Bari, quando andavamo al cinema: l’epopea del “muto” (prima parte)

Alle prime luci di un mattino di primavera del 1902, un grosso carro trainato da due muli si ferma nel piazzale Cavour e comincia a scaricare lunghe tavole di legno accanto al costruendo Politeama Petruzzelli. Qualche ora dopo, due carpentieri, accompagnati dai proprietari del fasciame, i coniugi Dacome, iniziano a mettere in piedi un padiglione a base rettangolare senza tetto. Sembra uno dei soliti teatri viaggianti che arrivano periodicamente dalla Campania. Artisti della Commedia dell’Arte napoletana, immaginano i pochi curiosi che si avvicinano al carro, venuti apposta per le feste di San Nicola. Invece no! È arrivato il cinematografo!
Che cos’è? Non si sa, i baresi non lo hanno mai visto prima.
Anzi, qualche mese prima il Politeama Umberto I - un’altra delle tante baracche di legno che sostavano in largo Cavour accanto o alle spalle del costruendo Petruzzelli e della Camera di Commercio - aveva tentato un esperimento con il cronofotografo, ma gli spettatori furono talmente delusi che l’impresario si guarderà bene di riproporlo.
La strana costruzione dei Dacome non ha un palcoscenico, ma ha steso in fondo alla sala un grande telo bianco quadrato.
Tre giorni dopo il capannone rettangolare di dieci metri per cinque è pronto. Ultimati i lavori, sulla facciata di quel che sembra un teatro, ma non è un teatro, i coniugi Dacome mettono un’insegna scritta a mano: Cinematografo Eden. Su un lato vicino alla porta d’ingresso una locandina consunta che ha già visto altre piazze annuncia per la sera «spettacoli di quadri cinematografici per tutta la famiglia a prezzi popolari».
Ed è esattamente quanto scrive il quotidiano locale, qualche giorno dopo, nella rubrica della cronaca teatrale. Nessuno ha la curiosità di sapere cosa sono quei ‘quadri cinematografici’. Un’altra diavoleria tecnica del nuovo secolo.
Ma quello strano teatro, ogni sera è inaspettatamente affollato. Tanto che alcune sere c’è da fare la fila per assistere agli spettacoli e nei caffè, nei circoli, nelle associazioni sportive cittadine, non si parla d’altro.
Alla fine, il direttore del Corriere delle Puglie decide che forse, per salvaguardare la morale pubblica, è il caso di sapere qualcosa di più di quegli ‘spettacoli per tutta la famiglia’. Ed invia un cronista che il giorno dopo scrive: «c’è solo da restare ammirati dalla proiezione dei quadri luminosi che si svolgono dinanzi agli occhi degli spettatori… sono quadri fantastici, umoristici, di viaggi e costume in cui la vita di ogni paese è materializzata con sorprendente realtà e, sia detto per norma delle mamme, non vi è nulla di immorale e scandaloso».
Dunque, è questo il Cinematografo: una serie di ‘quadri’ - di documentari diremmo oggi - di dieci, quindici, anche venti minuti, ma capaci di suscitare emozione, meraviglia, sensazioni forti.
Non c’è sonoro, ma le scene sono talmente ‘vive’ che sembrano dotate di vita proprio e l’incredulo pubblico, totalmente incolto, stenta a restare seduto sulla scomoda sedia pieghevole. La reazione degli spettatori alla proiezione dei ‘quadri’ provoca emozioni mai sperimentate prima. Lo spettacolare arrivo di una sbuffante locomotiva che, avvicinandosi alla stazione, diventa sempre più grande fino a dare l’impressione che stia per entrare nel capannone, è stupefacente.
E ancora, c’è il ‘quadro’ della Caccia alla volpe nella campagna inglese, le crude sequenze dei cani che cercano di sbranarla; le ricche, fastose immagini dei Sovrani d’Italia che escono dal Palazzo Reale; le vivide, strazianti ‘stazioni’ della Passione di Cristo e, infine, le scene di lotta degli alligatori nelle paludi della Florida, in America. Enormi lucertoloni mai visti prima; immagini così fantastiche che gli spettatori meravigliati e scettici si chiedono: ma esistono davvero? Tanti, la maggior parte, non hanno mai aperto un libro, alcuni non sono mai usciti dalla loro provincia; altri ancora, contadini dell’entroterra, non hanno mai visto il mare e meno che mai riescono ad immaginare che esiste un luogo come la Florida.
Improvvisamente, insomma, l’ignaro spettatore che per qualche centesimo - due per una sedia, uno per un posto in piedi - entra in quella fumosa e affollata baracca, viene letteralmente catapultato in un mondo nuovo e meraviglioso. È così frastornato da quella nuova diavoleria che non riesce a rendersi conto se quello che vede è reale o il frutto di fantastici trucchi di quella mostruosa macchina che proietta un fascio di luce accecante su quel telo bianco prendendo vita e movimentando uomini e cose. Né le dense volute del fumo di sigarette, che lo colora d’azzurro, sembra danneggiare le immagini.
