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Bari, quando andavamo al cinema: l’epopea del ‘muto’ (parte quarta)

23 Mag 2012 | Nessun Commento | 3.017 Visite
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Bari, quando andavamo al cinemaMa la vera ricchezza della città, sono i numerosi palazzi in stile eclettico e liberty che si possono ammirare ancora oggi ovunque: in via Melo, all’inizio e alla fine di una delle più antiche strade di Bari; in via Sparano, corso Cavour, via De Giosa, via Cognetti, via Nicola De Nicolò, via Imbriani e poi gli imponenti palazzi: Mincuzzi, Acquedotto Pugliese, Banca d’Italia, l’Hotel Oriente, la chiesa del Sacro Cuore e, sul lungomare a Nord, il maestoso Palazzo delle Finanze, il liceo Orazio Flacco, lo stadio Delle Vittorie, la Fiera del Levante. Sul lungomare a Sud, invece, si comincia con lo splendido molo della Canottieri Barion per continuare con il caratteristico Palazzo Santalucia, l’ex Albergo delle Nazioni, il Palazzo della Provincia, il Provveditorato alle Opere Pubbliche, il Palazzo dell’Areonautica e la Caserma dei Carabinieri che sembra una fortezza.
La maggior parte delle opere citate sono state progettate da Saverio Dioguardi, molte sono state anche edificate dal geniale architetto di Rutigliano, barese d’adozione. Valga per tutti il palazzo del giornale, la prima sede della Gazzetta nella vecchia piazza Roma, odierna piazza Moro, con un grande globo luminoso sul tetto e quattro cariatidi ai due ingressi. Il Palazzo, inaugurato nel 1928, è stato abbattuto nel 1982, ma le cariatidi si possono ancora ammirare nell’androne d’ingresso del Municipio.
Naturalmente tutte queste opere attira la manovalanza dall’enorme serbatoio di braccia conserte della provincia. Sono decine di migliaia che vengono dalle campagne, contadini stanchi di spezzarsi la schiena sulla terra arida, ma anche pecorai, nullafacenti, manovali che si adattano a qualunque lavoro, l’edilizia ne chiede migliaia, né mancano gli artigiani: stagnari, ombrellai, calzolai, arrotini ambulanti e non, che aprono botteghe nelle periferie del nuovo borgo, dove la maggior parte di loro risiede, e nel centro che cresce a dismisura.
Dal censimento del 1921 a quello del 1941 risulta che la popolazione residente a Bari è passata da 114.754 abitanti a 225.485. In vent’anni gli abitanti della città sono aumentati di ben 110.731 persone. Tutti sottoproletari che si fermano e creano nuovi agglomerati urbani soprattutto nei quartieri Carrassi e Libertà facendo la fortuna del Supercinema e della tante baracche di teatro dialettale napoletano.
Tanti di questo ‘nuovo’ proletariato guadagnano appena quanto basta per sostenere la famiglia, alcuni accumulano i loro risparmi per comprare il sogno di sempre, una casa; altri, una minoranza, soprattutto il ‘capo famiglia’, si consentono una distrazione: vanno al cinema una volta la settimana. Le donne dei proletari non frequentano il cinematografo.
Fanno eccezione le signore della borghesia che pur escluse dai locali che fanno cinema e varietà, godono del privilegio di vedere tre, quattro spettacoli teatrali l’anno. Quando cioè il Petruzzelli apre i battenti per la stagione lirica e il Piccinni alle compagnie di prosa, all’operetta in quell’epoca molto apprezzata.
Nell’agosto del 1926, a New York, Rodolfo Valentino è stroncato da una complicazione polmonare. Il celebrato divo aveva solo 31 anni, ma i suoi conterranei non avevano mai visto un film da lui interpretato. Con la sua scomparsa il fascismo toglie l’embargo alle sue pellicole e il 17 settembre 1926 il Petruzzelli annuncia la proiezione del film l’Aquila nera, biglietto unico per poltrone in platea, lire 2,40. Un’esagerazione. Al Margherita impazzano i film di Tom Mix; all’Umberto le pellicole di Buster Keaton, Pola Negri e Gloria Swanson.
