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“Costa Rica, il Paese più felice del mondo” il libro di Bepi Costantino

29 mag 2010 | Un Commento | 6.602 Visite
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“Costa Rica, il Paese più felice del mondo”Da Bepi Costantino autore del libro “Costa Rica, il Paese più felice del mondo” (Ed. Sedit, pp. 208) pubblichiamo in anteprima per i lettori di LSDmagazine, una sua nota e di seguito la prefazione del libro che sarà presentato alla Feltrinelli di Bari il prossimo 3 giugno alle 18.30. La prefazione è scritta da Lucio Caracciolo.
L’autore classe 1954 ha vissuto alcuni anni in Costa Rica. Come giornalista ha lavorato soprattutto per quotidiani (Il Tempo, Il Sole 24 ore). Ingegnere meccanico, si è occupato di meccanizzazione agricola in colture tropicali e di tecnologie per l’editoria e la stampa, mentre attualmente si interessa soprattutto di energie rinnovabili.
Costantino è particolarmente conosciuto nel mondo del giornalismo, dell’editoria come ideatore e curatore di molte iniziative editoriali (Guida ai vini di Puglia e Basilicata, Le corti del verde – Masserie di Puglia, Federico II di Svevia).
La Costa Rica è puntualmente in cima alle più credibili indagini sulla felicità della popolazione condotte a livello mondiale. Quali sono le ragioni? Perché nel piccolo Paese centroamericano la gente vive meglio che in qualsiasi altro luogo? Certamente una serie di fattori concorre a creare quelle condizioni di vita: il clima moderato, una natura spettacolare molto rispettata, una concentrazione di biodiversità unica al mondo, un’atavica propensione alla convivenza pacifica, uno dei migliori sistemi sanitari del continente, investimenti crescenti in istruzione e cultura, un formidabile impegno nello sviluppo delle energie rinnovabili. Ma tutto ciò può spiegare perché questo è un Paese speciale, non perché è un luogo unico.
Bepi Costantino ha lavorato e vissuto in Costa Rica e vi si reca regolarmente da circa trent’anni. Ha viaggiato “nello spazio e nel tempo”, per dirla con le sue parole, per mettere a fuoco e collocare le mille tessere che compongono il puzzle di questa felicità, alla scoperta del “…Paese capace di trasformare utopie altrui in realtà. Parafrasando Albert Einstein si potrebbe dire: tutti sanno che una cosa è impossibile da realizzare, finché arriva un costaricense che non lo sa e la fa”. E arrivare così alla fiduciosa conclusione: “Più che un Paese, la Costa Rica è una speranza”. (Bepi Costantino)

