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“Tutta Casa, Letto e Chiesa” con Valentina Lodovini: testo impegnato, attrice a suo agio

22 dic 2018 | Nessun Commento | 410 Visite
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lodoviniIn scena al Teatro Palazzo di Bari ieri il monologo o, ancora meglio, lo one woman show Tutta Casa, Letto e Chiesa di Dario Fo Franca Rame per la regia e l’adattamento di Sandro Mabellini con l’interpretazione di Valentina Lodovini, affermata attrice cinematografica qui impegnata in una prova molto dura e felicemente superata. Sono quattro ritratti di donne che si susseguono tra ironia, dramma e sottolineatura della condizione umana femminile,sempre messa a dura prova dal desiderio maschile, che vuole comprimerla nella sua libertà tramite ruoli precostituiti, eterodiretti  e che si prestano a una denuncia concreta di molti abusi psicologici, o fisici, ai quali l’altra metà del cielo  è a tutt’oggi sottoposta.

Nella speranza che tale denuncia, dissacrante e sincera fino allo stremo delle forze, serva a una presa di coscienza, nel 1977 (anno della scrittura della pièce) come al giorno d’oggi.

Valentina Lodovini entra in scena ballando con una vestaglia colorata  e in sottoveste nera. Il suo personaggio di casalinga vuole evocare sensualità. Spenta la musica che non permetteva di ascoltare  le battute (ma era voluto) la prima donna evocata ha un dialogo con una vicina,  sua  referente immaginaria.

La pronuncia delle battute risulta udibile e ben scandita dalla voce dell’attrice. In questa sezione dello spettacolo la casalinga si dichiara emancipata, nonostante il suo ruolo “tradizionale”.

Il paragone con la prima interprete (Franca Rame) è altissimo e Lodovini deve sforzarsi per dare al testo una propria impronta, essendo più giovane di quando la stessa Rame lo interpretava.

Lo stalking telefonico rappresentato in scena è sempre di attualità, mentre la recitazione della protagonista a tratti è troppo “pulita” rispetto a un testo ambiguo e irriverente.

In pratica la Lodovini, che ha 40 anni ma ne dimostra meno, sembra più un’adolescente che una matura casalinga con figli adulti.

Il tema pregnante è anche quello del soddisfacimento sessuale nell’ambito del matrimonio, con un coniuge tra l’altro geloso e opprimente.

La casalinga è  qui proposta come una sorta di svanita, alla ricerca di un’identità e con curiosità riguardo al sesso che vengono soddisfatte da un cognato intraprendente. ,

Ad ogni modo lo sketch (che introduce degli standard femminili “fissi”) è sempre d’attualità.

In esso si paventa il suicidio, cosicché sussiste il disagio dietro ai contenuti ironici.

Chiude questo primo siparietto il motivo di Serge Gainsbourg scritto per France Gall “Poupée de cire, poupèe de son”.

La seconda interpretazione della Lodovini è quella dell’amante: eccola mimare un rapporto sessuale mentre il tono della voce è più sofisticato, impostato su una stesura aulica.

Qui la mattatrice è più a suo agio e adegua il suo corpo a un erotismo intellettuale, oltre che fisico .

In sostanza,  il corpo deve recitare più della voce. Vengono rielaborati i luoghi comuni del femminismo anni Settanta, unitamente a contenuti politici come l’imperialismo, l’energia nucleare, la società dei consumi che opprime le donne.Il corpo non diventa soltanto il contenuto del piacere maschile, ma anche di un feto, non desiderato o  non voluto,  mentre l’applicazione della legge sull’aborto, la 194, diventa inutile a fronte di troppi medici obiettori di coscienza per cui il ricorso a costose strutture private a pagamento diviene un obbligo.

La terza donna, un’operaia, fa da motore allo sfruttamento del lavoro femminile.

L’attrice si è dovuta adeguare a coloriture diverse adoperandosi con impegno e partecipazione a personalità esagitate.

Qui  poi la lavoratrice deve far fronte alle esigenze della prole in tenera età e il testo diviene angosciante e drammatico, mentre la donna diventa meccanica come i macchinari che padroneggia Il tutto termina col canto della donna che intona la canzone popolare  Sciur padrun da li beli braghi bianchi. Un fumo bianco invade la platea dal palcoscenico per introdurre l’ultimo personaggio sulle note del pezzo indie di Maria Antonietta “Questa è la mia festa”. L’ultimo ritratto femminile fa riferimento ad Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll e al buco nel quale il Gianconiglio e Alice precipitano.

In realtà la donna in questione è  una ‘interprete di film pornografici al servizio di un produttore senza scrupoli. E’ lo spazio più prezioso e “letterario” della pièce nel quale la Lodovini raggiunge il massimo delle sue possibilità in scena, risultando molto credibile e dando prova di una maturità espressiva notevole.

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