Bari, quando andavamo al cinemaIl cinema-teatro La Fenice, invece, in via XXIV Maggio, accanto al Petruzzelli, prima ospita la compagnia teatrale di Raffaele Viviani, poi la grande compagnia di varietà del capocomico napoletano Achille Maresca in cui è stata ritagliata una particina ad un giovane di 28 anni noto come Totò, un giovanotto magro come un chiodo, una caratteristica fisica comune all’epoca, un mucchio di ossa… «con una capacità ineguagliabile di rendere gestualmente e corporalmente quanto c’è di grottesco nella tradizione popolare partenopea» Infatti, è annunciato come ‘il burattino snodabile’. Bisognerà aspettare un quarto di secolo prima di vedere il vero Totò, il grande attore comico che nelle sue compagnie di rivista, spesso insieme alla grande Anna Magnani, e poi nel cinema, specie con Aldo Fabrizi e Peppino De Filippo, farà ‘scompisciare’ dal ridere i proletari degli anni Cinquanta e gli operai del ‘miracolo economico’ degli anni Sessanta.
Intanto, il primo gennaio 1927 entra in vigore la tassa sul celibato applicato ai maschietti dai 25 ai 65 anni. Il noto concetto del ‘numero fa la forza’ è lontano, ma a Mussolini piacciono le famiglie numerose e i giovani che tardano a sposarsi danno una sensazione di decadenza morale, di mollezza, inettitudine e d’indisciplina intollerabile in un Regime che teorizza una società maschile forte e vigorosa.
Nel corso del 1927 il cinema muto comincia a perdere colpi. I grandi studios d’oltreoceano sono allo stremo e la Warner Bros prima di avviarsi al fallimento si gioca l’ultima carta, introduce il sonoro in un film mediocre Il cantante di Jazz e, nonostante la trama semplice che risente ancora del cinema muto, il successo di pubblico è strepitoso. Si apre una nuova era per la cinematografia mondiale.
Durante gli stessi anni Venti si comincia a produrre qualche film a colori, in Technicolor era la dizione cinematografica. Ma sono lontani dalla qualità raggiunta negli anni Trenta. Una delle pellicole a colori meglio realizzate è Via col vento prodotto dalla MGM nel 1939. Ci vorranno diversi anni prima che il cinema italiano s’impadronisca della tecnica e prima che il sonoro di Hollywood arrivi in Italia.
Il 21 aprile 1927 Bari inaugura il suo primo tratto di lungomare; qualche mese dopo, il 5 novembre, si apre al pubblico «un nuovo aristocratico teatro di arte varia» il Kursaal Santalucia attrezzato anche per il cinema. L’intento dei proprietari, però, è di far concorrenza ai due teatri cittadini, Piccinni e Petruzzelli, specie con operette, recital e prosa perché, per il melodramma, non c’è competizione se non fra i due ‘massimi’ cittadini come accade proprio quest’anno. Perciò, ben presto il Santalucia deve rinunciare al teatro e convertirsi al cinema, agli spettatori del cinema, molto più numerosi degli amanti del teatro. Per la serata inaugurale il Santalucia ospita la Primaria Compagnia di Operetta Luigi Maresca, una famiglia che conta numerosi artisti di vario genere.
Così, il nuovo concorrente stimola l’offerta e sotto le feste di Natale del 1927 cinema e teatri si scatenano. Per la prima volta sia il Petruzzelli sia il Piccinni danno contemporaneamente, due grandiose rappresentazioni liriche. Il Petruzzelli annuncia ‘La Gioconda’, il Piccinni ‘Lucia di Lammermoor’ diretta dal noto maestro di Bitonto Pasquale La Rotella. Al Cinema Umberto c’è un film di Rodolfo Valentino, Il figlio dello sceicco; al Margherita pellicole con Charlie Chaplin, Buster Keaton e al Santalucia un grande spettacolo con l’artista tarantina Maria Annina Laganà Pappacena in arte Anna Fougez e le sue venti girls… «cantante e ballerina – recita la locandina – la stellissima dai mille bagliori, la diva fascinatrice ed incantevole, la regina dell’arte varia, l’insuperabile artefice d’innumerevoli fantasie, di infinite bellezze e impareggiabile virtuosità vocali che il pubblico ha apprezzato, una volta ancora, con la sua travolgente ammirazione, con applausi ripetuti e scroscianti».
