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Attentato al Sindaco. Tutto cominciò con un furto di lattughe nel 1898

18 mag 2010 | Nessun Commento | 2.119 Visite
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povertàContinua il viaggio dedicato alla storia di Bari, descritta dall’appassionato di storia e cultura barese Nicola Mascellaro che da più di trent’anni fotografa questa città e la racconta. Al suo attivo ha diverse pubblicazioni. 

Il 16 aprile 1898 una ventina di giovani vengono sorpresi dalle guardie campestri a rubare lattughe in un campo in periferia della città. Abbiamo fame si giustificano i ragazzi che sono arrestati. Incatenati dietro ad un carro, durante il tragitto verso il corpo di guardia… una turba di cittadini accerchiava quei simulacri di delinquenza: non parteggiavano per gli esecutori della legge, era una turba che dava ragione alla fame.

Per qualche giorno piccoli capannelli di persone senz’arte accennano una timida protesta. Poi, il mattino di mercoledì 27 aprile, un gruppo di popolane e ragazzi, escono dalla città vecchia, affollano corso Vittorio Emanuele, si fermano sotto il Municipio e a gran voce chiedono pane… scarmigliate, livide, inferocite, recanti profondi segni di miseria nelle facce consunte…volevano pane, almeno il pane. Erano allo stremo.

La turba di donne aumenta. A loro si aggiungono centinaia di disoccupati. I dimostranti vogliono parlare con il Sindaco. Ma non c’è. Allora si dirigono verso un magazzino di grano che non riescono a saccheggiare. Ancora più inferociti puntano direttamente verso la barriera del dazio, al di là della cinta ferroviaria razziandolo, e lo mettono a soqquadro. Distruggono porte, finestre, mobili e bilance. Poi ammonticchiano tutto e gli danno fuoco. Quando arrivano i soldati la folla li prende a sassate. Ma all’improvviso risuona un grido: al Municipio, al Municipio. Ed è come una parola d’ordine.

Ormai una fiumana di uomini, donne e ragazzi riempie l’intero corso Vittorio Emanuele. Questa volta il Sindaco c’è. Sono le donne ad entrare negli uffici comunali, ad inseguire il Sindaco, afferrarlo per la gola e trascinarlo per alcune stanze. Il povero sindaco, Giuseppe Re David, noto e rispettato avvocato civilista e poeta, si ritrova con un fisico minuto e piuttosto gracile. Si sente ormai perso e sta per raccomandarsi l’anima a San Nicola quando due mani callose lo sollevano dal suolo: due energumeni lo liberano dagli artigli delle popolane salvandolo da un sicuro linciaggio.

bariA quel punto la folla sfoga il proprio furore su tutto quello che capita a tiro. Dai balconi del Comune volano in strada sedie, tavoli, poltrone, pregiate scrivanie, carte e libri. Nel frattempo arriva una compagnia di fanteria che occupa l’ingresso del palazzo di città… allora – si legge nelle cronache dei giornali dell’epoca – avviene una cosa inaudita. Delle voci gridano: petrolio, petrolio incendiamo il Municipio. Detto fatto: fiamme altissime cominciano a lambire le imposte. I soldati aprono il portone d’ingresso, fronteggiano la folla… la pausa è breve: una valanga di uomini e donne irrompe all’interno, disperde i pochi soldati e il palazzo di città è di nuovo in potere dei tumultuanti. Il vandalismo continua. Ormai il Corso e le vie adiacenti sono coperti da un ampio tappeto di carte, di libri, di rottami bruciacchiati.

Alla fine, i soldati riescono ad avere il sopravvento. La folla è respinta, ma non paga. Così abbandona il Municipio e si dirige verso l’ufficio dei Vigili Urbani presso il mercato del pesce in piazza Ferrarese. I Vigili sentendo gridare pane, pane, alla gragnola di sassi dei dimostranti rispondono gettando loro una gran quantità di pagnotte ammassate, chissà perché, nell’ufficio. Ma invano. Mezz’ora dopo anche l’ufficio dei Vigili e parte dell’edificio del mercato è dato alle fiamme. Poi tocca all’esattoria fondiaria, all’ufficio della pubblica sicurezza e a decine di altri negozi specie forni, depositi di farina e di generi alimentari. I saccheggi, i vandalismi continuano fino a notte. Poi arrivano i soldati, 12 compagnie di fanteria e uno di cavalleria, e torna la calma.

Il mattino del 28 aprile i militi registrano ingenti danni e molti feriti, fortunatamente nessuno fatale, ma il tratto di corso Vittorio Emanuele, dalla Prefettura al vecchio chiosco dell’acqua di Serino, è presidiato dalle truppe. Il sindaco Re David, invece, recuperati un tavolo e qualche sedia, riunisce la Giunta in seduta permanente per deliberare una serie di provvedimenti: distribuzione immediata e gratuita di pane e farina; abolizione del dazio su pane, pasta e farina; riduzione del prezzo degli stessi generi al dettaglio e richiesta, al panificio militare, di aprire al pubblico due spacci per la vendita del pane e della farina.

Il 29 aprile la città, presidiata dalle truppe che non hanno mai sparato un colpo di fucile, torna ad essere… la tranquilla e bella sirena dell’Adriatico ch’è sempre stata – scrive il Corriere delle Puglie - è avvenuto quello che ci era facile prevedere: la calma rientra nella nostra città e le abitudini cittadine riprendono il loro corso ordinario. Bari saprà rialzarsi ma da oggi stesso si provenga al lavoro. E’ il lavoro che compie la restaurazione della fiducia pubblica. Non basta che il pane sia a buon prezzo: bisogna che si possa comprarlo. Ed è il lavoro e la retribuzione quella che mette la classe operaia alla pari con i suoi bisogni… venga il Governo con lavori pubblici, che ci spettano da tempo; venga il Municipio. Ormai è tempo da non perder tempo. Ormai le parole non hanno valore se non seguiti immediatamente dai fatti.

Il mattino dopo, le stesse truppe che presidiano la Prefettura, distribuiscono pane e farina. Ma il fuoco acceso a Bari non si spegne. Dal pomeriggio di sabato 30 aprile alla sera di domenica 1° maggio, l’incendio divampa in molti centri della provincia pugliese e finisce col dilagare in tutto il Paese.

Iniziano gli anni più terribili nella storia d’Italia. Sono anni di stenti, di quella miseria e quella fame che spinge a gesti disperati. Inizia, per migliaia di meridionali, il grande esodo verso le Americhe.

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