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BIF&ST 2015. Il Gran Finale con Nanni Moretti nell’affollatissimo Teatro Petruzzelli

29 mar 2015 | Nessun Commento | 622 Visite
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bm_1Sabato 28 marzo 2015 h. 08:30. Ultima giornata della sesta edizione e ½ del Bif&st. Lo scenario all’esterno del Teatro Petruzzelli di Bari è alquanto insolito. Già dalle prime ore del mattino davanti agli ingressi del tempio della musica barese si sono accalcate lunghe code di persone in fila, tutte levatesi sul presto pur assicurarsi un posto e non mancare al Gran Finale del Bari International Film Festival che quest’anno ha raggiunto, stando alle prime cifre approssimative, gli oltre 73 mila spettatori. In centinaia, incuranti del maltempo, hanno voluto esser presenti alla lezione di cinema tenuta dal grande ospite atteso per concludere nel migliore dei modi, uno dei registi più amati e contestati d’Italia: Nanni Moretti. La platea è già completamente occupata dai più coraggiosi, coloro i quali hanno programmato la loro sveglia in modo da esser sul posto già dalle h. 07:30. Un’ora dopo, ad essere liberi solo i posti dal secondo anello in su. Come in preda ad una lucida brama cinematografica, mandrie ordinate di spettatori sono state smistate dall’efficiente e cortese staff del Petruzzelli tra i palchetti e le sedute nel loggione ancora disponibili. Si è un po’ in ritardo sulla tabella di marcia perché la proiezione del film, che avrebbe preceduto la master class e prevista alle h. 09:00, tarda a cominciare. Ma il “quarto d’ora accademico di ritardo” è più che giustificato, visto che è impiegato per trovare un posto a chiunque si sia svegliato tanto presto per assistere all’evento. Poco dopo le h. 09:15 la campanella del teatro annuncia che lo spettacolo sta per iniziare, calano le luci e tra qualche colpo di tosse sparso qua e là tra un pubblico troppo numeroso per essere completamente silenzioso, inizia la proiezione di “Caro diario” (Italia, 1993). Quello che accadrà subito dopo fa già parte di un nuovo importante capitolo della storia del Bif&st.

Il film – scritto, diretto ed interpretato da Nanni Moretti, vincitore del David di Donatello e di numerosi riconoscimenti, “Caro diario” si articola in tre episodi che offrono tutti, a loro modo, il pretesto al suo autore per fare riflessioni di ampio raggio che vanno dal cinema alla medicina, dall’educazione genitoriale alla dipendenza dai mass media. Il primo capitolo, intitolato “In Vespa”, vede Moretti girare sulla sua moto durante le domeniche estive fra i quartieri romani, in un carrellata dei palazzi e delle strade dalla Garbatella ad Ostia. Il secondo, “Isole”, inscena un fallimentare tentativo di fuggire alla frenesia della vita cittadina approdando sulle Isole Eolie, diventate però rumorosi teatri delle rivalità tra i villeggianti. Infine, il terzo episodio, “Medici”, tocca una tematica più delicata: il lungo calvario affrontato da Moretti (protagonista di tutti e tre i capitoli) per risalire alla causa del suo malessere fisico, in un estenuante turnover tra specialisti della dermatologia e acquisti in farmacia, sino alla diagnosi del linfoma di Hodgkin. Il tutto, però, trattato con la tipica sottile ironia di Moretti che ne fa l’esempio di cineasta italiano più similare alla schizofrenica verve di un altrettanto grande maestro della cinematografia mondiale come Woody Allen.

