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Cavour conservatore o rivoluzionario? (ultima parte 1858 – 1861)

15 set 2018 | Nessun Commento | 113 Visite
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CavourrrNel 1859 Giuseppe Mazzini scrisse a Vittorio Emanuele II dicendogli che se si fosse sbarazzato del Conte di Cavour, avrebbe rinunciato all’opzione repubblicana.

In questo periodo Cavour sviluppò intense trattative con la Francia e con l’Imperatore Napoleone III, per garantirsi un trattato di assistenza in caso di guerra con l’Austria. Felice Orsini attentò alla vita dell’Imperatore e di conseguenza Mazzini fu costretto a nascondersi in quanto ricercato sia dal Regno di Sardegna che dalla Francia. Si giunse, comunque, agli Accordi di Plombiers, con i quali in caso di attacco austriaco al Regno di Sardegna, la Francia sarebbe intervenuta in sua difesa col segreto scopo, in realtà, di liberare il Lombardo-Veneto dal dominio asburgico, in cambio l’Italia avrebbe ceduto la Savoia, regione di origine della dinastia regnante, e Nizza (città di Garibaldi). Dopo la firma del Trattato, l’esercito piemontese fu, provocatoriamente, messo ai confini con la Lombardia, alle proteste ed all’ultimatum austriaco, Cavour rispose con un rifiuto, e l’Austria aprì le ostilità.

La seconda guerra d’Indipendenza non portò il risultato voluto. Di fronte al possibile intervento dell’Impero Prussiano in aiuto di quello Austro-Ungarico e quindi con pericolo di una estensione della guerra al territorio francese, pertanto, Napoleone III raggiunse l’armistizio con l’Austria con il Trattato di Villafranca dell’11 luglio 1859, con il quale la Lombardia sarebbe passato al Regno di Sardegna, mentre il Veneto sarebbe rimasto austriaco.

A questo punto il Conte si sentì tradito, il Re non voleva cedere la Savoia ed accusò Cavour di non essere autorizzato a firmare un accordo così impegnativo. Napoleone III pretese la cessione di Nizza e Savoia, minacciando l’invasione del Regno. Cavour il 12 luglio si dimise.

Già durante la guerra i Principati ed i Ducati del Centro – Nord Italia furono messi in condizione di avere Governi provvisori filo-Sabaudi, in Romagna l’esercito pontificio abbandonò il territorio. Con l’Armistizio di Villafranca ed il successivo Trattato di Pace di Zurigo avrebbero dovuto tornare ai monarchi esiliati alleati con l’Impero Austriaco, ma ciò non fu possibile. Il Capo del Governo, gen. Alfonso La Marmora, non volle proclamarne l’annessione al Regno di Sardegna.

Così il 22 dicembre 1859 il Re fu costretto ad affidare per la terza volta il Governo a Cavour. A questo punto intervenne nuovamente la Francia che propose di annettere al Regno di Sardegna i Ducati di Parma e Modena, porre sotto controllo indiretto la Romagna e con un Regno separato filo-sabaudo la Toscana, in cambio pretese la cessione di Nizza e Savoia come previsto dagli Accordi di Plombiers. Diversamente, per il futuro, il Regno Sabaudo sarebbe stato lasciato solo in caso di nuova guerra con l’Austria.

Cavour, nel frattempo, aveva raggiunto un accordo con la Gran Bretagna, organizzò dei plebisciti in Toscana con i quali i cittadini avrebbero richiesto l’annessione al Regno di Sardegna, mentre di fatto Parma, Modena e Romagna erano entrati nel Regno.

La Francia reagì pretendendo l’immediata cessione di Nizza e Savoia cosa che fu realizzata con il Trattato di Torino del 24 marzo 1860.

Nel frattempo, Garibaldi aveva convinto Re Vittorio Emanuele ad appoggiare un Corpo di Volontari che avrebbe cercato di arrivare nel Regno delle Due Sicilie, Cavour ne era contrario ma allo stesso tempo si rendeva conto che dopo lo “smacco” subito, era conveniente lasciare fare al Sovrano ed a Garibaldi, garantendo un appoggio indiretto, il non intervento della Francia ed il sostegno della Gran Bretagna.

Il vice Comandante della Spedizione, Giuseppe La Farina, era notoriamente uomo di Cavour e teneva i segreti contatti tra il Generale Garibaldi ed il Conte. La Francia dichiarò esplicitamente che sarebbe intervenuta in difesa dello Stato Pontificio, per questo quando i Mille fecero tappa in Toscana per rifornirsi di armi, furono attentamente controllati dalla Marina Sarda al fine di evitare sconfinamenti. Il problema si ripropose nella fase di avvicinamento a Napoli, Cavour tentò di arrivarci prima finanziando una rivolta popolare filo-piemontese e poi intessendo relazioni strette con il nuovo Governo borbonico di Liborio Romano, ma non riuscì ad impedire che Garibaldi entrasse trionfalmente il 7 Settembre 1860 a Napoli, senza colpo ferire.

Con l’incontro a Teano, Garibaldi si convinse ad evitare l’invasione dello Stato Pontificio, nel frattempo l’esercito sardo aveva invaso Marche ed Umbria proprio per convincere Garibaldi della ferma volontà Sardo-Piemontese di realizzare l’Unità d’Italia, e Cavour con gli accordi segreti di Chambery convinse Napoleone III a non intervenire a difesa dell’integrità del territorio pontificio.

Dopo i plebisciti del 21 ottobre 1860 a Napoli, Palermo e nel resto del sud, Cavour commentò orgoglioso “di essere riusciti ad unire l’Italia senza essere una monarchia assoluta e senza un dittatore rivoluzionario. La libertà legale che vogliamo è inseparabile dalla indipendenza della nazione”. Il 4-5 novembre anche Umbria e Marche votarono l’unificazione.

Dal 27 gennaio 1861 al 3 febbraio si votò il primo Parlamento Italiano in tutto il nuovo territorio del Regno, con una grande vittoria dell’area governativa capeggiata da Cavour, il 18 febbraio si riunì la nuova Camera dei Deputati, ed il 17 Marzo Vittorio Emanuele II proclamò la nascita del Regno d’Italia. Il 22 marzo, Cavour ebbe l’incarico di Presidente del Consiglio ed il 25 proclamò il celebre discorso su “Roma Capitale d’Italia”. Il 18 aprile ebbe un duro scontro parlamentare con Garibaldi per la questione della immissione dei reduci della Spedizione dei Mille nel nuovo esercito d’Italia.

Nei primi mesi del 1861, Cavour propose, invano, più volte a Pio IX di rinunciare al potere temporale oramai rimasto solo nel Lazio, in cambio di una sorta di extra-territorialità degli immobili di culto ed alcune aree determinate con Legge dello Stato.

Il 29 maggio le sue condizioni di salute si aggravarono notevolmente, si pensò alla malaria contratta in gioventù nelle risaie di famiglia. Il 5 giugno fu chiamato il frate francescano Giacomo da Poirino, amico di famiglia per impartirgli l’estrema unzione che il Conte in un momento di lucidità dal delirio rifiutò pronunciando la storica frase “Libera chiesa in Libero Stato”. Il sacramento gli fu impartito post mortem, il Papa richiamò il frate in Vaticano e lo sospese a divinis obbligandolo a vita da eremita in montagna.

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