Come diventare un disegnatore di manga: intervista ad Andrea Dentuto

Autori: Valentino G. Colapinto e Francesca Sisci
Andrea Dentuto è un mangaka, ovvero un artista del fumetto giapponese. Lo abbiamo incontrato per raccontare una storia diversa, una storia di chi insegue un sogno e lo realizza, una storia di chi sceglie cosa essere e cosa fare nella sua vita e accetta il compromesso che ne consegue felice però di sentirsi nel posto giusto. Forse il posto che a questo mondo gli era destinato. Adesso Andrea attraverso Momiji, l’associazione - a breve – che porta avanti con la compagna Cristina D’Auria, mette le sue esperienze e le sue riconosciute capacità a disposizione di ragazzi e ragazze che, come lui, fin da piccoli si sono lasciati affascinare dal mondo dei manga fino a volerne fare attivamente parte.
Cosa significa Momiji?
Momiji non è ancora un’associazione, ma sta per diventarlo. Siamo un gruppo di insegnanti appassionati del Giappone. Io ho fatto l’accademia di belle arti e poi ho vissuto e lavorato in Giappone come disegnatore di manga. Momiji significa acero, un albero molto diffuso nell’arcipelago del Sol Levante.
Abbiamo come obiettivo quello di aiutare i ragazzi ad entrare nel mondo del lavoro e ad imparare una nuova lingua, aprendo loro nuovi orizzonti. Anche se la maggior parte delle persone ritiene impossibile lavorare come fumettista, non è così. Abbiamo dei ragazzi che, nonostante la giovane età, sono molto validi a livello professionale.
Momiji esiste da quattro anni. Tutto è cominciato con delle semplici lezioni di giapponese, fatte da mia moglie Cristina D’Auria, poi da cosa nasce cosa e ho cominciato anch’io a dare lezioni di fumetto.
Quanto è affermato il fumetto giapponese in Italia?
La popolarità sta aumentando. Purtroppo c’è da parte dell’editoria un pregiudizio riguardo i disegnatori di manga italiani.
Non sarebbe più facile per questi ragazzi lavorare all’estero, soprattutto in Giappone?
È vero che in Giappone ci sono tantissimi lettori di fumetti, ma ci sono anche tantissimi disegnatori e come ogni paese ha delle barriere d’ingresso al mercato del lavoro. Non è impossibile accedervi, anche perché i giapponesi amano l’Italia e gli italiani, inoltre in Giappone lavorano già tanti stranieri: coreani soprattutto, ma anche francesi, ecc.
Perché sei tornato in Italia?
Per stare vicino alla mia famiglia, dopo undici anni di lontananza, e per un discorso di qualità della vita. In Giappone lavoravo 12-14 ore al giorno, mi divertivo, ma era molto stressante e una volta raggiunti i quarant’anni ero ormai out per il mondo dei disegnatori manga. Adesso lavoro molto come illustratore.
Questo è il secondo anno che Momiji partecipa alla Levantecon. Cosa ne pensi di questa manifestazione?
L’anno scorso, grazie allo spazio Comics & Game, la Levantecon ha quasi raddoppiato le presenze e può crescere ancora. Stavolta abbiamo deciso di rinunciare alla gara cosplay per focalizzarci sui fumetti e i giochi. Il cosplay è bello ma deve fare da cornice, non catalizzare tutta l’attenzione. L’anno scorso abbiamo avuto più di ottocento cosplayer, un numero quasi incredibile.
Quali sono le differenze tra il manga e il fumetto occidentale?
La forza del manga, paradossalmente, è quella di seguire alcuni stereotipi. Il personaggio conta più della firma, a differenza che da noi. Gli italiani hanno avuto grandissimi autori come Pazienza o Manara, mentre in Giappone conta più il personaggio. La cultura orientale è molto meno individualista di quella occidentale, senti di appartenere alla scuola manga e di avere tanti maestri da seguire.
Una domanda che tutti si pongono. Perché gli occhi dei personaggi dei manga sono grandi?
Ci sono molte teorie. L’occhio è lo specchio dell’anima e gli occhi grandi permettono di comunicare meglio le proprie emozioni. Nel manga è fondamentale lo sguardo e in parte è una reazione al fatto che i giapponesi hanno gli occhi stretti a differenza di noi occidentali, motivo per il quale siamo molto invidiati. Ma comunque già nell’iconografia tradizionale giapponese erano presenti questi occhi grandi.
Il tuo personaggio preferito era Lupin III, poi sei andato a vivere in Giappone e hai conosciuto il suo creatore, Monkey Punch, per il quale hai anche disegnato. Raccontaci qualche aneddoto…
La passione per Lupin c’è sempre stata. In Italia con Cristina sono stato il primo a occuparmi di lui. Nel 1993 Monkey Punch (alias Kazuhiko Katō, 1937) venne in Italia in occasione della presentazione del suo fumetto, pubblicato da Kappa Edizioni. Io mi presentai vestito da Lupin – a quel tempo il fenomeno dei cosplayer non era conosciuto in Italia – e a Monkey Punch la mia audacia piacque molto.
L’anno successivo mi trasferii in Giappone e lo contattai. Ci incontrammo di persona e in quell’occasione gli regalai una cravatta. Scoprii in seguito che Monkey Punch non indossa cravatte, ma gliel’ho poi vista addosso in occasione della presentazione del film Lupin III – Le profezie di Nostradamus (1995). Per quanto sia una persona famosissima e ricchissima, è anche molto alla mano.
Lupin è un personaggio copyright MP - TMS
In un altro ambito in cui la cultura giapponese sta avendo molto successo in Italia e anche a Bari è la cucina. Ci sono sempre più ristoranti di sushi. Cosa ne pensi?
La cucina giapponese è buona e salutare. Io la mangio ogni giorno, la cucino per me. Conosco i ristoranti giapponesi di Bari e sono tutti di buona qualità. Il problema è il cliente medio che vuole solo sushi, quando invece la cucina giapponese è molto più varia. Ma siamo agli inizi e in più si sta formando una piccolissima comunità giapponese a Bari.
Info: Momiji si trova in via Re David, 148. Tel. 080.5432062 (chiamare di mattina), email momiji_info@tiscali.it
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Tag: Andrea Dentuto , Cristina D’Auria , Lupin III , mangaka , Momiji , Monkey Punch
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