Il successo di pubblico del cinematografo Eden è così straordinario da indurre i coniugi Dacome a chiedere il rinnovo della concessione del suolo. Il Municipio è disponibile, ma dopo un sopraluogo dell’Ufficio tecnico comunale all’improvvisato padiglione, con un centinaio di posti a sedere su sedie e panche, pretende la copertura del tetto - ogni volta che piove è un fuggi fuggi generale - e qualche cisterna d’acqua a portata di mano nel caso quell’infernale apparecchio provochi un incendio.
Chiuso così per il tempo sufficiente ad apportare le modifiche richieste dal Comune e stipulare una nuova concessione, i coniugi Dacome cambiano anche l’insegna, che diventa Cinematografo Dacome e tornano a dare spettacoli tutte le sere fino alle 23.
Ma questa volta la fortuna non li assiste. A novembre un violento fortunale abbatte il baraccone e i Dacome se ne tornano a Napoli.
Due anni dopo un altro impresario chiede al Comune l’utilizzo del teatro Piccinni per la proiezione di quadri cinematografici. I consiglieri prima si scandalizzano, poi, memori degli incassi dei coniugi Dacome, si affrettano a concedere l’autorizzazione.
Ma per carità, ‘una tantum’ solo per dare alla borghesia barese, che certo non poteva frequentare il popolare Cinematografo Eden, l’occasione di vedere le meraviglie della più grande invenzione del secolo.
Così, in soli due anni, il cinema passa dalla ‘baracca’ in largo Cavour alla gloria di un vero teatro.
Eppure non è passato molto dall’invenzione dei fratelli August e Luois Lumière che nel 1895, a furia di girare e rigirare tra le mani quegli oggetti lucenti e delicati nell’officina del genitore fabbricante di macchine fotografiche, finiscono per inventare il Cinematografo, un apparecchio in grado di proiettare su uno schermo bianco una serie di immagini in movimento impresse su una pellicola, utilizzando un’altra geniale idea di Thomas Edison che nel 1889, negli Stati Uniti, aveva inventato la cinepresa e la macchina di visione che consente di vedere le immagini impresse su pellicola ad un solo spettatore per volta.

I Lumière hanno il merito di aver sviluppato l’idea di Edison inventando il modo di proiettare la pellicola per vedere le immagini in movimento a molti spettatori. Il primo esperimento dei Lumière si svolge a Parigi, il 28 dicembre del 1895, davanti al pubblico di un bar, il Cafè del Boulevard des Capucines.
Un successo clamoroso! Un’invenzione così straordinaria che già all’inizio del Novecento il Cinematografo è portato su tutte le piazze delle grandi città europee in capannoni itineranti come quello giunto a Bari.
Il nuovo spettacolo surclassa qualunque altro inventato prima. Costa poco alla produzione, pratica prezzi popolari, consente più proiezioni in una sola serata fino a triplicare gli incassi tanto che le sale cinematografiche diventano più numerose delle macellerie. Ce ne sono ovunque, mobili d’estate, stabili d’inverno e sempre più spesso in locali di fortuna, così improvvisati che il gestore, dopo aver illustrato il programma, avvisa il pubblico che «in caso di pioggia lo spettacolo è rinviato il giorno successivo». L’importante è ‘stiparvi’ dentro, quasi uno sull’altro, quanti più spettatori è possibile in piedi o a sedere. Ci sono cinematografi anche negli androni dei grandi palazzi come il Cinema Argiro, sorto nel 1907 e divenuto poi Sala Iride, in via Piccinni angolo via Argiro; la Sala Apollo in via Sparano, di fronte al negozio di biancheria Cima.
Naturalmente, il primo problema per gli impresari è come avvicendare gli spettatori alla fine di ogni spettacolo. Era tutto lì il profitto e purtroppo non era raro che lo spettatore, dopo aver conquistato la sedia, spesso in ferro, difficilmente l’abbandonava prima della chiusura del cinematografo.
Eppure, all’inizio si proiettano solo documentari. Sono ‘quadri’ che mostrano cose, luoghi, situazioni, movimento. Brevi filmati che hanno lo scopo di suscitare emozioni, meraviglia oppure scene crude tendenti ad impressionare. Dopo tre, quattro ‘quadri’ c’è lo spettacolo di varietà con la ‘seratante’, il bravo comico, i cantanti tutti rigorosamente napoletani.
Fino al 1910 il cinematografo farà pochissimi passi avanti. Nel 1906, con il tentativo di mettere insieme un ‘quadro’ compiuto, nascono i lungometraggi a soggetto, i primi ‘film’ con storie brevi, semplici, spesso disarmoniche, illustrate da un narratore in sala. Ma anche l’utilizzo del ‘narratore’ risulta macchinoso, raramente riesce a seguire le immagini. Allora vengono introdotte le didascalie, i sottotitoli, accompagnati dalla musica, un pianista o un organista, più spesso una piccola orchestra che nascosta sotto il palcoscenico, tenta di seguire alla meglio le emozioni, la storia che il film sta raccontando.
I films migliori sono i Western. Il primo uscito negli Stati Uniti è ‘The train robbery-Assalto al treno’ del 1903. Un grande successo. Da allora, a differenza di molti altri ‘generi’, non ha mai avuto crisi. Il Western è senza tempo, ancora oggi amato dal pubblico.
Tag: Bari , cinema muto , fratelli lumiere , nicola mascellaro , sala iride , teatro petruzzelli
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