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Alain Mabanckou racconta la follia come forma di libertà nel nuovo romanzo “Peperoncino”

25 dic 2016 | Nessun Commento | 609 Visite
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amUn orfano dal nome chilometrico, chiamato prima Mosè e poi Peperoncino, che ad un certo punto perde la testa. Lo scrittore congolese Alain Mabanckou ce lo fa conoscere nel suo nuovo romanzo pubblicato in Italia dalla casa editrice 66thand2nd, ‘Peperoncino’ appunto, in cui siamo alle prese con un altro singolare personaggio dopo l’aspirante assassino seriale di ‘African psycho’.

“I miei personaggi sono sempre strani, forse perché provengono dalle mie ossessioni, dalla mia infanzia. È un dato di fatto, ci sono un sacco di somiglianze tra ‘Peperoncino’ e Gregoire di ‘African psycho’. In realtà tutti questi personaggi sono in un certo modo veri. La finzione c’è per dare un tocco di magia all’atmosfera” dice Mabanckou, protagonista di un mini tour italiano che lo ha visto anche all’edizione 2016 della Fiera della piccola e media editoria ‘Più libri più liberi’.

Originario di Pointe-Noire dove è nato nel 1966, nominato dalla rivista francese ‘Jeune Afrique’ una delle cinquanta personalità africane più influenti al mondo, Mabanckou è stato finalista al Man Booker International Prize 2015 e lo stesso anno è entrato nella cinquina del Premio Strega Europeo con il suo libro ‘Pezzi di vetrò e dal 2016 insegna al College de France.

Negli anni Sessanta, quando la Repubblica popolare del Congo si sta trasformando in un avamposto africano dell’Unione Sovietica e all’improvviso arriva la rivoluzione, Peperoncino approfitta della confusione per scappare a Pointe-Noire lasciando il suo amico Bonaventure con il quale è cresciuto all’orfanatrofio di Loango. Peperoncino prima si unisce a una banda di ragazzi di strada e poi trova rifugio in casa di Mamma Fiat 500 e dei suoi dieci figli dove, un evento inaspettato, lo fa entrare in uno stato di lucida follia.am2

“Perdere la mente è una sorta di allegoria che uso spesso nei miei romanzi. Forse perché in Africa non odiamo la follia, la consideriamo parte della nostra vita. Rispettiamo i pazzi e  pensiamo che si possa cercare la saggezza anche nella follia, come accade al mio personaggio Peperoncino. La follia lo ha aiutato a vendicarsi, a cercare la libertà” sottolinea Mabanckou. Mamma Fiat 500 è un omaggio all’Italia e alla sua famosa automobile? “E’ stata una vettura popolare nel mio paese e tante persone sono anche state chiamate Fiat. Ma non sapevamo che venisse fatta in Italia. Così nel libro ho cercato di pagare il mio debito all’Italia ricordando ai miei lettori del Congo che la Fiat è italiana” racconta lo scrittore che si veste nel cosiddetto stile dei Sapeur, quel movimento nato in Congo che voleva dimostrare al mondo che anche i congolesi sanno essere alla moda.

Nella dedica che apre il romanzo, Mabanckou rende “omaggio agli errabondi della Costa selvaggia, durante il mio soggiorno a Pointe-Noire” e scrive che Peperoncino “desiderava essere un personaggio di fantasia”. Quindi è una persona realmente esistita alla quale lo scrittore si è ispirato? “Peperoncino l’ho incontrato quando stavo scrivendo ‘Le luci di Pointe-Noire’. Tuttavia le persone che hanno consuetudine con la mia fiction lo hanno conosciuto già in ‘Domani avrò vent’annì. Solo che questa volta sono andato lontano aggiungendo la mia esperienza e la mia infanzia” spiega lo scrittore che ha vinto prestigiosi premi fra cui il Prix Renaudot e con ‘Peperoncino’ è stato finalista al Prix Goncourt.

Cantore dell’Africa contemporanea come è stato definito, Mabanckou dice che per il suo Paese “il futuro è cercare la democrazia visto che un sacco di paesi come il Congo, il Camerun ecc. stanno ancora affrontando la dittatura”. Lo scrittore congolese, che vive fra Parigi e Los Angeles, non è “soddisfatto del risultato delle ultime elezioni presidenziali americane” che hanno portato alla vittoria di Donald Trump. “Comunque – dice – io rispetto la scelta degli americani, anche se vedremo presto come cambierà il paese, certo non in meglio. Siamo nell’era del reality show in politica”.

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