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Bari 1905. La prima disastrosa alluvione cittadina del secolo scorso

12 mag 2010 | Un Commento | 6.282 Visite
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alluvione a bariContinua il viaggio dedicato alla storia di Bari, descritta dall’appassionato di storia e cultura barese Nicola Mascellaro che da più di trent’anni fotografa questa città e la racconta. Al suo attivo ha diverse pubblicazioni.

La piena, la piena!

E piove. Dopo un autunno uggioso e opprimente, il bel cielo terso e luminoso tipico dell’inverno meridionale, è un ricordo lontano. All’inizio di gennaio s’è già affacciata la prima neve. Non è una novità. Negli ultimi dieci anni non è mai mancata. In città sono sempre state spolverate, ma in alcuni centri della provincia, a Gioia del Colle, Andria, Altamura, Gravina, su tutta l’alta Murgia, c’è già mezzo metro di neve.

Nevica ancora a Bari il 15, il 28 gennaio e il 13 febbraio, e questa volta la neve scende copiosa, a larghe falde.

Dalla provincia si hanno notizie di diversi paesi sommersi dalla neve. Molti centri sono isolati, la gente è disperata. Migliaia di braccianti e manovali sono ridotti allo stremo. E’ desolante lo spettacolo di tanta miseria, scrive il corrispondente di Andria al Corriere delle Puglie che commenta… l’inverno, si sa, porta maggiore disoccupazione e l’inverno così rigido l’aggrava.

I Comuni in difficoltà cercano di alleviare la fame delle popolazioni aprendo le tristemente note cucine economiche. Di più non si può fare. La neve ha fermato quasi tutte le attività.

Alle otto della sera del 22 febbraio a Bari comincia a piovere. Alle 2 del mattino del 23 l’acqua prende a scrosciare impetuosa… e tutto il giorno piovve – riportano le cronache dei giornali – incessantemente, a righe dritte che sferzavano il selciato. Verso mezzogiorno la violenza dell’acqua fu estrema, venne giù come se tutte le cateratte del cielo fossero state aperte violentemente, come se un immenso serbatoio d’acqua, sospeso sulla nostra testa, fosse ad un tratto scoppiato, come se le acque strette in una diga, su per le vie del cielo, l’avessero rotta.

E’ il 1905. E’ l’alluvione. La prima disastrosa alluvione cittadina del secolo scorso. La pioggia scende violenta e ininterrottamente per undici ore. Ha un colore rossiccio. Viene da lontano. Arriva dalla Murgia dove la pioggia ha sciolto la neve aumentando a dismisura il volume dell’acqua. L’imponente massa liquida che attraversa le frazioni di Canneto e Loseto, si riversa nel letto dell’antico asciutto torrente Picone. Dall’omonimo quartiere cittadino il fiume di acqua e fango scende per i futuri viali Salandra ed Ennio e s’infrange sul muro di cinta della ferrovia Adriatica, abbattendolo. Per un momento l’acqua perde velocità e violenza, poi torna a scendere per riversarsi impetuosa nel centro della città.

alluvione a bariQuando arriva alle lunghe e diritte strade di via De Rossi, Quintino Sella, Sagarriga Visconti e Manzoni ha già formato quattro nuovi torrenti che al loro passaggio abbattono muri, inondano case, spezzano catene umane di soccorritori.

Uomini, donne, bambini, animali, centinaia di carrozze, calessi e grandi carri agricoli, insieme alle già povere masserizie delle misere abitazioni, sono tutti travolti e trascinati come fuscelli fino in via Napoli dove confluiscono i quattro improvvisati torrenti.

La massa d’acqua nella lunga strada ha raggiunto l’altezza di un metro e ribolle come un mare in tempesta. Ed è lì, al mare che è diretta. Nell’attraversare la grande spianata di fronte alla baia di Mar Isabella, distrugge i binari, la rimessa delle locomotive della Bari-Barletta e trascina per decine di metri diversi vagoni depositandoli su piccole dune di sabbia. Lo scontro fra l’acqua alluvionale e il mare è così violento da scavare una fossa profonda due metri.

Nel primo pomeriggio del 23 la furia delle acque si placa. Si organizzano i soccorsi. Si cercano le vittime. Si tenta di fare un sommario bilancio dei danni. Ma è impossibile. La città sembra come colpita da un devastante terremoto. La ferrovia, le linee telefoniche sono interrotte. L’officina della Tuscan Gas Company è allagata; manca l’illuminazione pubblica e privata; manca l’acqua potabile. Tutti i pozzi pubblici e privati traboccano di acqua alluvionale e lurida. Il mattino successivo manca pure il pane.

Decine di forni allagati hanno perso migliaia di sacchi di farina, molti olivicoltori hanno avuto danni irreparabili per l’acqua che ha invaso le cisterne piene di olio.

Quante tragedie? Quante rovine? Niun cuore è giunto a comprendere tutte le prime; niuna mente è riuscita a misurare le seconde… scrive il Corriere il 25 febbraio.

E’ un disastro senza precedenti. La sera del 23 si contano 5 morti; il 24, le barche che ‘pattugliano’ le vie Sagarriga Visconti e Manzoni, trovano altre due vittime; un’altra ancora, una bambina di 13 anni, è rinvenuta tre giorni dopo. La conta delle vittime si ferma a 8 e nelle quattro strade colpite dalla violenza delle acque, ci sono decine e decine di case sventrate e sommerse. Alcuni palazzi sono inagibili e lesionati fino all’altezza del terzo piano.

Intanto, già con l’edizione del 25 febbraio, il Corriere chiama la popolazione alla solidarietà aprendo una sottoscrizione… migliaia e migliaia di persone si trovano senza tetto; migliaia e migliaia di persone han perduto quel po’ di masserizie che possedevano e sin dall’altro ieri vanno in cerca di una casa, di un vestito, di un tetto qualunque.

Si muovono associazioni private, Comuni, la Camera di Commercio, le stesse aziende disastrate, banche, impiegati, commessi di uffici pubblici e migliaia di semplici cittadini. Tutti vogliono partecipare anche con un’offerta simbolica. E’ una gara di solidarietà incredibile. Persino il Re ha voluto inviare 25mila lire. Sono tutti presenti meno il Governo. Il 4 marzo il presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti, adducendo motivi di salute si dimette.

Sarà, poi, il governo di Alessandro Fortis ad approvare un finanziamento per la costruzione di un canale alluvionale. La Provincia, invece, delibera il rimboschimento di una vasta zona collinosa della Murgia al fine di frenare la furia delle acque. Nasce, così, la Foresta Mercadente.

Eppure niente salverà Bari dalla seconda e terza alluvione, più devastanti e luttuose delle altre.

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