Prefazione di Lucio Caracciolo

Questo libro è una dichiarazione d’amore. E non trattandosi d’una donna, ma d’un paese, l’oggetto di tanta passione non poteva che essere la Costa Rica. Questo piccolo paese (circa due volte la Sicilia), incastonato in America Centrale tra Nicaragua e Panama – due fra gli Stati più turbolenti e instabili del continente – protetto dalla natura e dalla saggezza del suo popolo, mi è sempre apparso come un pezzo di un altro pianeta, un meteorite precipitato in una regione povera e sfortunata.
Prima di sapere che fosse solidamente in testa alle più credibili classifiche sulla felicità della popolazione – numeri che lasciano comunque aperta ogni contestazione – me n’ero fatto una certa idea sentendone parlare, con aria sognante, dalla mia amica Margelia Esquivel Moltò. Già diplomatica panamense, intelligente e versatile figlia di una delle famiglie più influenti del più noto vicino della Costa Rica, che all’epoca abitava a Roma con la nostra famiglia e ci dava una mano – una mano indimenticabile – a far crescere il piccolo Giuliano. Margi ci raccontava con fervore dei golpe panamensi, di Noriega e di Torrijos, di narcotraffico e di efferata violenza, e soprattutto dell’intollerabile, pervasiva influenza degli yanqui a casa sua. Mentre oltre le montagne cominciava la “Svizzera del Centroamerica”, una nazione di pace e di libertà, senza esercito e con una radicata tradizione democratica. Dove fra l’altro oggi il leader è una donna, la presidenta Laura Chinchilla, eletta nel febbraio 2010.
bepi costantinoNell’intervista che sigilla questo bel volume di Bepi Costantino, la presidenta ricorda le due “grandi ricchezze” su cui la Costa Rica fonda il suo primato di felicità: “La gente e l’ambiente, il capitale sociale e quello naturale”. La fortuna della Costa Rica sta paradossalmente nella scarsità di materie prime, nell’assenza di petrolio e di altre ambite ricchezze. Ciò l’ha resa meno interessante agli occhi della superpotenza regionale – gli Stati Uniti d’America – che sulla regione che va dal Rio Grande alla foresta del Darién mantiene un’influenza spesso intrusiva.
Insomma, per dirla con l’autore, esiste anche “la fortuna di essere poveri”. Lo ripete a Costantino il costaricense più famoso al mondo, Oscar Arias, due volte presidente della Repubblica e Premio Nobel per la Pace, che l’autore aveva avuto già il privilegio di incontrare a Bari nel giugno 1990, durante i Mondiali di Calcio (quelli che Zenga non ci ha fatto arrivare in finale…), di cui la squadra della Costa Rica parve la grande rivelazione. Fino ad allora, chissà quanti italiani ne avevano mai sentito parlare.
Ma non è solo economia. E’ anche psicologia, cultura. Esiste un’indole costaricense, il quedar bien, il restar bene, figlio della consapevolezza che in quelle aree incerte e contestate del mondo è meglio evitare lo scontro. E che in fondo ogni contrasto si può sciogliere con una buona bevuta. Per cui quando la Unimer Research International, specialista in sondaggi nella regione, si chiede – e su questo interroga un campione di abitanti – se el tico (ossia il costaricense) sia felice, ottiene un plebiscito positivo.
Forse il paragone con i vicini settentrionale (Nicaragua) e meridionale (Panama) ha giovato indirettamente alla fama di questo piccolo paese. Fama cresciuta dopo la rivoluzione del 1948, da cui scaturisce il dissolvimento delle Forze Armate. Ma la stabilità della Costa Rica ha radici antiche. Nell’omogeneità sociale e territoriale – con la popolazione storicamente concentrata negli altopiani di mezzo – e nella scarsa virulenza dei contrasti politico-ideologici, come quelli fra conservatori e liberali che hanno segnato nell’Ottocento e oltre il destino dell’America Latina.
La Costa Rica non è tuttavia uno Stato introverso. Fermo nella difesa della sua indipendenza e dei suoi valori fondativi, di stampo liberaldemocratico, ha sostenuto sia gli oppositori delle dittature militari che hanno insanguinato i paesi centroamericani – dal Guatemala a Panama e al Nicaragua – sia gli avversari del castrismo o dei sandinisti. E durante la guerra fredda ha evitato di slittare verso il campo sovietico, ma anche di intralciare la preminenza statunitense nella regione, senza però piegarsi supinamente ai voleri di Washington.
Naturalmente non mancano nella Costa Rica i problemi e le insidie che affliggono la vita dei popoli di quella parte di America, cerniera fra il ricco Nord e l’emergente (?) Sud. Primo fra tutti, il flagello del narcotraffico, con le relative infusioni di narcodollari. Lungo la rotta che dalla Colombia e ormai sempre più dal Venezuela, nuova base logistica delle mafie colombiane, attraverso gli Stati centroamericani, i Caraibi e il Messico sfocia nel vasto mercato statunitense. Ma nessuno è perfetto, anche se è felice.
Ho amici che si sono stabiliti nella Costa Rica, sul Golfo Dulce o nella capitale San José, e me ne scrivono felici e gaudenti. Decantandomi la dolcezza dei locali, creoli, meticci o amerindi che siano. La Costa Rica è insomma un luogo tranquillo, di raccoglimento e di entusiasmante contatto con la natura. Che probabilmente non rimpiange il fallimento delle ricorrenti tentazioni di riunire in età moderna gli Stati della regione in una sorta di Unione Centroamericana.
In tempi di cosiddetta globalizzazione, sono anche queste isole felici a ricordarci che il mondo non è piatto, che ciascun paese, ciascun individuo continua a essere diverso dall’altro. Per fortuna.
E con questo libro in mano, vien proprio voglia di gettarsi a esplorare il piccolo grande paese più felice del mondo.

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