La master class – Un “diario” al centro della pellicola proiettata e un “diario” da cui far partire la sua lezione di cinema. Conclusosi il film, Nanni Moretti fa il suo ingresso sul palco del Petruzzelli accolto da applausi scroscianti. Non ha bisogno di presentazioni il regista critico indagatore della società. Al centro del proscenio un leggio. Moretti saluta il pubblico e si avvicina ai fogli davanti a lui. Quello sul leggio è il diario di bordo tenuto durante la lavorazione di “Caro diario”, lo strumento più utile, secondo il regista, per bm_3spiegare al pubblico il suo metodo di lavoro, il film e come lui stesso viva la sua identità professionale da regista. In fondo, anche Margarethe von Trotta, il giorno prima aveva affermato come, per trovare “la carne” di una persona, bisognasse rintracciare il ritratto che emerge dai suoi scritti privati, lettere o diari che siano. I fogli sul leggio rappresentano una sorta di manifesto della poetica di Moretti uomo e regista. Prima di iniziare la lettura qualche piccola precisazione: il film nasce da un cortometraggio. Moretti aveva girato le riprese in vespa per Roma prima di maturare l’idea di trasformarlo in un lungometraggio. Inizialmente si sarebbe dovuto trattare di un corto da trasmettere nel suo cinema, il Nuovo Sacher di Roma. “Quando vidi “In vespa” mi venne voglia di farne un film, così ho mollato quello a cui stavo lavorando ed ho iniziato a scrivere gli altri due episodi”. La lettura del diario ha inizio alla vigilia delle riprese di “Medici” (il 21 febbraio del ’93) e si conclude il 19 novembre dello stesso anno, mentre il regista è in viaggio per presentarlo al pubblico. Calano di nuovo le luci in sala e il pubblico torna ad essere immerso nel buio. I suoi appunti restituiscono un’immagine di Moretti quale regista non così sicuro del suo talento, riportano alla luce i piccoli intoppi incontrati durante le riprese e dipingono vivaci e ironici quadri di ciò che accadeva al di fuori del set, fra paure di incidenti aerei e il timore di non finire il lavoro o il desiderio di tornare ancora a lavorarci apportando nuove modifiche. “Spesso credo che non ho capacità per questo mestiere, non credo di avere un grande talento […] Abbiamo visto il girato sul vulcano di Stromboli, molto bello. Speravo che qualcuno mi facesse i complimenti ma nessuno lo ha fatto” legge Moretti dal suo diario di bordo. Ogni parola, ogni battuta o riflessione, per quanto seria è sempre dotata di una pungente autoironia tendente al grottesco e che non manca di suscitare l’ilarità dei presenti. Quel tipo di ironia graffiante ed intelligente che ti fa sorridere anche degli bm_2argomenti più tristi. Tra una riflessione e l’altra si inseriscono piccoli episodi di quei giorni, fra cui il funerale di Fellini, l’ingaggio in extremis di Nicola Piovani per le musiche e le impressioni sui primi montaggi. La lettura si interrompe al 19 novembre: “Caro diario” è uscito da una settimana e Moretti è in viaggio per presentarlo. La scelta di porre proprio sul finale una riflessione sul suo rapporto comunicativo col pubblico sembra nient’affatto casuale, anzi, quasi una giustificazione in vista dell’intervista che poco dopo lo avrebbe atteso per parlare del suo cinema. Legge il regista dai suoi appunti: “Mi chiedo il senso di questi incontri con il pubblico perché ogni volta che mi fanno una domanda mi sembra di non capirla e di non rispondere mai ai loro quesiti. Non so cosa le persone si aspettino da me, è come se volessero non la mia opinione ma la verità ed io ho l’impressione di non saper comunicare. Forse si riesce a comunicare davvero solo tra persone simili. Non so”. Un caso che, con tali premesse, la master class non si apra (diversamente dai giorni precedenti) anche a domande fatte dal pubblico? Ma le dissonanze con le lezioni che lo hanno preceduto non finiscono qui. Per la prima volta è il regista ad introdurre il critico responsabile dell’intervista: Jean Gili. Tornando sullabm_4 genesi di “Caro diario” Moretti sottolinea come sia nato da un insieme di casualità mentre era in giro per Roma con la sua “troupe ideale”, cioè uno staff composto da sole 5 persone. “Per alcuni film ho sentito l’esigenza di lavorare su una sceneggiatura ben strutturata e precisa (come per “La stanza del figlio”, “Il caimano” e “Habemus papam”) – afferma il regista – mentre per altri mi sono affidato alla piena libertà (come per “Caro diario”, “Palombella rossa” e “Aprile”). In “Caro diario” ci sarebbe dovuto essere anche un quarto episodio, “Il critico e il regista”, quest’ultimo interpretato da Silvio Orlando. Mi sembrava non c’entrasse nulla, però, così ho deciso di non inserirlo”. Per quanto riguarda, invece, l’episodio “Medici” spiega: “Ho deciso di raccontare la vicenda della malattia solo quando ho capito “come” farlo, con quale tono affrontare l’argomento, cioè con semplicità ed ironia. Non mi sono inventato niente, mi è bastato aprire una cartellina in cui erano raccolte tutte le prescrizioni mediche che mi erano state fatte. L’ho voluto raccontare senza autocompiacimento e sadismo nei confronti del pubblico, due rischi che si corrono trattando di malattia. Io ho voluto raccontarla con secchezza”. Che nei panni dell’intervistato Moretti non si senta comodo, lo aveva già fatto intuire dalla lettura del suo diario di bordo. Quello che accade sul palco del Petruzzelli ne è solo la riprova. Quando le domande di Gili si fanno più insistenti, il regista o esce fuori traccia o chiede tempo, per poi rispondergli: “Il film non è un cruciverba con una risposta sola. È un mezzo che si presta a più letture ed interpretazioni”. Si scherza, poi, su Fellini e su quel che abbia potuto pensare di Moretti. “Sono più che sicuro che non abbia mai visto bm_5un mio film – commenta il regista – anche perché lui aveva un totale disinteresse per i film degli altri. Una delle cose di cui sono più felice in vita mia è di non averlo mai invitato e costretto ad assistere alle proiezioni dei miei film. Il suo non era snobbismo, ma semplice disinteresse”. In merito, invece, al suo essere regista spiega: “Spesso il mio lavoro di spettatore ha influenzato il mio lavoro di regista. Come quando ho realizzato “Palombella rossa” alla fine degli anni ’80. Da spettatore avevo notato un ritorno alla centralità della sceneggiatura ma anche una certa forma di accademismo, di regole osservate senza libertà. Così, per protesta, ho deciso di realizzare film in completa libertà”. La conversazione si conclude con la domanda di Gili circa la lungimiranza di “Habemus Papam”, storia di un papa che si tira indietro rispetto al suo ruolo, e di come Moretti abbia fatto a prevedere una vicenda talmente inaspettata ai tempi bm_11del film. “Lasciamolo un mistero” è la chiusa sorniona del regista. Klaus Eder e Felice Laudadio gli consegnano il Premio FIPRESCI mentre il pubblico in platea si alza in piedi ad applaudire il “Nanni” nazionale e fotografi appollaiati dietro le poltrone come cacciatori dietro le siepi, immortalano e consegnano alla storia le ultime immagini di un Bif&st di cui si parlerà ancora a lungo.

Filmografia regista – “Io sono un autarchico” (1976), “Ecce bombo” (1978), “Sogni d’oro” (1981), “Bianca” (1984), “La messa è finita” (1985), “Palombella rossa” (1989), “Caro diario” (1993), “Aprile” (1998), “La stanza del figlio” (2001), “Il caimano” (2006), “Habemus Papam” (2011), “Mia madre” (2015).

Foto di: Oronzo Lavermicocca.

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