scelto come oggetto della seconda prova dell’esame di maturità 2018 per alcuni istituti tecnici il crowdfunding, cioè una delle forme di raccolta fondi di cui si serve il fundraising.
Il problema è che oggi il numero di offerte di lavoro è superiore ai professionisti presenti sul territorio. Per questo stanno nascendo numerosi master e corsi/percorsi formativi. Tra i più noti ci sono il Master in Fundraising dell’Università di Bologna, il percorso di studio “Manager delle imprese sociali e del non profit” (al cui interno c’è il blocco “Gli strumenti di fundraising delle aziende non profit”) della Scuola di direzione aziendale Bocconi di Milano e il Master in fundraising management della Social Change School di Roma. Senza dimenticare la presenza di vere e proprie “scuole” specializzate sul tema, come la Scuola di fundraising di Roma e la Fundraising School di Bertinoro (Forlì).
rosaporro«Quello del fundraiser è un mestiere che sta crescendo in fretta» spiega Rosa Porro, fundraiser ed amministrativa dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, che continua: «Il problema è che in Italia ed in particolare al Sud manca una vera e propria cultura del fundraising. Ecco perché l’Università di Bari sta investendo molto verso la conoscenza di questa materia, che non è solo progettazione. La nostra Università – spiega la fundaraiser – vuole offrire a chi decide di studiare qui l’opportunità di trovare lavoro offrendo loro una visione d’insieme delle diverse opportunità».
Quello del fundraiser sarà davvero uno dei “lavori del futuro”? Per l’esperta non ci sono dubbi: «Assolutamente sì. Non sono io ad affermarlo, ma basta leggere i dati Istat, il divario tra il buon funzionamento delle associazioni del Nord e del Sud. Non è un caso se i fundraiser sono presenti nel Nord Italia anche in Istituzioni e Università e non solo per quanto riguarda il settore del non profit, perché questa professione offre una vision e competenze che spesso non si ritrovano in una organizzazione. Oggi non vale più “facciamo tutto in casa”».
Ma quali sono le qualità che deve avere un buon fundraiser? «La buona volontà di mettersi in gioco e di sapere come relazionarsi con gli altri. Il resto si acquisisce lavorando e studiando», conclude Porro.

In foto Rosa Porro, fundraiser ed amministrativa dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”

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