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Bisanti, Torre e Soltani: tre stelle illuminano la Stagione Concertistica del Teatro Petruzzelli

30 set 2018 | Nessun Commento | 1.331 Visite
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soltaniTutti gli impeti, tutte le passioni, tutte le emozioni, tutti i sentimenti dell’essere umano, e poi tutte le tonalità, tutte le sfumature, tutti i colori della tavolozza musicale: tutto in una sola sera. A questo sembrava far riferimento il programma del recente evento della Stagione Concertistica 2018 della Fondazione Petruzzelli di Bari, inanellando tre titoli che partivano dalla gioia dell’Akademische Festouvertüre op.80 di Johannes Brahms e giungevano alla mestizia dello Stabat mater FP148 di Francis Poulenc, passando per la magnificenza del Concerto n.2 in si minore op.104 di Antonin Dvořák; eppure, in tale caleidoscopica visione che sembrava accomunare schegge di musica sempre splendida ma all’apparenza troppo lontane per essere eseguite in rapida successione, non vi era un solo frammento che andasse smarrito, non una sola nota che non godesse della giusta attenzione. Il merito del più che riuscito esito dell’operazione deve essere integralmente assegnato all’ottima prova dell’Orchestra del nostro Politeama, superbamente – come sempre – guidata dal suo Direttore stabile Giampaolo Bisanti, cui, di volta in volta, si aggiungevano pregiatissimi innesti, gemme che impreziosivano uno scrigno già di per sé splendente di luce accecante.

Lo Stabat mater, ad esempio, la partitura per soprano solo, coro misto e orchestra, dedicata da Francis Poulenc alla prematura dipartita dell’amico scenografo Christian Bérard, con cui il compositore francese, mettendo in musica una delle più toccanti poesie cristiane, si confrontò per la prima volta con un tema sacro, ha goduto della presenza del soprano Benedetta Torre, un talento che, a dispetto della giovanissima età, appare già pienamente compiuto e che speriamo di poter riascoltare presto, e soprattutto del Coro del Teatro Petruzzelli, che, grazie alla sapiente direzione di Fabrizio Cassi, offre una prova strabiliante, matura, da protagonista assoluto, nonostante le tante impegnative, se non proibitive, asperità nascoste nelle pagine del pentagramma di quello che può, a tutti gli effetti, essere considerato un moderno Requiem.

Di più agevole impatto, ma non certo di meno ostica esecuzione, è certamente il Concerto per violoncello e orchestra n.2 in si minore op.104, un capolavoro assoluto creato dalla mente di Antonin Dvořák nel 1895, il suo ‘periodo americano’, per esaltare le doti del violoncellista Hanus Wihan, poi però eseguito, per ragioni ancor oggi misteriose, da Leo Stern nella prima londinese, anche se fonti accreditate vogliono che Wihan si fosse rifiutato di eseguire il lavoro perché Dvořák gli aveva proibito di inserirvi due cadenze. Pur non potendo, per ovvie ragioni, operare un confronto tra i due esecutori del passato, crediamo di poter affermare, senza tema di smentita, che entrambi avrebbero salutato con favore la potenza esecutiva dimostrata da Kian Soltani, nuova star mondiale del violoncello che, a soli ventisei anni, è già – giustamente – stato posizionato nell’Olimpo della Musica dalla critica e, soprattutto, dal pubblico; nato in Austria da una famiglia di musicisti iraniani, Kian, grazie anche al fondamentale apporto dell’Orchestra, ha offerto una prova sublime, di indicibile pathos, utilizzando il violoncello come un’estensione delle braccia, una naturale protesi a suo tempo staccatasi dal corpo dell’artista, finalmente riuscito a riappropriarsene per il breve momento del concerto. L’interminabile applauso del pubblico osannante era il degno finale di una performance di altissimo livello, suggellata dalla concessione di un bis in solo, sulle note di una sua composizione.

E se appena dodici minuti di grande musica, magnificamente eseguiti, possono accendere i nostri sensi, non vi è dubbio che questo possa accadere grazie all’Akademische Festouvertüre (Ouverture per una festa accademica), la composizione rapsodica costruita su quattro motivi studenteschi (tra cui l’inno internazionale degli studenti) che Johannes Brahms dedicò all’Università di Breslavia per avergli assegnato la laurea honoris causa, dirigendone la prima esecuzione il 4 gennaio 1881 nella Sala della Konzerthauses della stessa cittadina, costruendo un inno alla gratitudine e – ci si passi il paragone con Beethoven – alla gioia. E quella letizia, quella giocondità, quello spirito ilare e coinvolgente, ma anche maestosamente trascinante, trasmigravano e si materializzavano nel gesto del Maestro Bisanti, in quel suo incessante ed incessabile agitarsi, saltare, danzare persino; sotto la sua direzione – ci ripetiamo – la serata dell’Orchestra del Petruzzelli è apparsa davvero memorabile, addirittura perfetta, degna di un successo che ha il sapore di una vera, totale ed incondizionata acclamazione.

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