Bari, quando andavamo al cinemaNonostante le non poche miserie, specie nell’entroterra… «dove le energie sono fiaccate, tutte le attività depresse, tutte le giovinezze sfiorite prima di sbocciare, dove l’operosità umana è arrestata davanti alla zolla incolta, al solco interrotto, alla terra improduttiva» scrive l’inviato della Gazzetta di Puglia che quest’anno ha cambiato la testata in Gazzetta del Mezzogiorno; nonostante la povertà sia ancora diffusa anche in città, Bari sta vivendo un momento unico nella sua storia: sta nascendo, si sta sviluppando e si sta imponendo come la seconda grande città continentale del Mezzogiorno, mentre i suoi abitanti stanno attraversando un periodo di moderato benessere pur con un divario abissale fra poveri e benestanti, fra la classe operaia e la nuova classe imprenditoriale che si sta arricchendo con i lavori pubblici e privati, con la ricostruzione dopo il disastro dell’alluvione.
Con queste premesse, ecco allora un altro locale di gran lusso, un grande albergo con annessa una splendida sala per spettacoli di varietà e cinematografici. Il 24 agosto 1928 s’inaugura il Gran Cinema Oriente con la proiezione di un film della «creatura più strana, con la più complessa espressione di femminilità, la figura più elegante ed insieme più misteriosa della cinematografia mondiale» Greta Garbo che interpreta Il diavolo e la carne. Si paga una lira e cinquanta per la platea, due lire per i distinti e due lire e sessanta per l’anfiteatro. Prezzi non proprio accessibili per il popolino e del resto l’ambiente – sala di ricevimento, sala da the, sala da ballo – l’imponenza della struttura, la profusione dei marmi e la ricchezza dell’arredamento, lascia chiaramente fuori del complesso la classe operaia che va a vedersi La capanna dello zio Tom al Margherita, con lo speciale commento orchestrale del maestro Enrico Trizio, oppure la compagnia teatrale degli Scarpetta al Piccinni dove i prezzi non sono inferiori. Ma vuoi mettere?
Nel 1929, infine, anche la cinematografia italiana si cimenta con il colore. A dicembre il Kursaal Santalucia propone il film Nun è Carmela mia e annuncia che «le principali scene sono ‘perfettamente colorate’ e a renderlo più interessante concorreranno noti cantanti che con perfetto sincronismo interpreteranno, durante la proiezione, alcune delle più belle canzoni napoletane nonché l’appassionatissima ‘Nun è Carmela mia’».
Non c’è ancora il sonoro, il ‘colore’ è molto approssimato, ci si destreggia come meglio è possibile per cercare di ‘movimentare’ le pellicole, gli spettatori aumentano e la Gazzetta, sempre alla ricerca di nuovi lettori, comincia a pubblicare le prime recensioni cinematografiche a firma di Leonardo Mastrandrea. Il fascismo, invece, con una legge del 1929 vieta la diffusione del cinema straniero in lingua originale, specie quello hollywoodiano, per il timore che diventi «strumento di diffusione di lingue straniere. I film d’oltralpe e d’oltreoceano devono, perciò, essere silenziati o sottotitolati». La storia si trascina fino al 1933 quando una nuova legge del 5 ottobre sancisce che «il doppiaggio di pellicole straniere deve essere eseguito da personale italiano». Nel frattempo, il 7 ottobre 1930, anche la cinematografia italiana inaugura il sonoro con il film La canzone dell’amore.

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